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«L’Italia non è più il Paese della musica. È il Paese della storia della musica»

27/07/2017
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Da Corriere della Sera Sette

Intervista in movimento a Salvatore Accardo

di Vittorio Zincone

Sul lungomare di Otranto, il violinista ricorda la sua prima volta, a tre anni («Iniziai a suonare. Non avevo mai preso lezioni»). Poi parla della mancanza di un’educazione musicale nelle scuole italiane e ricorda quella volta in cui rischiò di diventare un giocatore del Napoli a un certo punto mi afferra la mano. Sposta l’inclinazione della forchetta con cui sto addentando un pezzo di mozzarella e spiega: «Quando tiene l’archetto così, se sposta il polso di mezzo centimetro, cambia molto il suono». Siamo a Otranto e prima di salire sull’Ape che ci porterà in giro per il lungomare, Salvatore Accardo, star planetaria del violino, muove un’invettiva contro l’insegnamento dell’educazione musicale in Italia: «Si fa poco. e spesso lo si fa male». La musica nelle scuole e la diffusione dei classici tra i ragazzi sono un suo cruccio.

Accardo ha settantacinque anni, una giovane moglie, Laura Gorna ex allieva, anche lei musicista, e due figlie gemelle ottenni: Irene e Ines.

Durante l’intervista pizzica le corde, accenna una melodia, suonicchia il suo strumento come se fosse un mandolino.

Dice: «È un prolungamento del mio corpo». Scandisce lentamente le parole e si entusiasma nel raccontare le varie forme di magia che avvolgono i violini e i violinisti: «Stradivari sceglieva il legno per i suoi violini passeggiando tra i boschi di abeti della Val di Fiemme. Batteva con le nocche sui tronchi e capiva quale fosse quello giusto».

Doppio Binario su tre ruote. Andamento lento.

Percorriamo un viottolo che si affaccia sugli scogli lisci e sul mare limpido. Le cicale improvvisano un coro d’accoglienza. Qui il maestro trascorre un paio di mesi all’anno. Lui vive a Milano, ma è sempre in viaggio:

Giappone, Russia, Corea… A novembre tornerà a Cuba, dove manca dal 1958, quando si esibì a L’Avana appena diciassettenne, dopo aver vinto il Premio Paganini: «La cosa che mi ha pesato di più da ragazzo, quando ho cominciato a suonare in pubblico, è stata la dimensione itinerante, lo spostarsi continuamente. Avrei preferito trascorrere più di tempo con gli amici di Torre del Greco». Accardo ha ridato vita a “l’Orchestra da camera italiana” ed è anima dei corsi di perfezionamento per strumenti ad arco della Fondazione Stauffer di Cremona. Tiene masterclass urbi et orbi e ha suonato con i più grandi talenti del Novecento.

Mentre ballonzoliamo sul terreno scosceso torna sullo stato di salute dell’educazione musicale italiana. Sbuffa: «È pessima». Spiega: «Quando qualcuno chiede a Riccardo Muti se l’Italia sia ancora il Paese della musica, lui risponde: “No, è il Paese della storia della musica”. Ha ragione».

L’Italia trascura la musica?

«Decisamente».

Si è dato un perché?

«In giro c’è un’ignoranza pazzesca. Soprattutto in quella che dovrebbe essere la classe dirigente. Se parla di musica con ministri o politici non sanno nulla, a meno che non ci sia una tradizione familiare. Tutto parte dall’assenza nelle scuole. La musica cura, fa crescere… Fa bene anche a chi non ha intenzione di suonarla. Trovo incredibile che la scuola non ti formi seriamente all’ascolto».

Vorrebbe un popolo di melomani?

«No, vorrei che tutti avessero la possibilità di scegliere. Se non ho questa possibilità non posso dire se mi piace Mozart o se preferisco Bob Dylan».

Le sue figlie che cosa preferiscono, Beethoven o Rovazzi?

«Mi hanno chiesto che cosa penso di Rovazzi, ma ammetto che non l’ho mai sentito cantare. Irene e Ines apprezzano molto l’opera: soprattutto Mozart».

Ascoltano la musica con le cuffie o con gli auricolari?

«No. In casa ho ancora i vecchi dischi. Sono un appassionato di riproduzione e di tecnologia acustica: il vinile ha un calore straordinario, insuperato». Le piccole compaiono da dietro un cancello. Domando ad Accardo come sia educare due bambine nate nel 2008 essendo cresciuto negli anni Quaranta del Novecento. Sorride: «Quando io ero bambino non era pensabile contraddire i propri genitori. Ora, invece...». Lo punzecchiano. «Assistono spesso alle mie prove e a quelle di Laura, fanno qualche trasferta con noi. E sono presenti alle serate in cui tra musicisti ci si prende in giro a colpi di storielle. Considerano il violista Francesco Fiore una fonte inesauribile di barzellette». Fiore, tra l’altro, è autore del pezzo Il canto della Fabbrica, che Accardo eseguirà l’8 settembre a Settimo Torinese negli stabilimenti Pirelli.

Il maestro racconta: «È musica che nasce in un luogo di lavoro, seguendo i movimenti dei macchinari. Negli anni Settanta con Claudio Abbado, Maurizio Pollini e Luigi Nono abbiamo suonato più di una volta in fabbrica per gli operai. Era emozionante. Si è persa anche quella spinta, purtroppo». Mentre lo dice il tono si fa malinconico. Il violino stilla due note acute. Il maestro torna di buon umore quando gli ricordo che il suo amico Sandro Ciotti, telecronista sportivo leggendario, sapendolo juventino sfegatato lo paragonò a Michel Platini: «Accardo come Platini è solista e uomo-orchestra». In realtà Accardo non ama la parola “solista” e considera la musica da camera quella più educativa: «Perché si impara dove finisce la propria libertà e comincia quella degli altri». Ora la sua Orchestra da camera italiana suonerà al Teatro Eliseo di Roma con alcuni giovani vincitori di una borsa di studio.

Oltre alla tecnica che cosa andrebbe insegnato ai ragazzi che vogliono suonare?

«È importante che nei Conservatori i maestri portino in classe i loro strumenti per correggere la tecnica. La tecnica va imparata perfettamente, bisogna possederla…per poi dimenticarsene».

Per far emergere il talento?

«Sì, ma soprattutto per far emergere la musica. Bisogna mettersi al servizio della partitura e non piegare la musica al proprio protagonismo. Ai miei allievi dico sempre di non fare lo show, di essere composti, di evitare di sembrare saltimbanchi. Alle ragazze chiedo anche di non mettere in mostra il loro corpo. Non ha senso distrarre il pubblico esibendo le gambe o altro».

Accardo talebano.

«Ma no. Dico solo che la musica deve venire prima. E che i grandi interpreti e compositori non hanno mai avuto bisogno di mettere in mostra se stessi».

La leggenda vuole che lei a tre anni abbia suonato il suo primo pezzo.

«Non è una leggenda. Mio padre era un incisore di cammei, suonava da autodidatta dilettante. Gli chiesi di regalarmi un piccolo violino e la prima volta che lo impugnai suonai Lili Marleen».

Senza aver preso lezioni?

«Sapevo che cosa dovevo fare. Non so come, ma era come se lo avessi già fatto».

Crede nella reincarnazione?

«Qualche domanda me la sono fatta».

Lei si è diplomato a 13 anni e ha trascorso tutta la vita con il violino in mano.

«Ma non ho mai vissuto la musica come sacrificio. Non mi sono mai esercitato più di sei ore al giorno».

Le sembrano poche?

«Giocavo anche a pallone, in porta. Gli osservatori del Napoli vennero al campo dove mi allenavo per selezionarmi. Mio padre li allontanò».

Sono passati 62 anni dal suo diploma.

«Alcune cose non le suono più per una questione diciamo… atletica: i tendini e i muscoli non sono gli stessi. Ma altre, come i sei Concerti di Paganini, credo di averle eseguite meglio recentemente rispetto a trenta anni fa».

Lei ha suonato ovunque e con chiunque…C’è qualcosa che non ha mai fatto e che vorrebbe fare prima di smettere?

«Dirigere la Carmen, che piace molto alle mie figlie. Oppure il Requiem di Verdi alla Musikverein di Vienna. È una sala tutta in legno, lì i violini vibrano in maniera straordinaria».

Ha mai suonato un violino elettrico?

«Scherza? Mi rifiuto anche solo di appoggiarci una mano».

Il violino è lo strumento del Diavolo.

«È diabolicamente difficile da suonare. E poi ha effettivamente qualcosa di magico. Vive».

I violini vivono?

«Sì. Intanto hanno bisogno di almeno settant’anni di vita per raggiungere il massimo delle loro capacità. E poi devono essere continuamente utilizzati per dare il meglio. Se qualcuno oggi suonasse il più celebre degli Stradivari, il Messiah, probabilmente resterebbe deluso, perché è un violino fermo da 250 anni».

Lei quale violino leggendario ha maneggiato?

«Nel 1982, per il bicentenario di Paganini, ho portato in giro per il mondo il suo Cannone, che è un Guarneri del Gesù, eseguendo i 24 Capricci. Al primo concerto genovese ebbi qualche difficoltà, perché il violino non era pronto. Ma col procedere della tournée ingranò fino all’incredibile esplosione di suoni dell’ultima tappa a Tokyo».

Lei ha sia uno Stradivari sia un Guarneri del Gesù. Se dovesse privarsi…

«Se dovessi scegliere tutte le sere con quale suonare, userei il Guarneri: suona meglio qualsiasi cosa. Lo sa che il violino prende anche il suono di chi lo usa?».

Non esageri.

«Nel 1985 andai a Marsiglia da Zino Francescatti e acquistai il suo Stradivari 727. Zino aveva i lucciconi agli occhi.

Quando lo suonai per la prima volta il violino andava da solo. Pochi giorni dopo lo utilizzai a New York. Alla fine del concerto un vecchietto si avvicinò e mi disse: “Il suo violinista preferito è Francescatti, vero? Lei stasera aveva proprio il suono di Francescatti”. Rimasi a bocca aperta: lui non sapeva che avevo suonato con il violino di Zino».

Col tempo è riuscito a rieducare lo Stradivari e a estirpare il suono del vecchio proprietario?

«Ahahah, sì. Ora purtroppo ha solo il suono di Accardo».