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L'intesa siglata tra sindacati e Miur è un buon passo avanti. Tra gli obiettivi: fine del precariato, più dignità e prestigio sociale a chi vi lavora

L’articolo di Francesco Sinopoli, Segretario generale della FLC CGIL, pubblicato sull’Huffington post.

17/06/2019
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L'Huffington Post

L’intesa siglata la scorsa settimana da 5 organizzazioni sindacali dell’istruzione con il ministro Bussetti sul reclutamento dei docenti ha sollevato alcune obiezioni e incomprensioni che meritano una replica.

Vorrei intanto ricordare che i sindacati firmatari dell’intesa – FLC CGIL, Cisl scuola, Uil scuola, Snals e Gilda – rappresentano oltre l’80% di chi opera e lavora nel mondo della scuola, e che l’intesa è giunta al termine di un confronto serrato col Miur di alcune settimane, durante le quali si è davvero lavorato molto, per favorire un risultato che i sindacati hanno giudicato assai positivo.

Sul piano del metodo adottato, i sindacati firmatari hanno valutato la scelta procedurale del Pas come molto efficace, poiché esso ha una funzione formativa e abilitante che non fornisce accesso automatico al ruolo; anzi, l’intesa prevede un concorso specifico per l’accesso al ruolo, con prova scritta e orale. Il concorso dunque mira a stabilizzare almeno una parte di quei docenti precari che da anni sono rimasti in cattedra e insegnano, ma con contratti a termine.

Ricordo che nel corso degli anni e col procedere dei diversi governi la regola è stata quella dell’assunzione a tempo determinato dei docenti e del personale del sistema dell’istruzione, con un effetto a dir poco deleterio sulla moltiplicazione dei precari, giunti a quote dell’ordine di centinaia di migliaia, non più sostenibili per il sistema formativo.

Ricordo altresì che nel corso degli anni la cristallizzazione del precariato è stata più volte stigmatizzata e condannata da diverse Corti, nazionali ed europee, punendo per esempio l’Italia per le decine di migliaia di precari con contratti a termine di durata superiore ai tre anni. Dinanzi a questa situazione, che rischiava di incancrenirsi ancora di più, un intervento per la stabilizzazione si rendeva assolutamente necessario. Da qui la ragione vera dell’intesa col Miur.

Resta naturalmente un enorme problema generale relativo alla questione salariale dei docenti, tutti, e del prestigio sociale sempre più al ribasso di chi opera nella scuola. Riteniamo profondamente sbagliato accreditare la versione di alcuni critici secondo la quale la differenza salariale tra gli stipendi dei docenti dei vari Paesi europei sarebbe fondata sulla differenza di prestazione oraria (quella dei docenti italiana sarebbe inferiore).

Sbagliata perché basata sulla comparazione tra sistemi di istruzione differenti; sbagliata perché non tiene conto della durata dell’anno scolastico. Ingiusta poi anche perché tale falsa argomentazione ha sempre bloccato gli aumenti stipendiali che la docenza italiana merita.

Dai dati Eurydice (Primary and General Secondary Education 2018/19), emerge che la durata dell’anno scolastico varia nei paesi europei. Nella metà dei paesi l’anno scolastico conta 170/180 giorni a fronte dei 200 giorni dell’Italia e le ore di lezione settimanali in Italia sono di poco superiori alla media europea, sia nella scuola primaria (24 contro 19,6) che nella secondaria di secondo grado (18 contro 16,3) e simili nella secondaria di primo grado (18 contro 18,1).

Sottolineo inoltre che è compito dei sindacati lottare per il rinnovo dei contratti nazionali, bloccati per circa 9 anni, fino all’aprile del 2018, ed ora in attesa di rinnovo per il prossimo triennio. È sui contratti nazionali che si gioca la partita non solo salariale, ma per il miglioramento delle condizioni di lavoro nella scuola, come nelle università, negli enti di ricerca, nelle accademie e nei conservatori. A differenza degli altri Paesi europei, in Italia è il contratto nazionale di lavoro lo strumento essenziale per alimentare la dignità e il prestigio sociale di docenti e operatori del sistema dell’istruzione pubblica.

Come si possa poi giudicare il valore di un docente è questione talmente delicata e complessa che non può essere sintetizzata né in un articolo, né in una replica. Ma anche il valore professionale rientra nelle prerogative centrali del contratto nazionale e, nell’ambito del contratto, di esso si può discutere solo partendo dal fatto che preliminare a ogni discorso è l’elevamento retributivo di base per tutta la docenza italiana. A questo proposito il sindacato non si sottrae al confronto, tanto che la FLC insieme agli altri sindacati ha avanzato delle proposte puntuali e precise .

Inoltre, in questo contesto già di per sé complicato, si sta abbattendo la mannaia del disegno di autonomia differenziata delineato dalla parte leghista del governo, e sollecitato in particolare dai presidenti delle Regioni Lombarda e Veneto. Se per esempio si dovesse adottare l’iniquo e sbagliato provvedimento sull’autonomia differenziata, ci troveremmo in una situazione che priverebbe di risorse necessarie e urgenti proprio quei territori che sono già oggi in gravi difficoltà sul piano della istruzione pubblica e dei servizi nella sanità.

Si pensi solo alle questioni enormi della carenza di scuole dell’infanzia, della dispersione scolastica al Sud e all’emergenza della migrazione interna di decine di migliaia di giovani meridionali verso scuole e università del Nord. È necessario, insomma, che accanto alla soluzione strutturale del reclutamento dei docenti con la fine del precariato, al rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro, si rilanci la campagna contro l’autonomia differenziata sul modello veneto, poiché vi è la necessità di smantellare il disegno di gabbie salariali che vi si nasconde.

Ecco perché nell’intesa del 24 aprile, siglata da quegli stessi 5 sindacati con il presidente del Consiglio Conte, vi era un punto sostanziale dedicato proprio allo smantellamento dell’autonomia differenziata.

In conclusione. L’intesa sul reclutamento rappresenta secondo i sindacati firmatari un buon passo avanti, nel metodo e nel merito, che consente la stabilizzazione di tanti docenti che lavorano da anni nelle scuole, senza sacrificare la formazione in ingresso, anzi elevandola a paradigma metodologico essenziale.

Nessuno peraltro dovrebbe dimenticare che la stabilizzazione è di per sé qualità della didattica, non solo perché restituisce serenità ai docenti, ma soprattutto perché pone le condizioni per la continuità didattica: senza continuità didattica la qualità della prestazione docente inevitabilmente ripiega in senso negativo. Certo, non è la soluzione di tutti i mali, ma è un punto di partenza importante per giungere ad un sistema dove la regolarità dei concorsi, nazionali e non regionali, sarà l’unica strada per l’accesso all’insegnamento.

I governi facciano i concorsi con regolarità e il problema del precariato può diventare un brutto ricordo per la scuola italiana. E ciò perché riteniamo assolutamente necessario rilanciare la decisiva funzione sociale della nostra scuola e delle nostre università, restituendo prestigio e professionalità a chi vi opera e lavora quotidianamente, per la crescita, la formazione, la maturazione civile delle nuove generazioni, a prescindere dal luogo di residenza.

L’uguaglianza delle condizioni di partenza è un requisito richiesto dall’articolo 3 della Costituzione, ed è oggi minacciato proprio dal progetto governativo di autonomia differenziata. La FLC CGIL e lo diciamo con forza, ha agito negli anni, e continua a farlo ora, guidata da questa bussola: restituire dignità a chi lavora nell’istruzione, riconoscendone la domanda di senso, con al centro alunne e alunni, studentesse e studenti. Sempre e ovunque.