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L’insegnamento universitario, il monolinguismo anglofono e l’eclissi dell’italiano

L’esclusione dell’italiano dalla didattica superiore ne decreta implicitamente l’abbandono come lingua della scienza e della tecnologia.

13/10/2018
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ROARS

L’inglese è di fatto la lingua unica nel dominio della tecnoscienza, e gli ingegneri, i medici, gli economisti, come pure i biologi, i fisici, i veterinari e gli agronomi, debbono saper comunicare in inglese, se vogliono entrare nel mercato globale della conoscenza, della produzione e degli affari. Conoscere l’inglese non è più una dote aggiuntiva, ma è semplicemente una necessità per il successo professionale. Nelle Università italiane il problema dell’inglese si è prepotentemente quando i rettori hanno pensato di poter recuperare credito imponendo l’inglese come lingua esclusiva dell’insegnamento per tutti e sopra tutto. Questa decisione, forse utile nell’immediato, appare assai problematica ad un esame più attento poiché la lingua dell’istruzione è materia assai più complessa che non la lingua delle relazioni professionali, delle comunicazioni e della stampa. L’esclusione dell’italiano dalla didattica superiore ne decreta implicitamente l’abbandono come lingua della scienza e della tecnologia. Per gli studenti, il rischio è l’impoverimento dell’apprendimento; per la società è quello della rapida obsolescenza del lessico specialistico e dell’interruzione della sua trasmissione intergenerazionale. Chi propone l’abbandono dell’italiano sembra non tener conto che una lingua, non più usata da chi opera ai livelli superiori dell’istruzione e della ricerca, è condannata alla rapida atrofia.  Il compito per noi è apprendere le lingue dei vicini senza abbandonare la nostra, perdendo con essa la ricchezza del contesto locale. Sarebbe tragico per tutti parlare bene in inglese e non avere più niente da dire.

Segnaliamo questo scritto di Maria Luisa Villa apparso su Il Bo

L’inglese come capitale linguistico 

Il problema delle lingue, spesso trascurato, o sbrigativamente dato per risolto con la diffusione dell’inglese, è uno dei temi cruciali del mondo interconnesso e la politica linguistica rimane uno strumento decisivo nella costruzione della società presente e futura.

L’unità del sistema globale rischia di infrangersi contro il fatto che l’uomo non parla un’unica lingua, e neppure una mezza dozzina, ma ne usa forse settemila e nel corso della storia ne ha create un numero ancora più grande.  Non è facile intendere quale sia la funzione di questa dispendiosa molteplicità, ma la sua tenace persistenza suggerisce che essa debba avere un ruolo importante per la nostra specie (1).

Acquisiamo la lingua materna senza alcuno sforzo, quando da piccoli iniziamo a distinguere e imitare le voci di chi ci assiste. Apprendiamo poi attraverso lo studio l’uso di una o molteplici lingue, dedicandovi un impegno tanto più grande quanto maggiore è l’età di chi lo affronta. Nel De vulgari eloquentia, trattato fondativo della lingua italiana, Dante affronta la dicotomia tra latino dei dotti, lingua rigida  alla quale pochi pervengono, attraverso assiduità di studioe il volgare più vitale e flessibile […] qua infantes assuefiunt ab assistentibus, cum primitus distinguere voces incipiunt»,  […] sine omni regula nutricem imitans.

Oggi come allora il bisogno di una lingua comune è avvertito come una necessità; l’inglese ha preso in parte il posto del latino e le  lingue locali rischiano di essere declassate al rango del volgare, vitali e flessibili, ma inadatte agli scambi  di un mondo globalizzato.

L’inglese è di fatto la lingua unica nel dominio della tecnoscienza, e gli ingegneri, i medici, gli economisti, come pure i biologi, i  fisici, i veterinari e gli agronomi, debbono saper comunicare in inglese, se vogliono entrare nel mercato globale della conoscenza, della produzione e degli affari.

I benefici sono notevoli: un linguaggio comune rende più fluidi gli scambi di idee, di beni e di persone, e moltiplica il potenziale impatto della scienza sui settori trainanti della società.  Conoscere l’inglese non è più una dote aggiuntiva, ma è semplicemente una necessità per il successo professionale. Nel mondo globalizzato, l’inglese fornisce a coloro che lo parlano un “capitale linguistico” che è comune sia alle elite intellettuali che alla più popolare cultura transnazionale e facilita l’accesso agli altri “capitali” che dominano la vita delle nostre società come il “capitale economico” (lavoro, finanza, scienza) e  il “capitale simbolico” (strumento per esibire prestigio, status, modernità nella società internazionale).

Il plurilinguismo didattico come valore

Nelle Università italiane il problema dell’inglese si è prepotentemente imposto negli anni recenti, quando i rettori, angustiati dalla bassa posizione dei loro atenei nelle classifiche internazionali e dalla scarsa affluenza di studenti stranieri, hanno pensato di poter recuperare credito imponendo l’inglese come lingua esclusiva dell’insegnamento per tutti e sopra tutto.

Questa decisione, forse utile nell’immediato, appare assai problematica ad un esame più attento poiché la lingua dell’istruzione è materia assai più complessa che non la lingua delle relazioni professionali, delle comunicazioni e della stampa. L’esclusione dell’italiano dalla didattica superiore ne decreta implicitamente l’abbandono come lingua della scienza e della tecnologia.

Per gli studenti, il rischio è l’impoverimento dell’apprendimento; per la società è quello della rapida obsolescenza del lessico specialistico e dell’interruzione della sua trasmissione intergenerazionale. Chi propone l’abbandono dell’italiano sembra non tener conto che una lingua, non più usata da chi opera ai livelli superiori dell’istruzione e della ricerca, è condannata alla rapida atrofia.

Gli scienziati non sono solo utenti della lingua ma contribuiscono, ciascuno nel proprio dominio, a plasmarla e a rinnovarla ogni giorno, nel momento stesso in cui la usano. Le parole della scienza corrono veloci quanto veloci sono le scoperte e le innovazioni tecnologiche e se la lingua non è usata mancheranno in breve tempo non solo “le parole per dirlo”, ma si farà fatica a trovare i giusti modelli discorsivi e gli stili argomentativi appropriati.

Amputato del patrimonio comunicativo nei settori tecnico-scientifici, l’italiano rischia di diventare in breve tempo un arcaico dialetto. Ne seguirebbero un indebolimento del rapporto culturale con la comunità di appartenenza, «un isolamento del sapere di vertice, e un aumento dell’incomprensione tra pubblico e scienza» (1).

È dubbia la possibilità che questi danni possano essere compensati da un massiccio afflusso di studenti stranieri di elevato livello culturale. Molti sospettano che continueremmo ad accogliere solo quelli che non riescono a passare il test di ingresso in America, Inghilterra, Germania e paesi nordici.

I compiti culturali dell’Università nel mondo globale 

I rischi del monolinguismo didattico sono stati sottovalutati perché la connotazione competitiva e imprenditoriale che le Università sono state indotte ad assumere nel mondo attuale, le spinge a confondere i propri principi organizzativi con quelli delle imprese multinazionali.

Nascono da qui molti malintesi che oscurano la consapevolezza che le università, anche nel tempo dell’economia della conoscenza, sono pur sempre istituzioni con compiti culturali peculiari, ben diversi da quelli di un’impresa. Le imprese multinazionali non sono legate a un territorio, si collocano dove appare più conveniente, progettano su tempi brevi e possono nascere, aggregarsi, rimodellarsi, delocalizzarsi, rilocalizzarsi e morire con relativa facilità.

Gli Atenei non sono mobili, ma incardinati in un territorio, dal quale ricavano sostegno materiale e culturale. Essi devono progettare su tempi lunghi, mettendo in conto i possibili rapidi rivolgimenti della storia, poiché sono deputati a valorizzare il capitale umano futuro. Essi devono anche mettere a frutto il loro capitale cognitivo per vitalizzare le risorse locali, trasformandole in opportunità di sviluppo. Giova sottolineare che gli Atenei, che hanno raggiunto un maggior respiro internazionale, sono quelli che hanno saputo immergersi nel territorio istituendo con esso un continuo scambio di informazioni, relazioni e risorse. Tipici ma non unici sono gli esempi dell’università di Stanford- Silicon Valley e MIT-Boston. È difficile immaginare come un Ateneo che non condivida la lingua con il contesto che lo circonda possa continuare svolgere una analoga funzione.

Le stesse imprese multinazionali dei settori tecnologicamente avanzati, che le nostre autorità politiche e accademiche sembrano prendere a modello, hanno iniziato a comprendere che l’inglese internazionale è utile come lingua di contatto, ma il lavoro quotidiano ha bisogno anche della lingua nativa. Se non vuole estraniarsi dalla società, la scienza può parlare in inglese, usare libri e riviste scritte in inglese, ma deve conservare l’uso della lingua locale.

È verosimile che nei decenni prossimi la padronanza di un italiano  vivo e aggiornato, sarà, per i nostri studenti, il passaporto per una assimilazione forte della cultura scientifica, anche in un universo anglificato

Il contesto linguistico e l’importanza dello stile italiano

Per vincere la competizione per i migliori cervelli non basta adottare l’inglese didattico ma occorre offrire beni e servizi che suscitino interesse, e questo dipende anche da un’impronta culturale “contestuale al luogo” che li distingua dagli analoghi beni e servizi reperibili altrove.  Solo conservando ed estendendo creativamente ad altri settori lo “stile italiano”, che è stato vincente  a livello internazionale nei settori della moda, del design, dell’architettura e del cibo,  possiamo sperare che l’Italia  venga scelta dagli studenti  stranieri come  una meta ambita e non come un ripiego per l’esclusione  subita altrove.

Lo “stile italiano” fu ciò che permise a Perotto nell’Olivetti degli anni 60, di creare il “programma 101”, primo modello di personal computer ora esposta al MOMA per la sua importanza e bellezza. Niente era più italiano e niente era più internazionale dell’Olivetti degli anni 60, ma la limitatezza manageriale impedì a Valletta di comprendere il valore della “Perottina”, decretandone l’abbandono e sancendo così l’uscita irreversibile del nostro paese dall’elettronica avanzata degli anni a venire.  Sarebbe bene non ripetere questi errori, recuperando fiducia nelle nostre capacità di creare innovazione.

Il ruolo della lingua come mediatore culturale del contesto territoriale è evidente, come è  altrettanto evidente che un ospite che non impari e non usi la lingua locale, non potrà avere legami duraturi con il nostro paese. Lo hanno già imparato i tedeschi che prima di noi hanno imboccato la strada della anglificazione integrale e prima di noi l’ hanno abbandonata a favore di un regime bilingue, restaurando l’obbligo per gli studenti stranieri di imparare il tedesco.

L’abbandono delle lingue locali come dramma dei beni comuni 

In Italia siamo arrivati tardi a promuovere un apprendimento diffuso dell’inglese, ma stiamo faticosamente recuperando. Mentre arranchiamo per conquistare una ragionevole e necessaria competenza anglofona, conviene a noi continuare ad usare con efficacia la nostra lingua a tutti i livelli, dalla piazza all’Università. Solo così essa potrà rimanere viva nel parlare quotidiano, e aggiornata nei settori innovativi della tecnoscienza.

Come il latino ai tempi di Dante l’inglese dei non anglofoni assomiglia ad una lingua artificiale, utile per la sua regolarità, ma povera di flessibilità e forza espressiva. Dobbiamo imparare a tradurre il sapere scientifico reinventando un italiano vitale e flessibile che superi la povertà espressiva dell’inglese globale.

La scienza ha un rapporto complesso con il linguaggio: essa esige di trasformare le parole in termini e simboli di significato univoco, ma per creare i termini, per definirne e aggiornarne il significato, dipende dalla ricchezza imprecisa delle parole comuni. Nel terreno incerto dove nascono i nuovi concetti, la scienza riscopre le singolarità delle lingue storiche e le loro connessioni con il patrimonio culturale che le alimenta.

Ci dimentichiamo facilmente del ruolo strutturante della lingua materna poiché tutti la possediamo e la sua stessa ubiquità la pone nell’ombra, nascosta alla vista come la lettera rubata di Edgar Allan Poe (2). Similmente ad  ogni risorsa naturale non assoggettata a precise regole di  governo essa rischia di essere usata da tutti e protetta da nessuno. È il dramma dei beni comuni che incide su realtà assai diverse come pascoli pubblici oceani, atmosfera, fauna selvatica, pesce e molte altre risorse naturali(3).Nel mondo globalizzato le lingue locali, che tutti posseggono e pochi rispettano,  possono a buon diritto essere aggiunte a questo elenco.

Per concludere: Negli anni 90 del ‘900 una interpretazione ingenua della globalizzazione disegnò l’immagine di un mondo senza più storia, illimitatamente mobile, ubiquo e monolingue. All’inizio di questo secolo abbiamo capito che la storia non è finita, la geografia non è morta e il futuro è multilingue. Il compito per noi è apprendere le lingue dei vicini senza abbandonare la nostra, perdendo con essa la ricchezza del contesto locale: sarebbe tragico per tutti parlare bene in inglese e non avere più niente da dire.


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