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L’exploit della Sapienza. Ha ragione QS, l’Anvur o magari nessuno dei due?

E se ad essere assurda, oltre che pericolosa, fosse proprio l’ossessione per le classifiche e conseguentemente per le strategie utili a scalarle?

04/03/2018
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ROARS

Stefano Semplici

Per gli analisti targati Quacquarelli Symonds, l’ateneo migliore del mondo per Classics & Ancient History è Roma Sapienza (che è anche al nono posto per Archaeology). Sono andato subito a vedere l’elenco dei dipartimenti appunto di eccellenza selezionati nei “giochi” che si sono da poco conclusi. Sorpresa: nell’area 10 (Scienze dell’antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche) non c’è quello di Scienze dell’antichità della Sapienza. Per trovarlo sono stato costretto a scorrere la lista di tutti i dipartimenti che erano stati ammessi a questa competizione: era al n. 261. E i risultati della VQR appaiono perfino più modesti: nel Macrosettore 10/A (Scienze archeologiche) Roma Sapienza si piazza 25.ma su 42 e nel Macrosettore 10/D (Scienze dell’ antichità) 19.ma su 45. Dobbiamo allora credere a QS o all’Anvur? E se ad essere assurda, oltre che pericolosa, fosse proprio l’ossessione per le classifiche e conseguentemente per le strategie utili a scalarle? Da quelle dell’Anvur (non di QS) dipende però il futuro delle strutture nelle quali lavorano i professori e i ricercatori italiani. Dieci anni fa c’erano alla Sapienza, per l’intera Area 10, 386 docenti.  Alla fine del 2017 il numero si era ridotto a 286. A qualche Rettore toccherà un momento di gloria e molti altri resteranno acquattati nell’ombra, in attesa che escano i numeri “buoni”.  L’Anvur, intanto, continua il suo lavoro…

E così, finalmente, l’Italia sembra avercela fatta. Rimbalza su siti internet e quotidiani la notizia che c’è una classifica nella quale una delle nostre università è riuscita a conquistare il gradino più alto del podio: per gli analisti targati Quacquarelli Symonds, l’ateneo migliore del mondo per  Classics & Ancient History è Roma Sapienza (che è anche al nono posto per Archaeology). Le trombe squillano e i tamburi rullano, anche perché ci sono altre università che si piazzano in posizioni di vertice (nella stessa graduatoria, per esempio, la mia guadagna uno splendido tredicesimo posto, immediatamente alle spalle di Pisa). Ma il primato assoluto della Sapienza cattura immediatamente l’attenzione e impone una riflessione più generale.

È davvero singolare constatare come la decantata “scientificità” di graduatorie che pretendono per i loro algoritmi l’ossequio che si deve alla certezza di un’oggettività incontestabile produca spesso risultati a dir poco disorientanti per la divaricazione degli esiti. I criteri  – si dirà – possono non coincidere e dunque di ciò non dovremmo sorprenderci.  Il risultato finale, però, non è un utile atlante delle differenze, ma sempre un elenco in ordine rigorosamente decrescente come la classifica di un campionato. Le squadre sono sempre le stesse e si tratta sempre, in ultima analisi, di far emergere quelle che fanno meglio il loro lavoro.  È la classifica ad imprimersi nella mente del lettore e questo è d’altronde esattamente ciò che si vuole. Per questo risultati troppo diversi finiscono inevitabilmente per alimentare il fastidioso, corrosivo sospetto che non ci si possa fidare di tutti nello stesso modo. E qualcuno potrebbe perfino essere indotto a dubitare sempre.

I primi del mondo per QS (che per la graduatoria di  Classics & Ancient History utilizza solo gli indicatori “reputazionali”, mentre restano in bianco le colonne Citations per paper e h-index citations, che danno invece il loro contributo per Archaeology) sono considerati decisamente mediocri dall’Anvur (che costruisce le graduatorie della VQR considerando i “prodotti” della ricerca). È tuttavia lecito attendersi che chi si lascia alle spalle Oxford, Cambridge e le più rinomate “eccellenze” a livello globale guardi comunque dall’alto di una distanza siderale i suoi competitors nazionali, quali che siano i criteri utilizzati. Ma non è così. Sono andato subito a vedere l’elenco dei dipartimenti appunto di eccellenza selezionati nei “giochi” che si sono da poco conclusi.

Sorpresa: nell’area 10 (Scienze dell’antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche) non c’è quello di Scienze dell’antichità della Sapienza, che riunisce i due subjects per i quali è arrivato un riconoscimento tanto lusinghiero. Per trovarlo sono stato costretto a scorrere la lista di tutti i dipartimenti che erano stati ammessi a questa competizione del “merito”.

Ho trovato questo fiore all’occhiello del paese e della sua capitale al n. 261. E i risultati della VQR appaiono perfino più modesti: nel Macrosettore 10/A (Scienze archeologiche) Roma Sapienza si piazza 25.ma su 42 (è prima fra le “grandi”, ma corre da sola…) e nel Macrosettore 10/D (Scienze dell’ antichità) 19.ma su 45 (seconda fra le quattro “grandi”, preceduta da Bologna).

Dobbiamo allora credere a QS o all’Anvur? Conosciamo i dubbi e le critiche sulla VQR e un confronto sulle possibili criticità anche dei rankings QS potrebbe senz’altro risultare utile [si vedano, per esempio: “In Italia qualcuno sta truccando i ranking QS? E che succede se ti beccano?“, “Ranking QS: la Top 10 degli svarioni più spettacolari“, NdR]. E se ci fosse invece qualcosa di “assurdo” in tutto questo, per dirla con un autorevole Ministro? E se ad essere assurda, oltre che pericolosa, fosse proprio l’ossessione per le classifiche e conseguentemente per le strategie utili a scalarle? Sarebbe bello se proprio da coloro che oggi vengono incoronati arrivasse almeno un invito alla cautela. Nei confronti dell’idea della competizione ad oltranza come garanzia delle magnifiche sorti e progressive dell’umanità e di tutte le classifiche che da questo dogma sono generate.

Da quelle dell’Anvur (non di QS) dipende però il futuro delle strutture nelle quali lavorano i professori e i ricercatori italiani. E dunque per i protagonisti di questo “successo”, come per tanti altri, ci sono comunque poche speranze di interrompere un declino che dà ai lustrini mediatici di questi giorni il sapore amaro della beffa. Dieci anni fa (al 31 dicembre del 2007) c’erano alla Sapienza, per l’intera Area 10, 386 docenti.  Alla fine del 2017 il numero si era ridotto a 286 (35 dei quali ricercatori a tempo determinato). Un taglio secco di oltre il 25%. Ed è facile immaginare che gli “eccellenti” antichisti non siano stati risparmiati e abbiano subito una sorte simile a quella dei colleghi degli altri settori scientifico-disciplinari che fanno parte di quest’Area. Per l’Anvur, d’altronde, non sono neppure particolarmente “meritevoli”. Basti per tutti l’esempio del settore L-ANT/07 (Archeologia classica), che in questo decennio è passato da 19 a 10 fra ordinari, associati e ricercatori. Non è vero che domani sarà un altro giorno. Continuerà la lotta senza quartiere per le briciole di risorse e di punti organico che ha ormai avvelenato i pozzi della vita delle nostre comunità accademiche. Aspettiamo la prossima classifica. A qualche Rettore toccherà un momento di gloria e molti altri resteranno acquattati nell’ombra, in attesa che escano i numeri “buoni”.  L’Anvur, intanto, continua il suo lavoro…