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L’estate a ostacoli delle famiglie. Senza asilo nido quasi 200 mila bimbi

Con le prospettive attuali ben più di una struttura privata su due, messa in ginocchio dalla pandemia e senza aiuti, chiuderà i battenti

11/06/2020
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la Repubblica

Ilaria Venturi

Un’estate senza asilo. E a settembre chissà, con le prospettive attuali ben più di una struttura privata su due, messa in ginocchio dalla pandemia e senza aiuti, chiuderà i battenti. Eppure hanno riaperto le spiagge, i ristoranti e i negozi, pure nelle discoteche si riprenderà a ballare. I più piccoli sono rimasti i grandi dimenticati: un milione e 400 mila under 3, quasi 200mila frequentanti i nidi prima della pandemia. Apriranno per loro i centri estivi, in extremis e in ritardo, lamentano i gestori: è arrivato il via libera dopo che le linee guida erano state annunciate via Facebook dalla ministra Elena Bonetti una settimana fa. Sono pronte ora. Ma non risolveranno la crisi del settore.

Le famiglie premono, le strutture non sanno che futuro avranno. Per ora è nero. Un blackout che rischia di mettere in seria difficoltà i nidi pubblici, che coprono secondo l’Istat, su dati 2017-18, il 51% del settore. Mentre i privati che danno lavoro a 60 mila educatrici, sono al tappeto. Hanno manifestato per la seconda volta ieri davanti a Montecitorio. «Torniamo a casa demoralizzati e disperati, non c’è la volontà politica di riaprire i nidi e nemmeno quella di aiutarci: siamo al collasso» commenta Cinzia D’Alessandro, presidente del comitato Educhiamo che raccoglie ottomila strutture private nel campo educativo. La cassa integrazione è finita questo mese e non è stata prorogata, «le mie educatrici hanno ricevuto solo 500 euro questa settimana, sono senza stipendio da marzo e io non ho la forza economica per un anticipare quanto dovuto» spiega Marcella Corbetta, un nido in provincia di Monza Brianza. I genitori nel frattempo hanno smesso di pagare le rette, i fondi previsti nel decreto Rilancio non bastano, hanno già fatto i conti: ci sono 65 milioni per il sostegno alle mancate rette, arriveranno 50-60 euro a bambino, ma agli enti locali, «noi non vedremo un euro». Le cooperative sociali hanno avuto la forza sino ad oggi di anticipare la cassa integrazione. I centri estivi? «Con le regole di un rapporto uno a cinque non ci stiamo dentro coi costi» lamentano i gestori. Sarà così anche per la riapertura a settembre in emergenza Covid, «se non cambiano le regole ci devono aiutare, altrimenti non ce la facciamo » spiega Patrizia Mangani, voce delle piccole e medie imprese (Api infanzia) di Torino dove i privati gestiscono il 45% dei servizi. «Le famiglie sono disperate e anche le imprese». L’Api torinese ha fatto ricorso con l’associazione "Family Smile", l’asilo "Canadian Island" di Firenze e un gruppo di mamme, per la mancata riapertura di nidi e materne nella Fase 2 dell’emergenza sanitaria. Il Tar del Lazio dovrebbe decidere oggi. Incomprensibile rimane la chiusura dei nidi, eccetto che a Trento e a Bolzano e nel Veneto con l’ordinanza di Zaia, a fronte di una riapertura per lo 0-3 anni dei centri estivi. «Non siamo contenti per niente, non c’è la volontà di riaprire i nidi, le famiglie sono disorientate e arrabbiate. È dal 4 maggio che insieme alla regione Emilia Romagna chiediamo linee guida, arrivano ora fuori tempo massimo e solo per centri estivi: è una corsa contro il tempo, mentre i nostri lavoratori rischiano di rimanere senza salario » lamenta Alberto Alberani, vicepresidente nazionale di Legacoop sociale.

Valentina Suzzani ci ha provato, a Piacenza ha riaperto il nido, ma con la forma della prestazione individuale: un’educatrice per un bambino. Il costo? Come per una baby sitter, 10 euro all’ora. «Dovevate vederli i piccolini sorridere quando hanno visto le loro educatrici, la nostra è una sperimentazione perché in questo modo proviamo a ricominciare. Ma stiamo anticipando costi che potremo reggere solo per questo mese. Se il governo non ci sosterrà non si riparte».


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