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L’astronave di Milano che riporta a casa i cervelli in fuga

Da gennaio nell’area ex Expo lo Human Technopole, un mega centro per la ricerca Per lavorarci molti nostri scienziati hanno deciso di rientrare dall’estero

19/12/2020
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la Repubblica

Elena DUsi

Luci, bottoni e tecnologie. L’aspetto è quello di un’astronave atterrata alla periferia di Milano. E quando da gennaio lo Human Technopole aprirà i portelloni dei laboratori e si preparerà al decollo, capiremo se davvero è così aliena, per il nostro paese, l’idea di un centro di ricerca capace di pensare in grande, con 140 milioni di euro l’anno, apparecchiature alla pari con i principali istituti del mondo e scienziati che hanno scelto l’Italia non perché è la loro patria. Ma perché, come spiega il genetista Piero Carninci, triestino, 55 anni, da 26 all’Istituto Riken in Giappone, «questa è un’opportunità più unica che rara». O perché, aggiunge Nicole Soranzo, 50 anni, laureata a Milano, oggi professoressa ordinaria di genetica umana a Cambridge: «Avevo escluso categoricamente di tornare in Italia. Ma stavolta è diverso ». E come racconta anche Francesco Iorio, 42 anni, bioinformatico, esperto di intelligenza artificiale fin dalla tesi all’università di Salerno, oggi al Sanger Institute di Cambridge: «La ricerca è la mia vita. E quando 10 anni fa sono partito per Cambridge in automobile cercavo in assoluto le condizioni migliori. Oggi torno a Milano con la stessa convinzione. E un po’ anche con la stessa impressione di ripartire per l’estero ». Anche se stavolta con un biglietto aereo. «E due figli ormai inglesi».

Le sfide, quando nasce un centro di ricerca di queste dimensioni — 35mila metri quadri di laboratori nell’area Expo 2015, la sede centrale nel Palazzo Italia, 1000 scienziati e 500 persone di staff — non mancano. Così come non sono mancate le critiche, dal 2016, quando al Technopole furono garantiti per legge 140 milioni l’anno per 10 anni. Di concorrenza sleale parlò parte della comunità scientifica italiana, da sempre povera di fondi rispetto all’estero.

La prima sfida del reclutamento degli scienziati, per il Technopole, non può però dirsi andata male. «Il 70% delle domande sono arrivate dall’estero» spiega il presidente della Fondazione Human Technopole, Marco Simoni. «Ognuno di noi lascia situazioni ottimali, laboratori che corrono», dice Carninci, fine conoscitore del Dna e della miriade di interruttori che regolano i geni, incluse quelle molecole di Rna messaggero oggi usate per i vaccini contro il Covid. «E che fra 10 anni potrebbero curare molte altre malattie». Nelle mani di Carninci a Milano è stato messo il Centro di genomica funzionale.

«Il Technopole si trova in Italia, ma è un luogo internazionale. Segue quel tipo di regole lì» aggiunge Soranzo, che dirigerà il Centro di genomica medica e di popolazione. Si occuperà fra l’altro del sequenziamento del Dna dei 25mila partecipanti del progetto MoliSani, monitorati da 20 anni con visite e prelievi. «Non vorrei sembrare snob, ma la scienza oggi ha bisogno di massa critica. Il Sanger per esempio è un’impresa quasi industriale. Abbiamo programmi di sequenziamento del Dna per mezzo milione di persone. La Gran Bretagna vuole arrivare a 5 milioni di genomi da mettere nella sua Biobank. In Italia ci vorrà tempo, ma l’obiettivo è creare un’infrastruttura altrettanto grande per esplorare la genetica variegata del paese». A digerire la mole di dati penserà Iorio nel Centro di biologia computazionale.

Il reclutamento formale, per questi scienziati, è avvenuto con un bando internazionale. «Ho risposto con curriculum e cover letter» ricorda Iorio. «Sono stato invitato per l’intervista e ho parlato del progetto a cui avrei lavorato se fossi stato assunto. Davanti a me avevo i vertici del Technopole e scienziati di altri paesi. Mi sono sentito grigliato, non è stata una passeggiata» ricorda. «E oggi per scegliere i miei collaboratori seguo le stesse regole, che poi sono quelle valide in tutto il mondo».

Prima di lasciare un laboratorio ben finanziato all’estero, in realtà, uno scienziato ci pensa due volte. «Ci siamo sentiti con i colleghi, prima di decidere» racconta Carninci. «Ma tu ci vai per davvero? Allora vengo anch’io. È così che si raggiunge la massa critica». Bandi ufficiali, avvisi pubblicati sulle riviste scientifiche sono il percorso obbligato. «Ma usiamo anche i social» racconta Carninci. «Ho migliaia di contatti fra i colleghi nel mondo. Se mando un post in cui scrivo che mi sposto, qualcuno che mi segue ci sarà».

Paolo Swuec per esempio, il biochimico cui sono affidati i 5 criomicroscopi elettronici del Technopole, gioielli da vari milioni di euro l’uno capaci di distinguere gli atomi in una molecola, ha pubblicato questo tweet: “Dimentica il 2020, inizia il 2021 con il botto! Cerchiamo una figura che si unisca alla grande famiglia del centro di ricerca di biologia strutturale”. Segue il link del bando. Il primo ad atterrare a Milano e catalizzare l’attenzione, due anni fa, è stato il direttore Iain Mattaj, scozzese, prima alla guida dell’European Molecular Biology Laboratory. «Se uno come lui lascia un posto così prestigioso e si rimette in gioco, nel nostro ambiente si sa subito. Vuol dire che ci crede davvero» racconta Carninci. «Sappiamo che porta con sé un modo di lavorare serio» conferma Soranzo. Perché gli scienziati non hanno barriere e vivono nei 5 continenti (e anche in Antartide). Alla fine però il loro mondo è fatto di fama professionale e legami personali. «Ragioniamo in tempi lunghi» spiega Carninci. «Sappiamo che se fra 10 anni l’Italia sarà ricca di biotech, iniziative scientifiche ed economiche, dipenderà anche da noi».


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