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L'assenza dei laici

Ezio Mauro

28/01/2016
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la Repubblica

CON un tweet di incoraggiamento, come si fa con gli ultimi della classe, martedì il segretario generale del Consiglio d’Europa ha sollecitato l’Italia a compiere l’ultimo metro in Parlamento, garantendo il riconoscimento di legge a coppie dello stesso sesso «come stabilito dalla sentenza della Corte Europea dei diritti umani e come accade nella maggioranza degli Stati membri ». Siamo dunque osservati speciali, fuorilegge e fuori anche dall’Europa dei diritti, che vede ben 13 Paesi garantire la possibilità di contrarre matrimonio tra coniugi omosessuali, così come lo garantiscono Argentina, Uruguay, Brasile, Stati Uniti, Sudafrica. È questa la partita che si doveva aprire oggi al Senato e che invece è stata rinviata a dopo il Family day, sfrondata di ogni sovraccarico ideologico. La presa d’atto di una realtà di fatto che esiste da anni nella nostra società.

LA CONFERMA che questa realtà si basa sull’amore, la dignità e la libertà delle persone: e a questo punto, in ritardo ma inevitabilmente, il riconoscimento legislativo che si tratta di diritti, e che come tali vanno tutelati. Il ritardo, la sovrastruttura ideologica che circonda questa vicenda, il clima da guerra tardo- religiosa che l’avviluppa come in un film in bianco e nero, nascono prima di tutto da una sfasatura tra la società politica e la società civile. Ciò che il Paese non soltanto accetta e riconosce ogni giorno, ma semplicemente “vive” materialmente nella quotidianità del suo divenire, il sistema politico fatica a tradurlo e codificarlo. Come se il politico non vedesse più il sociale. O come se gli mancasse l’autonomia culturale per allineare Paese legale e Paese reale. A tutto questo concorrono una serie di debolezze assortite, nessuna delle quali è capace di una sintesi politica complessiva in grado di convincere il Paese, sconcertato.

La prima debolezza è il vuoto culturale che rivelano i partiti oggi. Nati tutti mercoledì scorso, dopo il suicidio per ragioni diverse di culture centenarie che formano l’ossatura dei sistemi democratici europei, non hanno un deposito di tradizioni e di valori riconoscibile, un portato storico, una cultura di riferimento a cui poter appoggiare i temi del momento e su cui costruire una posizione forte e identitaria. Vale per tutti: il Pd è sciaguratamente al bivio tra il riformismo di governo di un partito della sinistra occidentale e il pragmatismo trasformista di un indistinto contenitore di potere centrista, senza nemmeno la storia democristiana. Forza Italia è puro istinto di destra che non riesce a prendere un’idea di Stato e di governo, con elementi di mistica pagana vagamente idolatra. Il Movimento Cinque Stelle è la rabbia antisistema che punta a svilire le istituzioni per conquistarle morte, nella rincorsa alla palingenesi dell’anno zero che è una mitologia, non una cultura politica. Quanto alla Lega, è culturalmente ferma alla biforcazione tra il postfascismo nazionalista e xenofobo di Marine Le Pen e il culto separatista del dio Po, una ruspa sormontata dalla sacra ampolla.
In questo vuoto, ecco i vescovi, come ogni volta che si tratta più che del Vangelo, di leggi della Chiesa che riguardano i momenti della nascita e della morte, il corpo delle donne, la procreazione e la sessualità. Da vent’anni l’episcopato aveva tentato di evocare un Dio italiano che non era mai esistito, nel Paese considerato “naturalmente cristiano”, e di tracciare una via nazionale al cattolicesimo scambiando un patronage politico alla destra berlusconiana con una tutela legislativa sui temi più legati alla precettistica della vita quotidiana, trasformata nell’ideologia religiosa dei “principi non negoziabili”. Poi l’avvento di Bergoglio in Vaticano ha comportato una revisione capitale: dai precetti al Vangelo, dal magistero della condanna al magistero della misericordia, dallo scambio politico all’autonomia spirituale e pastorale, con il mondo come orizzonte, ben oltre Montecitorio.
È bastato che Francesco difendesse, come è ovvio, «la famiglia voluta da Dio, da non confondere con ogni altra unione» perché i vescovi indeboliti si sentissero legittimati a riprendere la battaglia politica che avevano perduto, con l’agenda parlamentare dell’Italia davanti agli occhi. Come ha ricordato Scalfari, il Papa ha spiegato che «la famiglia fondata sul matrimonio indissolubile, unitivo e procreativo è il sogno di Dio», aggiungendo però che «non bisogna mai dimenticare la necessità dell’amore misericordioso per quelli che per libera scelta o per infelici circostanze della vita vivono in uno stato obiettivo di errore». Il presidente della Cei, cardinal Bagnasco ha subito rilanciato, rivendicando ai vescovi il diritto di intervenire «come cittadini e come pastori» e ammonendo i laici credenti al dovere «di iscrivere la legge divina nella città terrena». Questa formula viene dal Concilio. Ma riproposta alla vigilia del dibattito parlamentare suona come un appello ai senatori cattolici ad adeguarsi al monito ecclesiale. Non c’è alcun dubbio che un politico cattolico farà risuonare nella mente e nel cuore le parole della gerarchia, e la “legge divina”: ma nello stesso tempo dovrà sapere che è chiamato dai cittadini, e non dalla Chiesa, a scrivere un’altra legge, quella degli uomini per gli uomini, in nome della Repubblica e all’ombra di una terza legge che tutti tutela e in cui il Paese si riconosce, che è la Costituzione. C’è dunque da augurarsi che decida tenendo conto di tutto questo e non soltanto della legge divina, nell’autonomia della sua ragione di libero cittadino parlamentare, libero prima di tutto da ogni vincolo di mandato, anche confessionale. La stessa libertà di coscienza, perché abbia un valore, è un atto che nasce da una riflessione individuale e autonoma, la coscienza, appunto - perché i parlamentari cattolici non sono una categoria sindacale che il pastore muove in gregge: altrimenti invece che all’obiezione di coscienza ci troveremmo davanti all’obbligazione di appartenenza, che è una cosa completamente diversa, se non rovesciata.
E qui, siamo di fronte alla terza debolezza, la più evidente. Perché nel dibattito manca clamorosamente la voce della laicità. Mancano i laici a destra, dove di liberale è rimasto ben poco, e quel che è rimasto ha venduto da tempo la quota liberale dell’anima al diavolo. Grillo si comporta come se guidasse una setta, e quindi per definizione non è interessato alla laicità ma ai riti sciamanici del leader visibile-invisibile. Salvini crede nel dio degli eserciti, che manda la tempesta ai barconi dei migranti. Il Pd ha contemporaneamente il pantheon vuoto e l’eclisse della laicità: senza Dio e senza laici. Restano i cattolici, non più “democratici” e gli ex comunisti, che vengono da un’altra chiesa e dalla realpolitik, e sono stati molte cose, ma mai laici. Quanto al presidente del Consiglio, che è “post” in tutto, lo si potrebbe definire anche post-cattolico, per quanto riguarda il suo ruolo politico: credente, non bacia l’anello e non prende indicazioni dalla gerarchia, come dimostra la decisione di andare avanti sulle unioni civili, ma per un disegno di modernizzazione, non per una cultura di laicità.
Manca dunque la testimonianza di un sentimento civile e costituzionale consapevole di sé e dei suoi valori, capace di distinguere le competenze della Repubblica e quelle della Chiesa, sapendo che le visioni del mondo, per quanto nobili e alte, debbono ispirare e muovere i cittadini, non lo Stato. Una cultura rispettosa delle fedi e della storia del Paese di cui il cattolicesimo è parte importante, ma che sappia separare confessioni e costituzioni, distinguendo tra la ricerca del giusto e la ricerca del bene, operando la suprema distinzione repubblicana tra la legge del Creatore e la legge delle creature: che in caso di conflitto deve prevalere perché tutela i diritti, tutti (compresa la piena libertà religiosa) ma di tutti, di chi crede come di chi non crede. Manca una voce che semplicemente ricordi oggi a tutti, nel riguardo per ognuno, che la libertà e la dignità delle persone, di qualsiasi orientamento sessuale, sono i veri valori non negoziabili, non segni di misericordia. Dentro il Parlamento e fuori, nel Paese.

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