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In cattedra chi ha punti E chi ha talento sta fuori

da Il Tempo Lunedì 29 Ottobre 2001 Paradossale burocrazia nelle Accademie d'Arte e nei Conservatori In cattedra chi ha punti E chi ha talento sta fuori NEL 1956 moriva per infarto a Roma, Enri...

30/10/2001
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da Il Tempo
Lunedì 29 Ottobre 2001

Paradossale burocrazia nelle Accademie d'Arte e nei Conservatori
In cattedra chi ha punti E chi ha talento sta fuori
NEL 1956 moriva per infarto a Roma, Enrico Prampolini, il famoso pittore futurista. Era nato a Modena sessantadue anni prima e oltre che per la sua pittura era celebre a Parigi, a Vienna, a Berlino e in Italia, come il più originale degli scenografi moderni, dopo il grande maestro Appia. Siccome non nuotava nell'oro e il Futurismo non interessava più a nessuno, due anni prima egli aveva deciso di dedicarsi all'insegnamento e aveva vinto una cattedra di scenografia presso le Accademie di Belle Arti. Abitava a Roma e spesso soffriva di crisi cardiache sicché, vista la sua fama, sperava che gli sarebbe stata assegnata una cattedra presso quella Accademia. Il ministero della Pubblica Istruzione per una questione di puntiglio e di punteggio, gli assegnò invece la cattedra di Milano. Offeso e disperato, Prampolini si rivolse al ministero; lo accompagnai io ben tre volte dal direttore, commendator Leone, a chiedere il trasferimento a Roma, insistendo con certificati sulle condizioni precarie del cuore del Maestro.
La cattedra di Roma era stata assegnata a un certo Piccolo, assai poco conosciuto sia come pittore che come scenografo, però raccomandato da Saragat e con un punteggio burocratico più favorevole.
Quindi Prampolini andò e tornò Roma-Milano-Roma, per alcuni mesi con la sua "cinquecento". Non c'era ancora l'autostrada del Sole e certamente quei viaggi esasperanti e l'ingiustizia patita, aggravarono la sua malattia fino alla sua improvvisa scomparsa.
Questa non è una parabola, ma una storia tragica e vera, che speravamo durante tanti anni mettesse a nudo il difetto fondamentale dell'insegnamento artistico in Italia. Qui infatti, la maggior parte degli insegnanti non sono artisti attivi e aggiornati che partecipano alla vita artistica, ma piuttosto piccoli burocrati, pseudo artisti, i quali sono esperti nella raccolta dei punti di merito non artistico, ma gerarchico e cronologico.
Non vige la meritocrazia, bensì la puntocrazia.
Un tempo le esposizioni personali, la partecipazione alle grandi mostre con la Quadriennale di Roma o la Biennale di Venezia, contavano molto nel calcolo dei punti; la fama artistica contava di più "dell'anzianità nell'insegnamento" che sembra essere oggi il criterio decisivo nella destinazione degli incarichi didattici. Prevale quindi una categoria di insegnanti burocratizzati, artisti anonimi, i quali sembra che si riproducano fra di loro per partonogenesi, poiché le commissioni selezionatrici sono scelte fra questi stessi professori all'interno delle Accademie. Picasso, con questo sistema, potrebbe facilmente essere bocciato.
Il ministro fascista Bottai aveva rotto questa procedura incestuosa, assegnando alcune cattedre senza concorso e senza punti ad artisti noti per la loro abilità e per il loro talento, per "chiara fama", cioè per meriti esclusivamente artistici.
Il ritorno alla democrazia ha scantonato dai problemi della creatività e ha consegnato la scuola agli ineffabili insegnanti di professione, spesso artisti della domenica e tanti, come Prampolini e gli studenti, ne hanno fatto le spese.
Fra le tante riforme della scuola di cui sentiamo spesso parlare, compresa quella del ministro Moratti, nessuno ha mai preso in considerazione le condizioni disastrose dell'insegnamento artistico in Italia.
A cosa serve un diploma dell'Accademia o del Conservatorio, se non a creare quasi sempre, altri nuovi insegnanti, privi di un rapporto concreto con la vita e schiavi della scuola e delle graduatorie?
Nessuno ha dato un'occhiata alle riforme di quelle scuole in Francia, in Germania o in Gran Bretagna. Dopo il '68, dopo la rivolta di quegli studenti di architettura coraggiosi detti "gli uccelli", famosi a Roma quanto a Berlino, qualche cambiamento nelle accademie, nei licei artistici e nelle scuole di architettura, si poteva studiare e mettere in opera. Qualcosa è stato fatto, però per fare contenti tutti, si è fatto il peggio.
Si dice che il ministero stia per assumere 200 o 250 nuovi professori "di ruolo" per le accademie, ma in questa selezione, quali criteri saranno seguiti? Finché in tutte queste scuole non verranno imposti certi obblighi esse resteranno delle scuole inutili. Chi avallerà le nomine dei nuovi maestri?
Occorre creare una scuola nuova, a tempo pieno, dove i giovani siano ammessi con prove attitudinali, per poi lavorare nei loro spazi adatti, insieme ad artisti e architetti con esperienza di vita e qualità professionali e non solo didattica, i quali apportino l'astensione o almeno tracce della loro "creatività", anche per periodi brevi. Non importa che essi siano "di ruolo" o quanti punti abbiano, importa che sappiano stimolare il senso della qualità nel fare, il mestiere, le tecniche, anche quelle tradizionali.
La scuola deve fondarsi sul concetto di "emulazione" che è il più naturale motivo per apprendere. Non si può insegnare cosa è l'Arte, bisogna insegnare a farla e a riconoscerla. Non basta aggiornarsi sulle ultime tendenze e scimmiottare "l'arte concettuale" ovvero la "body art" come si va insegnando ora. Con la conseguenza che gli studenti dell'Accademia di Perugia, dopo avere appreso ad usare le vernici "spry" si sono divertiti a spruzzare a colori le sculture della fontana di piazza Maggiore, un capolavoro di Nicola Pisano eseguito nel 1270. Quasi tutti i "kamikaze" giapponesi che pilotavano i loro aerei contro le navi americane, erano studenti futuristi, aeropittori delle accademie di Tokyo, Kyoto e Osaka.
Tutto o nulla, può essere arte, sembra, ma non è così.