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Impreparati a tutto

La scuola senza certezze

18/08/2020
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la Repubblica

Chiara Saraceno

Impreparati. Nonostante il Covid 19 sia con noi ufficialmente ormai da molti mesi, una successione di decreti di urgenza, il prolungamento dello stato di emergenza, commissioni tecniche di vario tipo ciascuna con le proprie indicazioni, il Paese appare singolarmente impreparato a convivere con il Covid 19 non dall’oggi al domani, appunto come una emergenza di breve durata, ma come dato, se non, sperabilmente, strutturale, certo di non breve periodo. Che perciò richiede provvedimenti non emergenziali, ma che facilitino i cambiamenti — di comportamenti, di organizzazione — necessari per poter lavorare, studiare, avere una vita di relazione in condizioni di ragionevole sicurezza.

Era prevedibile che l’apertura delle frontiere avrebbe aumentato i rischi di diffusione del contagio, ma ancora oggi il sistema di controllo e somministrazione dei tamponi a chi arriva appare impreparato, colto di sorpresa sia sul piano normativo sia nella disponibilità effettiva del servizio. Analogamente era prevedibile che l’apertura delle discoteche, il "liberi tutti" negli spazi di aggregazione, le diverse autonome decisioni delle regioni su questo, come su altri temi, il diverso modo con cui sono stati regolati gli eventi culturali (molto più restrittivamente) rispetto a quelli ludici, avrebbe dato un messaggio di scarsa chiarezza e superficialità, generando sfiducia e insofferenza verso le restrizioni, senza davvero facilitare una riorganizzazione del settore ludico e del divertimento.

Al solito, la scuola è il concentrato di questa impreparazione e superficialità nell’affrontare i problemi, unita a quello che sembra quasi un’opera di sistematico scoraggiamento di chi si adopera per trovare soluzioni. Hanno ragione i presidi a lamentare il ritardo con cui arriveranno i banchi monoposto, visto che il bando è stato espletato solo in agosto, a oltre cinque mesi dalla chiusura delle scuole. Hanno ragione ad essere sconcertati dell’apparente voltafaccia del comitato tecnico scientifico che, dopo aver discettato di metri statici e dinamici e di "rime buccali", è arrivato a sostenere che si può scendere sotto il metro, purché con mascherina e finestre aperte, oltre tutto senza differenziare per età. E senza che il governo e il parlamento abbiano ancora trovato il tempo di chiarire se e chi ha responsabilità penale in caso di contagio.

Mentre presidi, amministrativi, insegnanti di buona volontà hanno passato l’estate con il metro in mano, correndo dietro ad indicazioni tardive, generiche e mutevoli, non si ha notizia di un lavoro sistematico e non affidato solo alla buona volontà e disponibilità individuale, per la formazione alla didattica digitale, nonostante questa sarà sempre più necessaria non solo in caso di temporanee chiusure, ma come integrazione della didattica " normale".

Tantomeno si ha notizia di un lavoro di messa a punto di pratiche e metodologie didattiche più adeguate di quelle che già avevano mostrato i propri limiti prima dell’emergenza. Tutti hanno diritto alle ferie e al riposo. Ma in un anno così eccezionale, in cui tanto si è tolto ai bambini e ragazzi, qualche investimento di tempo e intelligenza in più, magari anche con riconoscimento economico, sarebbe stato opportuno. Anche i presidi da tempo avrebbero dovuto sapere di aver bisogno di spazi e gli enti locali avrebbero dovuto collaborare a questo scopo. Invece tutto sta avvenendo a macchia di leopardo. Là dove non si sono (ancora) trovate soluzioni, peggio per gli studenti (e le loro famiglie), con la ministra che se ne lava le mani scaricando la responsabilità solo sul livello locale.

Come se non fosse la garante ultima del diritto all’istruzione.

L’incertezza sulla ripresa non è dovuta solo alla ripresa del contagio che si sarebbe dovuto e potuto controllare meglio. Anzi c’è il rischio che si utilizzi questo per nascondere l’impreparazione.