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Il tramonto dei Maestri

L'articolo 34 della Costituzione garantisce ai meritevoli l’accesso ai gradi più alti degli studi. Ma in un Paese ormai privo di guide autorevoli anche questo diritto è violato

22/06/2019
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la Repubblica

Michele Ainis

Il maestro è nell’anima», cantava nel 1990 Paolo Conte. Trent’anni dopo, forse ci è rimasta l’anima, ma non abbiamo più maestri. Non possiamo più ascoltare la voce di Margherita Hack che ci parla delle stelle, né leggere una nuova poesia di Alda Merini. Ci hanno lasciato Bobbio, Eco, Montanelli, Veronesi, Levi Montalcini.

Chi li ha sostituiti, chi? Se ti guardi attorno, incroci un paesaggio vuoto. O al più abitato da mezzibusti e da mezzeculture, come li chiamava Adorno. Uomini senza la genialità dei grandi pensatori, ma senza neanche la grazia selvatica dell’analfabeta. E in genere senza una tempra morale che li elevi dalla mediocritas che segna il nostro tempo.

È infatti questo il principale attributo dei maestri: l’altezza. Fin dall’epoca romana il magister è magis, è un uomo che vale più degli altri, che li surclassa per senno e per sapienza. Però il maestro non comanda, dirige. Potremmo definirlo il dirigente delle classi dirigenti. E la sua autorità è morale, piuttosto che giuridica. Sarà forse per questo che i maestri – almeno in Italia – formano una razza in estinzione. Perché alle nostre latitudini è in crisi l’etica pubblica, sono in crisi le classi dirigenti. Manca l’orchestra, insomma, e dunque manca chi sia in grado di dirigerla.

Ne è prova il livello d’istruzione dei nostri governanti. Il gabinetto Conte ha tra le più basse percentuali di laureati dal 1946: 22,7%. Non hanno un diploma di laurea in tasca né Di Maio né Salvini, i due motori politici dell’esecutivo. E quest’ultimo è il primo ministro dell’Interno non laureato nella storia dell’Italia repubblicana. Certo, nessuna laurea garantisce la qualità delle persone. Benedetto Croce, per esempio, non fu mai dottore. Però dai numeri nasce una domanda. Nel 1909, in seno all’ultima Camera eletta a suffragio ristretto, i laureati erano il 79%; quarant’anni dopo, fra i banchi dell’Assemblea costituente eletta viceversa a suffragio universale, quella percentuale s’attestava comunque al 74,2%; adesso invece vola rasoterra. Ecco, perché?

Eppure negli ultimi decenni il numero di italiani con una laurea in tasca è divenuto sempre più elevato. Se il livello d’istruzione dei politici ha seguito la traiettoria opposta, significa che la politica oggi riflette il peggio della società italiana, o comunque la sua componente culturalmente più arretrata. E come la politica altresì l’economia, le banche, i sindacati, l’università, il sistema dei media. Nei luoghi in cui s’esprime la nostra classe dirigente di rado prevalgono i migliori. Contano i parenti piuttosto che i talenti. E infatti la mobilità intergenerazionale – che misura la probabilità di schiodarsi dalla classe di reddito dei propri genitori – in Italia è 3 volte più bassa rispetto agli Stati Uniti. Di conseguenza il 60% degli italiani rimane intrappolato nel suo ceto d’origine (Ocse 2018).

Questo stato di cose offende la Costituzione, oltre che il comune sentimento di giustizia. Dice l’articolo 34: «I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». È forse la norma più alta della nostra Carta, la più eloquente. Perché vi si riflette un’idea di società fondata sulle capacità degli individui, anziché sul certificato anagrafico che ciascuno di noi riceve in sorte.

Come già prometteva la Déclaration del 1789: eguaglianza significa che tutti i cittadini possono ricoprire un ruolo pubblico, «senz’altra distinzione che quella della loro virtù e del loro ingegno».

Si dirà che è un’utopia, un modello irrealizzabile. Vero, la società perfetta non esiste. Tuttavia le norme costituzionali servono a indicare una direzione verso cui procedere, come accadeva agli antichi naviganti osservando gli astri.

Noi invece, a quanto pare, procediamo in direzione opposta. E l’eclissi dei grandi maestri ne è forse la prova più evidente. Scriveva nel De magistro San Tommaso che il sapere, come la virtù, sussiste in potenza dentro ciascun uomo. C’è bisogno però d’un maestro che faccia da levatrice, e che al contempo sia fonte di trasmissione della conoscenza fra le generazioni. Senza maestri, dunque, si spezza la catena d’esperienze e di saperi che proietta il passato sul futuro, la società di ieri verso quella di domani.

Sicché risuona, di nuovo, la domanda: perché? Per quale ragione siamo rimasti orfani di qualunque guida? Non perché in Italia manchino le intelligenze, né le competenze. Manca piuttosto un ambiente che sappia allevarle, e che sia in grado poi di riconoscerle.

Se il successo dipende da fattori effimeri, superficiali. Se la carriera premia le relazioni, anziché gli sforzi individuali. Se le classi dirigenti non prendono in mano un libro nemmeno per leggiucchiarne il titolo. Se ogni ateneo promuove i cuccioli di casa, sbarrando la porta agli studiosi che bussano da fuori. Se tutto questo accade – e accade – allora c’è un problema che riguarda non tanto la cultura, quanto piuttosto l’istruzione.(Ri)cominciamo da lì.