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Il senso dell’istruzione le relazioni con gli altri

di Don Antonio Mazzi

20/07/2019
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Corriere della sera

Un gran titolo pare dare ragione alla quasi disperazione dei nostri professori. Il titolo. «La solitudine in cattedra». E poi, una fila infinita di percentuali con la sintesi finale: tra i 35 Paesi inseriti nella classifica mondiale riguardante la reputazione sociale degli insegnanti, l’Italia è l’ultima in Europa e terzultima nel mondo, dopo il Brasile ed Israele. Perché siamo caduti in questo malessere così devastante e quasi irreparabile?    Vorrei essere una voce e una testimonianza diversa, contraria, positiva e credibile. Sono arrivato a novant’anni e ho attraversato le situazioni sociali ed educative più tragiche degli ultimi decenni. Dalla alluvione del Po, negli anni Cinquanta, alla Primavalle degli anni Sessanta, alla Legge 180 con Basaglia, al Parco Lambro degli anni Settanta-Ottanta, al terrorismo degli anni Novanta.

In tutte queste realtà, ho rischiato più volte la vita. Dimenticavo che ho ospitato anche i primi rom per dei «corsi professionali», organizzati dalla Regione Lombardia, quando l’assessore era Filippo Hazon. Non mi è mai passato per la mente il complesso del fallimento e l’idea dell’inutilità, della solitudine, della fuga (detta anche prepensionamento) dal campo. Per un motivo molto semplice: ho scelto campi che i «normali» mai avrebbero affrontato, ma che sono sempre esistiti e che hanno trovato adulti i quali, capiti i problemi, li hanno affrontati, smontando dalla cattedra, mettendo subito in chiaro a se stessi che non sarebbero diventati né simpatici, né popolari, né famosi, né sicuri.

Migliaia di docenti, psicologi, insegnanti di sostegno, assistenti sociali, presidi, sindacalisti, giovani universitari, hanno affrontato situazioni tre volte più pesanti di quelle odierne, felici di rischiare. De Bartolomeis, Don Milani, Terzian, Nicoletti, i primi obiettori di coscienza, Andreoli, il gruppo di Pedagogia speciale di Bologna con Canevaro, l’Enaip di Roma con Calmarini, hanno inventato le cooperative integrate e trasformato le «istituzioni totali» in gruppi di inserimento nella scuola, nel lavoro, nelle «case» famiglia, con l’uso dei luoghi e dei mezzi di trasporto per tutti.

Nel contempo nascevano i movimenti studenteschi, il terrorismo, Gheddafi, il Concilio Vaticano II, veniva ucciso Aldo Moro e il presidente Kennedy, si moltiplicavano le fughe dei nostri dal Sud al Nord in cerca di un lavoro, l’uso e l’abuso delle elezioni trasformavano i governi in battaglie politiche ben più pesanti e serie di quelle odierne. La Scuola è sempre sopravvissuta, come vittima e non come luogo di formazione culturale, sociale e democratica. Cosa, per me, inspiegabile! I nostri Recalcati, Bauman, Carofiglio, Ammaniti sono tornati a Socrate, Platone e Ulisse per fare qualche riflessione dignitosa. Però, anche loro, oggi, denunciano sconsolati la totale sconfitta della Scuola e sono arrivati a parlare di analfabetismo.

Pare che la causa di tale disfatta sia partita non solo in seguito agli esami di Stato di quest’anno, ma soprattutto dalle prove Invalsi. I titoli degli articoli sono drammatici, accusando il Potere per aver rubato le parole ai nostri ragazzi, la scuola per il penoso ritardo e l’invasione informatica, per completare il fallimento. Io voglio affrontare il problema, partendo da una interpretazione atipica, ma più vera e più profonda per un verso e meno drammatica per un altro. E vengo al mio pallino: le relazioni, le interazioni, la stima dei giovani verso noi adulti. Negli articoli affrontiamo sempre il secondo tempo del problema: la scrittura, la povertà del linguaggio scritto.

Ma il primo tempo, quello delle relazioni: dove l’abbiamo lasciato? Vi debbo dire che una volta instaurata una relazione autentica anche i ragazzi che con l’Invalsi davanti farebbero fatica a compilare formule o ad indovinare risposte, sono coloro che sanno trovare le parole più autobiografiche e più pregnanti. E io mi rifiuto, anzi, mi sento offeso nel leggere con quanta facilità noi releghiamo tra gli analfabeti proprio questo tipo di ragazzi. Perché gli analfabeti, in questo caso, saremmo noi!


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