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Il ritorno a settembre è un sogno velleitario

Si parla poco dei grandi atenei statali e forse sarà bene partire da lì. Anche perché sono già la prova più lampante di quel che avverrà a settembre.

19/07/2020
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La Stampa

Chi ha avuto modo di entrare in questi giorni in un'aula universitaria sa bene che il ritorno all'istruzione a settembre è solo un proclama rincuorante e velleitario.

Si parla poco dei grandi atenei statali e forse sarà bene partire da lì. Anche perché sono già la prova più lampante di quel che avverrà a settembre.

Non servono grandi sistemi di calcolo. Basta un colpo d'occhio. Un'aula che prima conteneva duecento studenti ora ne conterrà forse una settantina. E gli altri? Dovranno restare a casa? Inutile parlare di lezioni ridotte (di numero e di orario), ingressi scaglionati, corsi serali. Strumenti come la piattaforma "Spazio alla scuola", realizzata per misurare virtualmente superfici, posti, capienza, sono senza dubbio utili. Ma il problema concreto non è risolto. D'altronde in Italia le aule erano del tutto insufficienti già prima.

La pandemia ha una sua spietatezza e, oltre ad acuire le disuguaglianze, esasperare le discriminazioni, porta alla luce i gravi limiti di una governance che negli ultimi anni ha intaccato e, anzi, svuotato i beni pubblici. Dopo il dramma del sistema sanitario è il turno di scuola e università. A due mesi dall'ipotetica riapertura non è difficile prevedere che settembre sarà per molti – studenti, docenti, famiglie – il tempo del disinganno e dello sconforto. Le ripercussioni sono imponderabili.

Perché allora non parlare con chiarezza e responsabilità? Perché almeno una volta, di fronte a una situazione culturale gravissima e senza precedenti, non prescindere dagli schemi propagandistici? Se il ministro dell'Università Manfredi per lo più tace, e già si è fatto notare per l'assenza, la ministra dell'Istruzione Azzolina adotta strategie diverse che vanno dalla rassicurazione di principio all'uso 

iperbolico di tecnicismi, sigle, tabelle, dalla denuncia complottistica di qualcuno che vorrebbe far saltare i suoi piani a una comunicazione personalizzata (sono donna e giovane, perciò vogliono colpirmi).

Ma l'allarme lanciato dai sindacati, che riguarda le risorse economiche, l'organizzazione della didattica, l'assunzione straordinaria di personale, è opportuno e ben fondato. Il rischio è che dopo la pausa estiva, quando ormai sarà troppo tardi anche per qualsiasi improvvisazione, chi ha una funzione scaricherà sugli altri il peso della scelta, o meglio, della non-scelta. A scapito, come sempre, dei più deboli.

Dopo gli elogi chiassosi e fuorvianti della didattica a distanza è il momento di riconoscere il fallimento di questi ultimi mesi, un apice toccato, a causa del covid, dopo anni e decenni di tagli alla scuola e all'università, di riduzione economica e politica del ruolo dei docenti, di imperdonabile svalutazione della ricerca. Il decadimento culturale di questo paese è ormai più che evidente. Lo dimostrano anche i recenti dati sulla lettura. Non è solo l'analfabetismo di ritorno degli adulti. Molti ragazzi stentano a esprimersi in italiano, non conoscono una seconda lingua, hanno difficoltà strutturali di concentrazione, quasi

un'estraneità allo studio e, soprattutto in alcune aree, sono privi di competenze scientifiche e tecniche oggi indispensabili.

Non si venga a parlare confusamente di palliativi, di banchi con le rotelle, di «metro statico», dell'affitto eventuale di cinema e teatri. Quel che vediamo oggi sono biblioteche inspiegabilmente semichiuse, università e scuole più o meno impraticabili.

O si cambia rotta oppure si affonda. Si spieghino con serietà problemi, ostacoli, pericoli. Si riconosca il grande limite della didattica a distanza a cui purtroppo si dovrà in gran parte ritornare. Ma soprattutto si apra una fase di riflessione per fare della crisi pandemica l'opportunità di una nuova formazione. —

Donatella Di Cesare Docente di Filosofia

a "La Sapienza" di Roma


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