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Il Paese senza istruzione

Lo scandalo della scuola dimenticata

09/06/2020
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la Repubblica

Stefano Mancuso

Lo stato in cui versa la scuola italiana è di una tale gravità che dovrebbe preoccupare chiunque, anche i meno sensibili al futuro del nostro Paese. Fra i 37 Paesi dell’Ocse, l’Italia è stabilmente all’ultimo posto per la percentuale di spesa pubblica riservata all’istruzione.

Destiniamo ai diversi gradi del nostro sistema educativo, dalla scuola materna all’università, il 6,9% del totale della spesa pubblica.

Spendono più di noi semplicemente tutti: gli Usa (11,4%), la Gran Bretagna (12,2%), il Messico (16,4%), la Colombia (9,8%), il Cile (17,4%), la Corea del Sud (12,9%), Israele (12,9%).Tutti! Per l’istruzione pre-primaria e primaria l’Italia ha speso nel 2017, 25 miliardi, 5 miliardi in meno di quanti ne spendeva nel 2009. Per l’istruzione secondaria (medie e superiori) ha speso 30 miliardi nel 2017, 2,3 in meno che nel 2009. Infine, per l’università ha speso 5,5 miliardi nel 2017, erano 7 nel 2009. Nell’ambito dell’investimento sull’università, l’Italia spende meno di qualsiasi altro Paese europeo in termini di percentuale (0,3%) del Pil.

Inoltre, nello stesso periodo (2009-2017) in cui noi diminuivamo costantemente le risorse da destinare all’istruzione, gli altri Paesi europei, al contrario, le aumentavano consistentemente.

È una situazione talmente grave che non si sa neanche dove iniziare il racconto delle nefandezze che causa al nostro Paese. L’abbandono scolastico è un problema che ci affligge dai tempi della legge sull’istruzione obbligatoria (1877) e oggi i nostri dati sono incomparabili con quelli dei nostri confinanti europei. Essendo ultimi fra i paesi Ocse per investimenti sulla scuola, non c’è da stupirsi se siamo anche ultimi (sempre dati Ocse) per il grado di istruzione dei nostri giovani. Il 19,7% dei giovani in età lavorativa (16-29 anni) e il 26,4% degli adulti (30-54 anni) hanno minime capacità di lettura; il 29,8% degli adulti in età lavorativa ha scarse o nulle competenze matematiche. Ne consegue che per molti italiani non è possibile distinguere notizie palesemente false; significative fasce della popolazione sono certe che i vaccini facciano male, che le scie chimiche degli aerei siano opera della Cia e piazze intere gremite di persone sono convinte che il coronavirus non esista.

Continuiamo? Abbiamo il più basso tasso di laureati d’Europa, dopo la Romania (ma la Romania ha delle giustificazioni) e uno fra i più alti tassi di dispersione scolastica del mondo. La nostra scuola è retta da precari, la nostra università è retta da precari, la nostra ricerca è fatta da precari, che per mantenere questo baluardo di civiltà ricevono per il loro lavoro stipendi da fame.

Com’è possibile che un Paese moderno, con un’economia in recessione costante, una natalità spenta, una mobilità sociale da società feudale e una drammatica prospettiva di ulteriore marginalità non abbia mai avuto un governo in grado di intendere che investire in istruzione e ricerca è di gran lunga l’investimento più redditizio che si possa immaginare?

Ho passato gran parte della mia vita dentro l’università italiana cercando di produrre una ricerca dignitosa in condizioni incomparabilmente più svantaggiate dei miei colleghi europei, americani, asiatici con i quali pure concorriamo per un mercato che è globale fin dal Medioevo. Conosco lo stato miserabile del suo finanziamento, i mezzi inesistenti, la riduzione costante dell’organico, le decine di miei allievi che hanno dovuto lasciare l’Italia, gli edifici cadenti, la burocrazia per la quale non esistono più aggettivi capaci di descriverla (ho appena deciso di abbandonare una gara in cui mi era richiesto di masterizzare un cd...) eppure, nonostante ciò, ho sempre pensato che se non c’erano le possibilità economiche si sarebbe dovuto fare il meglio che potevamo con il poco che c’era. E munito, di pazienza ero pronto a far fronte alle ulteriori ristrettezze che certamente seguiranno alla attuale crisi. Ma poi leggo che il nostro governo destinerà 3 miliardi al rilancio di Alitalia e, un po’ meno della metà, 1,4 miliardi all’intero settore della scuola, dell’università e della ricerca e… cado come corpo morto cade.