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Il Messaggero-Ma le vostre idee sono rigide e antiquate - di M.D'Alema

MA LE VOSTRE IDEE SONO RIGIDE E ANTIQUATE di MASSIMO D'ALEMA SI CONCLUDONO oggi a Roma gli stati generali della scuola voluti dal ministro Moratti come vetrina della nuova riforma. Nelle stesse ...

21/12/2001
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Il Messaggero

MA LE VOSTRE
IDEE SONO RIGIDE
E ANTIQUATE
di MASSIMO D'ALEMA
SI CONCLUDONO oggi a Roma gli stati generali della scuola voluti dal ministro Moratti come vetrina della nuova riforma. Nelle stesse ore la città sarà percorsa dal lungo corteo annunciato dagli studenti e dagli insegnanti che quella riforma contestano alla radice. Dunque, di là il governo e una rappresentanza qualificata di docenti, presidi, genitori. Di qua i ragazzi che da un paio di mesi rivendicano le loro ragioni con manifestazioni e proteste. Una scena già vista? Se ci limitiamo alla fotografia del malcontento è probabile di sì. Ogni governo ha subito la sua buona dose di contestazioni, a volte per la resistenza conservatrice verso il nuovo, più spesso contro l'immobilismo decennale della scuola italiana e della classe dirigente che avrebbe avuto il compito di modernizzarla. Diciamo pure che l'argomento, per tante ragioni, è stato sempre scivoloso, le sensibilità molto sviluppate e la diffidenza nei confronti della politica comprensibilmente elevata. Eppure, nonostante tutto, la scuola italiana in questi ultimi anni è cambiata. Ha ripreso vitalità, è tornata dopo molto tempo al centro dell'attenzione anche in ragione delle novità che i ministri Berlinguer e De Mauro hanno tenacemente introdotto e difeso. Non è questa la sede per una difesa d'ufficio di quelle innovazioni. Altrove lo si è fatto con dovizia di argomenti e risultati. Piuttosto, è di qualche utilità recuperare l'ispirazione di quell'impianto, il fondamento sul quale poggiava, anche per capire meglio le differenze che lo dividono dall'impostazione attuale.
La scuola '#8212; questo all'osso è stato il principio seguito '#8212; non è un'istituzione statica, qualcosa che funziona secondo una logica esclusiva, slegata dall'ambiente e dalla storia che la produce. La scuola cambia con la società che la circonda. E quando questa relazione si incrina o si spezza la scuola perde la sua funzione vitale riducendosi alla trasmissione burocratica di nozioni e demotivando i suoi protagonisti. Non è dunque una modellistica teorica quella che può rinnovare le cellule dell'organismo ma solo il legame attivo tra la dimensione del sapere e della formazione e lo sviluppo e l'evoluzione della società, delle sue discipline, dei suoi interessi. Una società lenta e un'economia impacciata difficilmente stimoleranno apparati formativi moderni e creativi. E viceversa un sistema d'istruzione ancorato a moduli e contenuti invecchiati finirà col rallentare la crescita complessiva del paese. Per molto tempo l'Italia ha pagato il prezzo di una scarsa consapevolezza di questo legame. La scuola è stata considerata a lungo un contenitore da governare nelle sue procedure e nel suo funzionamento ma senza che l'attenzione si concentrasse, com'era invece necessario, sul contenuto. Ne sono scaturiti ritardi e lentezze che hanno trovato giustificazione e copertura nell'assenza colpevole di un profilo riformatore. Insomma troppo a lungo la politica si è occupata della scuola poco e male, delegando a una minoranza di insegnanti seri, capaci e motivati la gestione di una delle risorse strategiche del paese. Nell'ultimo decennio l'Ulivo ha cercato di superare questo ritardo e lo ha fatto '#8212; un po' come per l'euro '#8212; pure sotto la spinta della nuova competitività che siamo chiamati ad affrontare. Se la sintesi non appare eccessiva, si può dire che anche in questo campo ha funzionato il "ricatto" di un vincolo esterno. E cioè dovendo superare una condizione di ritardo strutturale dei nostri apparati formativi abbiamo pigiato sul pedale dell'innovazione e delle riforme '#8212; dall'autonomia al prolungamento dell'obbligo e ai nuovi cicli '#8212; considerando queste le condizioni necessarie per non essere di colpo marginalizzati dentro quel nuovo organismo sovranazionale che è l'Europa. Insomma, è accaduto che dopo qualche decennio di lento e soporoso cammino abbiamo iniziato a correre, con i rischi di un'accelerazione che ha prodotto molti buoni risultati ma anche '#8212; ed è giusto riconoscerlo '#8212; qualche limite ed errore. Resta il fatto '#8212; lo ripeto '#8212; che una scuola da tempo immemorabile uguale a se stessa è cambiata nell'arco di un quinquennio più che nei cinquant'anni precedenti. Il che rappresenta, sia consentito dirlo a chi nel recente passato ha ricoperto qualche responsabilità di governo, un merito certo e indubitabile. Ma veniamo all'oggi. Dopo le elezioni e la vittoria del centrodestra, siamo entrati in una fase nuova. Una fase che vede il governo impegnato in primis ad annullare le principali riforme realizzate dall'Ulivo contestandone l'efficacia e, talora, persino la legittimità. Sinceramente, non pare questo il modo migliore di affrontare problemi delicati e complessi com'è appunto il tema in oggetto. Ma a parte questo quel che colpisce è la contraddizione grave di una classe dirigente che, presentatasi come artefice della modernizzazione, sceglie di partire col piede sbagliato. Non solo e non tanto per il merito di alcune tra le riforme annunciate dal ministro Moratti '#8212; valga per tutte, l'idea di reintrodurre a tredici anni l'obbligo di scelta tra una formazione qualificata e l'avviamento professionale '#8212; ma ancora una volta per l'impianto culturale del modello che viene proposto e sul quale, merita ricordarlo, si concentrano le proteste di studenti e operatori della scuola. Ripristinare i vecchi percorsi formativi, concepire la formazione professionale come un sistema di corsi aggiuntivi senza alcun legame con il curriculum didattico precedente, riprodurre la segmentazione dell'obbligo in tre cicli distinti rafforzando l'anello debole del sistema attuale '#8212; la scuola media '#8212; e riducendo da cinque a quattro gli anni della secondaria, queste ed altre proposte riflettono né più né meno una concezione vecchia e superata della formazione. Una concezione svincolata soprattutto dalle dinamiche reali che stanno investendo e modificando la società, l'economia, i nuovi mercati. Dal governo arriva un'idea rigida e antiquata della scuola dove studieranno i nostri figli. Ma quell'idea riflette '#8212; questo è il cuore del problema '#8212; una concezione rigida e antiquata della società italiana e dei processi di innovazione che l'attraversano. L'effetto non può che essere uno, considerare l'impatto della tecnologia e delle nuove professioni semplicemente come qualcosa da "aggiungere" al modello preesistente e non come lo stimolo verso una diversa organizzazione dei saperi e della conoscenza. Stando così le cose si comprendono meglio le ragioni della protesta di molti giovani che non vedono nelle proposte del governo sufficienti garanzie per il proprio avvenire. Naturalmente ciò non toglie che si debbano contrastare allo stesso tempo alcune spinte conservatrici e alcune resistenze al cambiamento che pure albergano in settori del mondo della scuola. L'impressione è che sia anche interesse del ministro '#8212; almeno paiono confermarlo alcune sue dichiarazioni di ieri '#8212; riattivare l'ascolto e il dialogo con gli studenti e con le altre componenti che hanno manifestato in questi mesi dubbi, timori o aperta contrarietà verso le sue ipotesi di riforma. All'Ulivo e alla sinistra spetta il compito, non meno impegnativo, di avanzare un quadro di soluzioni alternative, misurando su questo il profilo di un'opposizione rigorosa e matura. In fondo siamo solo al primo atto di una vicenda che non sarà facile gestire per nessuno. L'augurio sincero è che la Signora Moratti abbia il coraggio e l'intelligenza di capire che quando una generazione di giovani manifesta il suo dissenso, la politica deve saper ascoltare, dialogare, rispondere. Attitudine '#8212; sia detto senza polemica '#8212; che gli attuali inquilini del governo non paiono possedere affatto.


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