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Il formalismo che penalizza sapere e cultura

La misura del merito

05/03/2021
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Corriere della sera

di Ernesto Galli della Loggia

Ci sono espressioni che da sole racchiudono l’essenza di una situazione storica o ritraggono lo spirito di un’istituzione. O magari, come sto per dire, illustrano indirettamente anche le contraddizioni di entrambe. L’espressione «capitale umano», ormai così frequente quando si parla d’istruzione, è una di queste.

Secondo la definizione datane dall’Ocse — da sempre grande propugnatrice e divulgatrice del suo impiego — per «capitale umano» s’intende «l’insieme delle conoscenze, abilità e competenze che facilitano la creazione di benessere personale, sociale ed economico». Si capisce subito dunque che si tratta di un’espressione congrua all’universo delle conoscenze economico-tecnico-scientifiche con un ovvio e forte risvolto di tipo produttivo. Che perciò la centralità che ad essa è ormai riservata corrisponde al proposito già da tempo in atto di fare sempre di più dell’istruzione un’appendice del cosiddetto «mondo del lavoro». Il che non può che significare una cosa precisa, e cioè privare sempre di più la scuola e l’università della loro autonomia formativa originaria per subordinarle a logiche e a fini esterni.

Non a caso la definizione suddetta di «capitale umano» si rivela ben poco adatta — a meno di non ricorrere a ridicole forzature semantiche — a trovare un’applicazione sensata nel campo del sapere delle discipline cosiddette umanistiche (giuridiche, filologico-letterarie, storico-filosofiche, psico-pedagogiche). Il quale, come è ovvio, non può certamente dar luogo ad alcun «benessere» misurabile in termini quantitativi, ad alcuna crescita di tipo economico, ad alcuna applicazione produttiva, ad alcuna creazione di start-up. È davvero difficile, ad esempio, immaginare come una ricerca sul diritto romano o sugli inni sacri di Manzoni possa «facilitare la creazione» di tutte le cose che auspica l’Ocse e dietro di lei i moltissimi che hanno fatto del concetto di «capitale umano» il proprio vessillo.

Eppure ormai da tempo nel nostro sistema d’istruzione, in specie in quello universitario, questa misurazione e valutazione quantitativa — implicita nel concetto di «capitale umano» — è diventata in tutto e per tutto dominante in modo sostanzialmente eguale per tutte le discipline. A cominciare dalla valutazione dei dipartimenti attraverso la produzione dei loro docenti, di cui s’incarica per legge l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario (Anvur), emanazione del ministero, la quale non a caso designa le loro attività e pubblicazioni con il termine di «prodotti». Un termine che esprime appropriatamente l’ideologia — per l’appunto produttivistico-quantitativa — che domina tutta l’attività dell’Agenzia in questione.

A cominciare dai criteri da essa prescritti per l’accesso degli aspiranti docenti alla prova per l’Abilitazione scientifica nazionale. I quali criteri consistono in un certo numero obbligatorio di «prodotti», rigidamente classificati per tipologia (monografia, articolo, articolo su una rivista certificata di primo o di secondo livello) nonché di attività tra le quali svetta la partecipazione a qualche convegno, naturalmente meglio se internazionale. Insomma un puntiglioso e inflessibile sistema di norme che esclude programmaticamente qualunque effettivo giudizio sull’intrinseco rilievo culturale (se è ancora permesso usare una simile categoria) che un candidato e la sua produzione possono avere. Quindi in maniera del tutto indipendente dalla qualità di quanto egli ha scritto ovvero dall’eco che il suo testo può aver avuto nell’ambito degli studi. Criteri più o meno analoghi — improntati a una prevalente misura quantitativa e formalistica — l’Anvur ha stabilito anche per valutare l’attività dei docenti che già insegnano: valutazione da cui dipende l’entità dei finanziamenti erogati dal centro ai loro rispettivi atenei.

Ebbene, l’effetto di questo insieme di norme sulle discipline cosiddette umanistiche è stato si può ben dire devastante: una fuga dalle monografie di ampio respiro in quanto apportatrici di uno scarso punteggio rispetto ai semplici articoli anche di poche pagine; insensata moltiplicazione di questi pur di far numero e naturalmente loro deciso scadimento qualitativo; l’invenzione comunque di un argomento quale che sia su cui scrivere qualcosa anche se non si ha in realtà nulla da dire; una corsa patetica a sollecitare o inventare una partecipazione a seminari e convegni internazionali quali che siano e dovunque siano; infine l’attribuzione pressoché a chiunque dell’Abilitazione nazionale con relativa occupazione di posti da parte di incapaci e immeritevoli.

Si badi bene: le critiche che sto facendo non significano in alcun modo (insisto: in nessun modo) contestare che l’impegno didattico e l’operosità scientifica dei docenti universitari debba essere oggetto di una valutazione e dunque, in caso d’inadempienza, di una sanzione anche dura. Ci mancherebbe altro: non è ammissibile che chi vince un concorso occupi una cattedra come una sinecura, stando magari anni e anni senza far nulla. Ma il punto che va con altrettanta forza sottolineato è che in nessun modo i criteri di tale valutazione possono essere eguali per il comparto delle materie di carattere scientifico-tecniche e per quello delle materie cosiddette umanistiche, a costo di dover cominciare a immaginare — come del resto molti altri fatti spingono con forza a immaginare — due tipi diversi e separati di università. E comunque, se gli addetti alle prime trovano adeguati i criteri che ho sommariamente riferito sopra, se si riconoscono nell’ideologia del «capitale umano» e dei «prodotti» espressa dall’Anvur, benissimo, essi continuino pure così. Quel che è certo è che invece per un diverso ambito di discipline quei criteri si stanno rivelando micidiali.

Valga una testimonianza ben più autorevole di queste righe: la motivazione con cui Gennaro Sasso, accademico nostro tra i più illustri, autore di pubblicazioni fondamentali su Dante, Machiavelli e sull’idealismo italiano, a lungo direttore dell’Istituto Croce, il quale sull’ultimo numero della Cultura ha annunciato le proprie dimissioni dalla guida della rivista, che aveva da anni, oltre che per ragioni di età , con queste parole: «Lascio (...) in segno di protesta contro l’Anvur, che considero istituzione nefasta oltre che di assai dubbia costituzionalità. Ho cercato in varie sedi, per dare vita a una efficace protesta, il consenso di molti colleghi. Ma mi si è prestata non più che una cortese e distratta attenzione. Non mi resta perciò che chiudere con le riviste. So bene che si tratta di un gesto inefficace e dunque inutile. Ma non ho trovato niente di meglio».