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«Il decreto? Non è ancora sufficiente»

Positivi alcuni interventi su atenei e ricerca, ma restano le tasse elevate e il divario territoriale. Intervista al professor Gianfranco Viesti

28/05/2020
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Collettiva.it

Emiliano Sbaraglia

Nei passaggi dedicati a università e ricerca, il Decreto legge rilancio della scorsa settimana contiene misure che intervengono sull’attività degli atenei italiani, ancora in forte ritardo rispetto quelli europei in termini di organizzazione e investimento. Resta da capire se tali provvedimenti riusciranno ad arginare le conseguenze dell’emergenza Covid, e a intervenire dove le nostre università, dall’inizio del nuovo secolo, sembrano essersi fermate. Ne abbiamo parlato con il professor Gianfranco Viesti, ordinario di Economia applicata presso l’Università di Bari, da sempre attento in particolare alle disparità esistenti tra le accademie del Sud e il resto del Paese, tema a cui ha dedicato molte delle sue pubblicazioni.

Prof Viesti, il Decreto rilancio prevede circa 300 milioni di euro da destinare alle università, di cui poco più della metà per il finanziamento ordinario e il diritto allo studio. Come valuta questo provvedimento?

Positivo ma non sufficiente. Per essere chiari, credo si debba ragionare su due versanti. Positivo per gli organici, che da dieci anni tengono le porte chiuse ai ricercatori. In questo senso, il decreto si pone in continuità con il piccolo miglioramento già si riscontrabile negli ultimi due-tre anni per i cosiddetti ricercatori “di tipo b”, vale a dire coloro che possono diventare professori associati. Ma si tratta di numeri ancora piccoli per recuperare il tempo perso, e per attrezzare meglio le università. Il secondo versante è quello del diritto allo studio, dove anche qui abbiamo registrato alcuni miglioramenti negli ultimi anni, in particolare con l’incremento delle borse di studio. Rimangono le preoccupazioni, perché a causa di questa crisi potrebbero esserci fenomeni di mancata iscrizione alle università, come già nel triennio 2012-2015. La “no tax area”, introdotta dal 2017 per chi dichiara un Isee al di sotto dei 13.000 euro, in pratica azzera le tasse per i più deboli di famiglia, ma basterà? Credo sia necessario un provvedimento più forte, un abbassamento generale, visto che in ogni caso le nostre tasse universitarie sono tra le più alte, e quelle maggiormente in aumento, rispetto ad altri paesi dell’Europa negli ultimi anni.

Le Università del Sud sembrano ancora una volta penalizzate, anche se alcuni osservatori pronosticano un ritorno di iscrizioni, proprio perché molti giovani, data la situazione sanitaria, rinunceranno a scegliere università al Nord del Paese, o ad andare all’estero...

Secondo me è molto difficile da dire, perché bisognerà capire quali saranno le reazioni a questa situazione. Non dobbiamo sottovalutare il fatto che questa emergenza sanitaria sta provocando impatti psicologici clamorosi, e il modo in cui reagiranno le famiglie, se bene investendo sulla cosa più importante, cioè l’istruzione dei figli, o male, puntando sul risparmio precauzionale, è questione tutta da vedere e di ben difficile previsione. Ad esempio sappiamo che in quel triennio 2012-2015 il calo sensibile delle iscrizioni era anche collegato ai problemi finanziari delle famiglie, mentre ora non sappiamo quello che succederà in autunno. Di certo bisogna fare il possibile per far in modo che non ci siano cali di iscrizione. E così torniamo all’inizio: il punto chiave resta un intervento sulle tasse universitarie.

Nel suo libro “La laurea negata”(Laterza, 2018) viene evidenziato il forte divario che l’istruzione e la ricerca italiani continuano a manifestare rispetto al sistema degli atenei di gran parte dell’Europa, Perché accade questo?

Per una politica miope di riduzione complessiva, che nel libro definisco “compressione selettiva e cumulativa”. Compressione perché contratta nel tempo, selettiva perché si sono tutelati alcuni atenei rispetto ad altri, cumulativa perché i meccanismi messi in funzione ampliano questa disparità. Si tratta di una sintesi delle politiche dei primi vent’anni di questo secolo. Da un lato l’idea che all’Italia non servissero tanti laureati, perché bisognava competere sui costi del lavoro più che su ricerca e innovazione; poi la circostanza, molto neoliberista, per cui le università sono sostanzialmente delle aziende e vanno premiate le migliori: ma i risultati dipendono dalle loro potenzialità, e da dove sono collocate. I politecnici hanno prospettive migliori rispetto ad atenei di taglio umanistico, e le università che hanno sede nelle città più “forti” hanno sicuramente maggiori possibilità di altre. Da qui è nata l’idea di poche università d’eccellenza, destinate a un numero poco considerevole di studenti. Si tratta di una linea politica inaugurata a suo tempo da Silvio Berlusconi e proseguita nel tempo, sino a Matteo Renzi. Questa linea sembra da poco essersi modificata, ma per invertire la rotta bisogna dare seguito a un’impostazione molto diversa.

Prof. Viesti, un’ultima curiosità: come valuta lo scorporo dei dicasteri di istruzione e università?

Non ho un’opinione forte al riguardo, perché credo che il problema non sia nei dicasteri, ma  nella politica. Sono parlamento e partiti a fare le politiche di settore, che devono farsi carico di una linea di discussione su delle linee di fondo. Quello che fanno i ministeri è l’effetto delle decisioni o delle scelte eventualmente prese dalla politica.