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Il concorso per dirigenti con statistiche da Superenalotto

La beffa dell’assoluta disparità tra le sessioni

14/04/2019
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Corriere della sera

Gian Antonio Stella

Una su quattro milioni di miliardi. È questa, secondo una perizia, la probabilità che la graduatoria uscita dal concorso più rilevante bandito da Palazzo Chigi negli ultimi sette anni per promuovere dirigenti, sia stata davvero imparziale. Evento più raro di un Jackpot al Superenalotto.

Sia chiaro: non è detto che sotto ci sia qualcosa di losco. Lo deciderà la magistratura. E ammesso che ci siano stati dei favoritismi sarebbero in ogni caso difficile da provare. È possibile anche che si tratti, secondo gli stessi autori della denuncia, di un pasticcio burocratico dovuto a qualche erroraccio nella scelta dei criteri di selezione. Fatto senza malizia, manipolazioni, bustarelle o cose simili. Un pasticcio proprio grosso, però. Che domani, al Tar di Roma, potrebbe far saltare il concorso. L’unico bandito, a dispetto della teorica cadenza annuale stabilita per legge nel 2004, dal lontano 2012.

Ma partiamo dall’inizio. Il bando «per l’ammissione di centoquarantotto allievi al corso-concorso selettivo di formazione dirigenziale per il reclutamento di centoventitré dirigenti nelle amministrazioni statali, anche ad ordinamento autonomo, e negli enti pubblici non economici» viene indetto dalla Scuola Nazionale dell’Amministrazione e dalla presidenza del Consiglio dei ministri da cui dipende, con un decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale nel settembre 2018.

Si tratta, come spiega il ricorso firmato dagli avvocati Giuliano Grüner e Federico Dinelli a nome di un gruppo di bocciati, di una grande occasione per migliaia di persone, tanto più dopo la rimozione del tetto agli stipendi dei dirigenti fissato da Matteo Renzi. Possono aspirare alla promozione «tutti i laureati che posseggano alternativamente il titolo di dottore di ricerca, un master di secondo livello, un diploma di specializzazione, ovvero che siano in servizio come dipendenti pubblici da almeno cinque anni».

Numero finale dei concorrenti decisi a partecipare alla prova preselettiva per una prima scrematura: 7.682. Tanti. Ma non per la sede scelta: la Fiera di Roma. La quale scrive sul proprio sito di essere in grado di ospitare, grazie ai suoi spazi immensi, «fino a 30.000 candidati contemporaneamente». No grazie, decide Palazzo Chigi. E sceglie di rinunciare alla tornata unica optando per sei sessioni diverse, una al mattino e una al pomeriggio, distribuite su tre giorni: il 22, 23, 24 gennaio 2019. Scelta che automaticamente comporta una conseguenza: le prove d’esame, per evitare che chi arriva dopo conosca già le domande e le risposte di chi era stato chiamato prima, devono essere una differente dall’altra. Sei sessioni, sei esami diversi.

Spiega il bando: «La prova preselettiva consiste in un test composto da 60 quesiti a risposta multipla, di cui 24 quesiti di ragionamento logico e 36 quesiti diretti a verificare il possesso di conoscenze nelle seguenti materie: diritto costituzionale, diritto amministrativo, diritto dell’Unione europea e delle organizzazioni internazionali, economia politica, politica economica, economia delle amministrazioni pubbliche, management pubblico, analisi delle politiche pubbliche, lingua inglese».

Tutte queste discipline di economia e giurisprudenza che sembrano più strettamente indispensabili a un dirigente, sono in realtà (tolte le cinque domande di inglese) appena appena poco più della metà. Larga parte dell’esame, infatti, finisce per concentrarsi («irragionevolmente», accusano i bocciati) sui quesiti di «logica verbale e/o deduttiva e logica numerica». Test comprati all’esterno. Un esempio? Eccolo. Reale. «Mario è nato nel luglio del 1973, Sara è più giovane di Mario di tre anni ed è nata il primo mese dell’anno, Carla è nata nel mese successivo a quello di Mario e sei anni prima di Sara, Mara è nata cinque mesi dopo Mario, Luca è nato nello stesso mese di Mara ma è più giovane di cinque anni. Chi dei cinque è nato nell’agosto del 1970?»

«Settimana enigmistica» a parte, andiamo avanti. Spiega il bando che passeranno il preselettivo per arrivare agli scritti degli esami veri e propri 444 persone. Destinate a salire, non è chiaro come, a 452. Nella sostanza poco più di un ventesimo di quei quasi ottomila aspiranti. E più o meno il triplo di quanti saranno ammessi alla selezione finale dei 123 dirigenti ai quali distribuire poi responsabilità e benefici. Una scelta decisamente restrittiva, rispetto ad altri concorsi del passato. Ma il punto non è questo. Il punto è che un «setaccio» di questo genere avrebbe bisogno di un filtro dalle maglie più larghe o più strette ma perfettamente uguali per tutti.

Così, alla prova dei fatti, a fine gennaio, non è stato. La griglia di domande in un paio di sessioni ha consentito infatti il passaggio al turno successivo di un numero di aspiranti molto superiore a quello di altre sessioni. Svettano su tutti i concorrenti del pomeriggio del 22 gennaio: 144 promossi. Cioè un terzo di tutti quei 444 ammessi alla selezione finale. Mentre sprofondano, al contrario, i candidati del mattino del 24 gennaio: solo 27 promossi su 1280 partecipanti. Meno di un quinto dei colleghi passati due giorni prima. Una delle due: o da una parte c’era un enorme percentuale di fuoriclasse e dall’altra una sovrabbondanza di somari, tesi molto difficile da sostenere, o il setaccio utilizzato era diverso.

Può essere stato solo un caso? «La statistica non ammette un simile divario», accusano Grüner e Dinelli. Così, vista la disparità dei risultati da una sessione all’altra, accompagnata secondo il ricorso al Tar anche dalla «violazione delle garanzie minime poste a presidio del principio dell’anonimato (…) in modo tale da rendere possibili errori e manomissioni di ogni sorta, sostanzialmente impossibili da scoprire», gli avvocati hanno girato la domanda a uno scienziato: può essere stato un capriccio di Tyche, la dea della fortuna?

No, ha risposto nel suo «Parere pro veritate» Marco Isopi, docente di Probabilità e Statistica alla Sapienza di Roma. E dopo aver esaminato, soppesato, sommato, diviso e rielaborato tutti i numeri a disposizione (ve li risparmiamo: inespugnabili dai non specialisti) ha concluso: la probabilità che la graduatoria finale sia frutto solo di una serie di coincidenze è «minore di uno su quattro milioni di miliardi».

Ora, sarà anche vero che la burocrazia non ci risparmia mai sorprese, però..