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Il bonus ricerca mette d’accordo tutti

Nella campagna elettorale delle mille promesse più o meno irrealizzabili c’è una voce che spicca per la sua assenza. Ed è la ricerca. Una variabile cruciale, a detta di tutti, per il rilancio del paese. Eppure, sempre da tutti, così dimenticata

19/01/2018
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Il Sole 24 Ore

Marzio Bartoloni ed Eugenio Bruno

Nella campagna elettorale delle mille promesse più o meno irrealizzabili c’è una voce che spicca per la sua assenza. Ed è la ricerca. Una variabile cruciale, a detta di tutti, per il rilancio del paese. Eppure, sempre da tutti, così dimenticata. Da qui la scelta del Sole 24 ore di interrogare i partiti sulle azioni per rilanciare l’innovazione. Dal basso del nostro 1,29% di spesa sul Pil rispetto alla media Ue del 2,03% e all’obiettivo, ormai irraggiungibile, di arrivare al 3% entro il 2020. Con un “filo rosso” che unisce tutte le risposte: salvare o incrementare il bonus per gli investimenti in R&S delle imprese come primo step di una collaborazione pubblico-privata sempre più stretta.

Francesco Verducci del Pd dopo aver rivendicato «l’aumento delle risorse per la ricerca in questa legislatura dopo troppi anni bui» rilancia il credito d’imposta attuale del 50% sulle spese incrementali (3,4 miliardi dal 2018 al 2020) che va potenziato in linea con il piano industria 4.0. Per Elena Centemero (Forza Italia) «deve essere una misura strutturale, va rinforzato e ampliato» se possibile guardando al modello Usa. Che piace anche alla Lega. Armando Siri, nel sottolineare che il bonus resterebbe in vita anche con il riordino della tassazione legato all’introduzione della flat tax, dagli Stati Uniti mutuerebbe la capacità delle università e delle grandi aziende di «lanciare delle startup la cui redditività deve però tornare indietro». Di diverso avviso Leu che affiancherebbe al bonus una regìa nazionale con l’indicazione delle priorità.

A favore di sgravi fiscali per imprese private si schiera anche il M5S. Fermo restando, spiega Gianluca Vacca, che il punto cruciale per i pentastellati è la creazione «di un’Agenzia nazionale per la ricerca che esiste in tutti i grandi paese ed è fondamentale per dare una visione strategica che oggi manca». Idea che piace anche al Pd con il compito di coordinare risorse e progetti. Per M5S se possibile deve però essere autogovernata dal mondo scientifico e svincolata dalla politica con una cabina di regia ubicata a Palazzo Chigi. E di struttura che trasferisca le conquiste della ricerca scientifica alla società, ad esempio in materia sanitaria, ragionano anche i forzisti. Laddove Liberi e Uguali insiste soprattutto sulla ncessità di dotare università ed enti di ricerca di risorse congrue da lasciare fuori dal patto di stabilità dopo una negoziazione con Bruxelles. Valutando anche l’abolizione dell’Anvur o una ridefinizione del suo ruolo.

Passando ai ricercatori, quasi a sorpresa, non è la stabilizzazione la parola più ricercata. Nonostante l’impegno di tutti a migliorare lo status e le prospettiva dei nostri “cervelli” invogliandoli a restare piuttosto che a emigrare. Nel mirino c’è la legge Gelmini e la sua distinzione tra ricercatore di tipo a) e tipo b). I 5 Stelle la abolirebbero introducendo un’unica figura a tempo indeterminato come primo step della docenza. Mentre il Carroccio eliminerebbe il tetto massimo ai rinnovi. Ricercatori che riescono anche nel “miracolo” politico di mettere d’accordo Pd e Leu: entrambi puntano su un piano quinquennale straordinario di assunzioni.


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