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II ministro e la scuola offshore

Prima di approdare ai Beni Culturali, Bonisoli dirigeva un'università privata. Che spostava decine di milioni in Paesi dove si pagano meno tasse. Nel 2017 l'ateneo viene venduto a un fondo d'investimento Usa la cui holding europea ha sede in Lussemburgo, altro paradiso fiscale.

19/07/2018
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L'Espresso

di Francesca Sironi

Moda, economia, assunzioni, trasparenza. Martedì, alla Camera, nella sua prima audizione in Parlamento, il neoministro ai Beni Culturali del paese, Alberto Bonisoli, ha usato queste parole chiave per illustrare il suo programma. Ha parlato da manager, lui che ha spalle una carriera da dirigente di accademie private, redditizie, soprattutto per gli investitori stranieri, e che di cultura non si è mai occupato direttamente, ma promette ora di farlo con impegno. E per adesso, in continuità con il suo predecessore: fra il rinnovo del bonus ai 18enni e il riferimento costante alla necessità di valorizzare il patrimonio.

Più che i discorsi programmatici però, sono i suoi primi movimenti da Roma, dopo la foto il generale dei Carabinieri e la ritualissima visita a Pompei, a mettere in luce gli snodi della sua biografia professionale. Il 4 giugno, a una settimana scarsa dalla nomina, Bonisoli ha voluto ad esempio esser presente a un appuntamento perfetto per comprendere il passato-futuro del manager: l'inaugurazione delle sfilate di Pitti Uomo a Firenze. Nella città «vetrina per il nostro Paese», come ha detto, ha insistito più volte sul fatto che «la moda non è solo economia», perché «la moda è valoriale, qualcosa che resterà quando non ci saremo più: è il momento di rendersi conto dell'importanza della moda nel forgiare la cultura italiana e i valori delle prossime generazioni".

Alle aspirazioni dei giovani, Bonisoli si è del resto dedicato a lungo, prima di diventare ministro, quale direttore della Naba, la Nuova accademia per le Belle Arti di Milano, il maggiore istituto universitario privato per i mestieri legati a lusso, design e grafica in Italia. Fondata da un drappello di poeti dell'arte quali Emilio Isgrò, la Naba si è resa forte nel tempo grazie a docenti stimati e laboratori all'avanguardia, e oggi riunisce quattromila studenti ogni mattina nella sua sede bianca e scintillante di Milano. La scuola è rimasta sotto il controllo della dinastia meneghina dei Cabassi fino al 2009, quando i costruttori l'hanno venduta a una multinazionale americana specializzata in formazione, "Laureate”. All'epoca della cessione, Bonisoli non era ancora nel cuore del campus sui Navigli: allora guidava Domus Academy, un'officina di corsi autorevoli i cui conti erano però un po’ in crisi. La forza di Domus risiedeva allora soprattutto a est: due dei quattro milioni di fatturato dell'azienda arrivavano dall'Asia. In Italia sembravano tramontare utili e prospettive, mentre a Oriente splendeva il sole dell'avviamento al mondo del fashion. Anche Domus nel 2009 entra nella galassia americana Laureate. E dopo alcuni anni, Bonisoli passa al timone dell'ammiraglia, la Naba appunto, dove il vento sembra soffiare sempre a favore: gli alunni non fanno che aumentare, sia per le lauree riconosciate dal Miur sia i master. Gli stranieri sono in media il 35 per cento dei frequentanti. in alcuni indirizzi arrivano però anche al 90. Rampolli di famiglie bene che si trasferiscono da Cina, Turchia, India o Russia per respirare nella patria di Alessandro Mendini. Molti eccellendo, altri, raccontano i compagni, facendo fatica anche soltanto a comprendere le lezioni: un problema che attraversa tanti campus "globalisti" della nuova economia internazionale dell’educazione.

La Naba cresce e resta la regina delle università private in campo artistico, riunite in un’associazione di cui Bonisoli viene eletto nel frattempo presidente. L'accademia milanese mantiene la corona, anche dopo che una decisione del Miur nel 2016 fa aumentare i concorrenti, istituti autorizzati a rilasciare titoli a Brescia, Roma. Firenze. I corsi triennali in “Fashion design” e grafica sui Navigli restano i più apprezzati, con iscritti a testa e rette che vanno dai sei ai 16mila euro all'anno. Insieme alle generazioni crescono cosi anche i profitti. Nel 2016 Naba chiude il bilancio con 36 milioni di euro di ricavi dalla sola attività didattica. Neanche uno studente risulta esonerato dalle tasse, secondo le statistiche del Miur. Un rendiconto della società segna invece 74 matricole aiutate con borse di studio e sconti per altre 500. Nel 2016, la linea dei guadagni è largamente in positivo: 3,5 milioni di utili, distribuiti quasi tutti quali dividendi alla proprietà, Laureate. Business is business, d'altronde.

Nell'ultimo bilancio però, il sindaco responsabile del controllo sui conti chiede spiegazioni su un'altra cifra, apparentemente anomala: un corposo finanziamento a una consociata del gruppo. L'accademia italiana versa infatti a un'affiliata olandese di Laureate oltre 26 milioni di euro, fra capitale e interessi, rendicontati come immobilizzazioni finanziarie. Insomma soldi che dall'Italia vanno in un Paese con una tassazione decisamente migliore. Nel bilancio il trasloco di capitali verso I’OIanda viene giustificato con l'obiettivo di «migliorare la gestione di liquidità propria».

Poco dopo, a novembre del 2017, la multinazionale Laureate annuncia la cessione di Naba e Domus Academy a Galileo Global Education, un colosso dell'istruzione con base a Londra.

Galileo è di proprietà di un fondo americano (Providence Equity Partner, con sede alle Cayman) la cui holding europea ha invece sede in Lussemburgo. Le due scuole italiane sono acquistate insieme a un centro di formazione medica a Cipro per 225 milioni di dollari.

In quelle stesse settimane, però, Bonisoli inizia a interessarsi anche ad altro. A dicembre, infatti, spunta una diretta da un'ora sulla pagina Facebook di Luigi Di Maio lo vede di fianco al leader 5 stelle in un dialogo-fiume sul futuro della formazione, di fronte ai colleghi manager di accademie riuniti nell'associazione di cui è presidente. Insieme a Di Maio il futuro ministro ai Beni Culturali parla delle scuole «dove nascono i creativi che fanno grande nel mondo il nostro made in Italy». Agli istituti pubblici, l'attuale vice-premier promette risorse e risorse. Ai privati, riconoscimento e supporto.

Quando poche settimane dopo Bonisoli annuncia ufficialmente la sua candidatura con il Movimento 5 stelle, la scelta sorprende un po' chi lo conosceva in città per il "Sistema Moda" nato per promuovere sfilate e concorsi per giovani atelier. I più sorpresi di tutti sono i pochi che lo ricordano per la sua unica esperienza politica pubblica antecedente ai 5 stelle: la partecipazione alla lista per Dario Fo sindaco di Milano nel 2006, alle primarie del centrosinistra cittadino. Sia coordinatore della lista sia gli altri candidati si ricordano di Bonisoli solo ad alcune riunioni. Non lo conoscevano prima, spiegano, e lo persero di vista dopo. Alle primarie vinse poi il prefetto Bruno Ferrante, che sfidò senza successo Letizia Moratti a palazzo Marino. Per l'attuale ministro, prima del suo manifesto al collegio Uninominale alla Camera nel voto del 4 marzo - dove il Movimento ha preso il 13 per cento, arrivando terzo - nessun'altra traccia di attività politica. Di professionale invece, molta.

Ci sono gli anni da consulente per il ministero dell'Istruzione, incaricato di sviluppare all'estero l’alta formazione creativa che lo vedrà poi fare carriera da manager. Quindi una società - la "Most Consult srl" - di cui detiene tutt'ora il 75 per cento delle quote. Il resto è di proprietà della moglie, Lucia Veleva, come lui esperta di internazionalizzazione e progetti europei. La Most nasce quando Bonisoli lascia il suo primo grande amore lavorativo: la Newton Management. Un'azienda di consulenza per le risorse umane, start-up dei primi anni Duemila e poi sviluppatasi anche in altro dopo un cambio di vertice nel 2004.

«Eravamo dei giovani coraggiosi», ricorda oggi Marco Grazioli, presidente e socio di "The European House – Ambrosetti” la società che organizza tra l'altro il forum di Cernobbio per l'Economia: «Alberto ci aiutò nello sviluppo internazionale. Lo conobbi a una cena. Al primo colloquio non ebbi dubbi: doveva venire in Newton». Bonisoli, continua Grazioli: «è una persona capace di entrare in sintonia con le persone, non perde mai lucidità, anche nelle crisi», parla da amico, «perché anche se sa che non l'ho votato, siamo in ottimi rapporti. Sa sempre sorprendermi: come quando ha regalato a mio figlio la registrazione degli Area al mitico concerto del Re Nudo al parco Lambro».

Dai ritmi rock, di cui è appassionato, il ministro potrà forse prendere spunto, per gestire la struttura di cui è stato chiamato alla guida. Tentando di farsi sentire un po' di più rispetto al profilo basso tenuto fin qui. Almeno, muoversi più dei sottosegretari che il contratto gialloverde gli ha messo in dote: Gianluca Vacca, deputato 5 Stelle alla seconda legislatura, molto legato all'Abruzzo di cui si è occupato quasi esclusivamente; e Lucia Borgonzoni, pasionaria leghista di Bologna che si è fatta notare prima per la battuta a Radio2 («è da tra anni che non leggo, non ho tempo») e poi per essersi scagliata contro le insegnanti che hanno osato indossare la maglietta rossa per l'accoglienza - un gesto di solidarietà - il giorno della maturità.

I direttori generali che hanno già incontrato il ministro ne parlano bene, per ora: è uno che ascolta, dicono. «Molto più del suo predecessore» Dario Franceschini, aggiunge qualcun altro. E lui continua a ribadire: ascolterò. In attesa delle prime mosse concrete, ci si deve accontentare per ora di quelle simboliche. Nell'applaudire all'iscrizione di Ivrea fra i patrimoni

Unesco come «città industriale del XX secolo», il neo-ministro ha voluto citare soprattutto un collaboratore di Olivetti: Gianroberto Casaleggio. «Uno», ha detto, iniziò «che iniziò a lavorare proprio alla Olivetti come progettista di software e che da Adriano Olivetti mutuò i valori fondanti del Movimento 5 Stelle». Chissà che ne avrebbe detto Adriano.

15-LUG-2018


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