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«I vostri ragazzi sono convinti che studiare serva a poco e confondono fatti e opinioni»

Intervista Andreas Schleicher

04/12/2019
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Il Messaggero

«Meno del 6% degli studenti italiani riesce a distinguere i fatti dalle opinioni. Lo trovo preoccupante». Andreas Schleicher è il capo della Direzione istruzione dell'Ocse, l'uomo che guida il lavoro di 79 Paesi per produrre i rapporti triennali Pisa. Nell'analizzare i risultati del 2018, Schleicher segnala alcune anomalie del nostro Paese a cui educatori e politici dovrebbero cercare di porre rimedio.
La prestazione complessivamente modesta dei quindicenni italiani può essere la conseguenza dei tagli di spesa nella scuola? Investiamo troppo poco in istruzione?
«Il calo dei punteggi in lettura e in scienze dal 2000 a oggi va letto anche alla luce del contesto sociale e demografico: ora nelle vostre scuole più del 4,5% degli alunni sono immigrati, molti di seconda generazione. Anche il livello di spesa è importante certo, ma l'esempio di Paesi come l'Estonia o la Polonia, che spendono meno e ottengono risultati migliori, dimostra che l'aumento delle risorse non è l'unica risposta. L'Italia potrebbe spendere meglio i suoi soldi, pagando di più gli insegnanti e riducendone il numero, concentrandosi più sulla qualità che sulla quantità di istruzione». 
Colpisce il dato sulle assenze ingiustificate: siamo ai primi posti nel mondo.
«Il dato è alto soprattutto tra gli studenti socialmente meno avvantaggiati, cioè proprio quelli per i quali la scuola dovrebbe essere più importante. Questo certamente danneggia i loro risultatii. Gli studenti italiani tendono a credere più nel talento con cui si nasce che nel lavoro e nello studio. Credono che il successo sia qualcosa al di fuori del loro controllo, e allora a che serve impegnarsi a scuola? Hanno meno motivazioni. Inoltre hanno di fronte insegnanti meno entusiasti rispetto a quelli di altri Paesi, che li sostengono meno».
Insomma il contrario della Cina, i cui studenti non a caso surclassano tutti gli altri.
«Ci sono molte cose che si potrebbero imparare dall'esempio cinese. Il loro sistema educativo si basa sull'assunto che ogni studente può riuscire. Gli studenti non pensano che essere bravi a scuola sia un talento naturale, sono educati a pensare che tutto dipende da loro, dal loro impegno, e dall'aiuto che gli offrono i loro insegnanti. Le scuole europee si reggono su un meccanismo per cui solo una minoranza di vincitori supera la linea del traguardo, quelle cinesi no. Nel loro sistema gli insegnanti migliori vengono incentivati a trasferirsi nelle scuole più difficili, e gli istituti più forti hanno il compito di aiutare quelli più deboli. È un sistema costruito su principi meritocratici, ma con un approccio di sistemai».
Tornando all'Italia, si registra un peggioramento delle capacità di lettura delle ragazze. Come si spiega?
«È una tendenza generale, non solo italiana. Nel mondo digitale, la lettura include molti testi non-continui (come grafici, tabelle, mappe, moduli, annunci, ndr.): questo condiziona la prestazione delle studentesse».
Lei segnala le difficoltà che i quindicenni italiani incontrano nel distinguere i fatti dalle opinioni.
«Nei Paesi Ocse in media solo uno studente su 10 si dimostra in grado di riconoscere un fatto da un'opinione, decifrando messaggi impliciti contenuti in un testo. In Italia il dato è ancora più grave: appena uno studente su 20».
È importante?
«Sì. In passato, quando gli studenti si formavano prevalentemente su libri di testo ben curati, questa poteva non essere una priorità. Ma oggi, nell'era della post-verità, è una questione fondamentale. 
Le rilevazioni Ocse-Pisa nascono come uno strumento per educatori, governi e legislatori, affinché capiscano come migliorare il sistema educativo dei loro Paesi. Eppure, da quando esiste Pisa, nei Paesi Ocse non si è riscontrato un miglioramento nelle capacità degli studenti, anzi. Lo considera un fallimento?
«Le scuole sono sistemi sociali che tendono alla conservazione. I genitori sono a disagio quando i figli studiano cose nuove che loro non capiscono, gli insegnanti preferiscono insegnare quello che hanno appreso da ragazzi, i politici che cercano di cambiare la scuola spesso perdono consensi. Nonostante questo, ci sono Paesi come : la Germania, la Corea del Sud, la Polonia, il Giappone, che sono riusciti a migliorare la loro istruzione seguendo le indicazioni di Pisa». 
Pietro Piovani