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I tre vuoti da colmare per continuare a fare scuola nell’emergenza

L’importanza dell’ascolto

26/03/2020
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Internazionale

Christian Raimo

Cosa significa fare scuola nell’emergenza? Cosa significa farla a distanza, durante giorni di paura, di dolore, di crisi sociale? Le questioni che riguardano i modi in cui si può e si deve continuare a farla sono molto complesse, e non si possono ridurre a un mero cambiamento di assetto, a una rimodulazione della didattica.

La scuola riguarda tutti, non solo gli studenti e gli insegnanti, e in questi giorni ne abbiamo la dimostrazione: siamo tutti una comunità educante, le nostre azioni e i nostri comportamenti hanno un effetto sulle persone che ci sono vicino, e gli interrogativi su cosa fare e come vivere queste giornate toccano particolarmente chi è più giovane, chi è in via di formazione, chi ha un’identità più malleabile.

Ormai è evidente: quest’epidemia non è una parentesi, per cui si tratta di capire quando e come rientreremo in classe. Non può nemmeno essere considerata un’opportunità per ripensare la didattica digitale. La scuola, come qualunque altra infrastruttura sociale, non era pronta per affrontare una simile evenienza. Ed è normale che viviamo questo tempo come un tempo di crisi.

La scuola è sempre in crisi. Una delle cose che s’imparano standoci è che è impossibile essere infallibili: che lo si voglia o no, stare così a lungo insieme ad altre persone – bambine, bambini e adolescenti – rivela il nostro carattere e le nostre vulnerabilità. Lo spazio della scuola è anche quello dove si elabora questo confronto, dove semplicemente si cresce insieme.

L’importanza dell’ascolto
La discussione che in questi giorni sta tenendo banco tra ministero, associazioni di insegnanti e sindacati – se quella di questi giorni sia scuola o non sia scuola, se la scuola si ferma o se la scuola non si ferma – è forse un dibattito capzioso: tutto dipende da come usiamo questo tempo per l’educazione, mettendo al centro sempre la relazione educativa, che esiste anche quando è complicata, anche quando deve fare a meno della presenza fisica, perfino quando non c’è. I vuoti di relazione tra docenti e studenti, anche tra compagni, sono le esperienze negative che tutti conosciamo: il nostro compito principale è colmarli.

Quello che mostra questa crisi sistemica è soprattutto quello che alla scuola manca tutti i giorni, quello che manca nella “normalità”. E quindi se è impensabile ragionare su come ovviare ai problemi della scuola nell’emergenza, si può invece riconoscere insieme come affrontare le mancanze, per ora e per dopo.

La prima mancanza è quella di una scuola che si occupi dell’educazione emotiva e sentimentale. Le richieste che vengono dagli studenti in questi giorni sono soprattutto richieste di ascolto. Gli insegnanti e le classi devono essere capaci d’intercettare questa richiesta; e questo non vale solo per l’emergenza di una pandemia, ma per il quotidiano andamento della vita scolastica. Vuol dire ricordare che si fa scuola sempre all’interno di una comunità e di un mondo che cambiano, con le problematiche gigantesche e i piccoli avvenimenti che colpiscono la classe. Bisogna sempre trovare il tempo per parlarne, mantenendo un difficile equilibrio: senza pensare che i programmi da seguire vengono prima di tutto e senza lasciare che tutto sia stravolto. I rischi opposti, anche nel contesto educativo, sono la rimozione e la saturazione.

Questo bisogno diffuso, che riguarda ovviamente anche gli adulti, dimostra quanto sia necessaria una formazione psicologica degli insegnanti, sia al momento della selezione sia durante il percorso professionale. E conferma che per i docenti e per gli studenti è indispensabile avere figure di riferimento per il sostegno psicologico, anche all’interno della scuola. Queste figure esistono, ma sono poche e spesso fantomatiche. Il grande lavoro di cura che chiediamo agli insegnanti – e di cui sono tenuti a farsi carico – dev’essere un lavoro di qualità, che non può contare solo sull’iniziativa o sulle attitudini individuali.

Disuguaglianze
La seconda mancanza evidenziata dalla crisi è quella di un’educazione che tenga conto delle disuguaglianze sostanziali tra le famiglie degli studenti. Chi ha genitori che riescono a seguire i figli nei compiti e chi no, chi ha a disposizione un computer e chi no, chi ha una stanza tutta per sé e chi no, chi ha una connessione decente e chi no, chi ha molti libri a casa e chi no. Le mattine in classe riducono e in parte nascondono queste disparità, che sono invece tangibili e appaiono ancora più evidenti in questi giorni in cui le webcam – di chi ce l’ha – sono puntate sulle camerette.

In Italia il digital divide è drammatico: come ricorda anche Franco Lorenzoni, nel 2019 solo il 76,1 per cento delle famiglie aveva accesso a internet e il 74,7 per cento aveva una connessione a banda larga. Nelle aree metropolitane quest’ultimo dato sale al 78,1 per cento, mentre nei comuni sotto i duemila abitanti scende al 68 per cento. Questa è una carenza che intacca i diritti costituzionali minimi, anche al di fuori dell’emergenza.

I gestori di telefonia e internet hanno investito sempre più sul mobile e sempre meno sul fisso (ogni anno vengono disdetti milioni di contratti di linea a casa). È vero che oggi la maggior parte degli italiani possiede almeno uno smartphone, ma non è uno strumento che può essere usato adeguatamente per la didattica. Lo sintetizzava bene Massimo Mantellini in un recente articolo sul Post:

Serviranno linee fisse veloci (e se possibile simmetriche) nelle case dei cittadini e device di accesso alla rete idonei alla complessità del mondo. (…) La cultura digitale non si fa utilizzando come infrastruttura cognitiva una connessione 4G e uno smartphone da 6 pollici.

Si poteva fare un accordo nazionale con gli operatori per portare la banda larga nelle scuole. Oggi sull’ultimo tratto c’è concorrenza tra Tim e Openfiber, e solo la settimana scorsa si è cominciato a parlare di una possibile joint venture tra le due aziende.

Un’infrastruttura debole
La terza mancanza, molto profonda, riguarda i contenuti digitali, sia pedagogici sia disciplinari. In questi giorni il ministero sta pubblicizzando iniziative sparse e risorse digitali varie, compreso un canale Telegram che ha come hashtag #Lascuolanonsiferma. Il coordinamento è stato affidato soprattutto all’’Istituto nazionale per l’innovazione e la ricerca educativa (Indire).

Le molte risorse che stanno emergendo, però, rivelano soprattutto le carenze sistemiche. Le piattaforme digitali sono spesso frutto dell’iniziativa di startup piuttosto che di movimenti pedagogici o di associazioni di insegnanti. L’offerta pubblicizzata dal ministero è esigua e non strutturata.

Anche questo non è un caso, ma il risultato di un’idea di autonomia scolastica che ha di fatto liquidato la programmazione sistemica. Il documento del Miur che raccoglie le prime indicazioni operative sulle attività di didattica a distanza, redatto da Marco Bruschi, capo dipartimento del ministero, è molto chiaro, condivisibile e pieno di buone intenzioni. Allo stesso tempo, però, mostra come il ministero stesso sia un’infrastruttura debole, capace più di orientare, suggerire e proporre che di programmare e offrire soluzioni, per quanto temporanee.

C’è un’ultima questione, che riguarda il ruolo e i metodi degli insegnanti. Oggi siamo nell’emergenza, e cosa vuol dire insegnare nell’emergenza nessuno lo sa. Sicuramente però vuol dire starci, non sottrarsi a un compito difficile ma in questo momento importantissimo. Per svolgerlo bisogna cambiare certe abitudini che sembrano inveterate nella scuola italiana: lezioni frontali, didattica trasmissiva, compiti assegnati senza una reale valutazione, abuso della funzione del voto.

Nelle condizioni difficilissime di questi giorni, chi insegna è un po’ più fortunato: può lavorare da casa, può mantenere relazioni significative con la sua classe anche a distanza, continua a ricevere lo stipendio, anche se è uno stipendio basso. Tuttavia, fare scuola non è solo mantenere la rotta nella tempesta, ma un grande dovere professionale.

Nell’ultimo contratto collettivo si dice che “il profilo professionale dei docenti è costituito da competenze disciplinari, informatiche, linguistiche, psicopedagogiche, metodologico-didattiche, organizzativo-relazionali, di orientamento e di ricerca, documentazione e valutazione tra loro correlate ed interagenti, che si sviluppano col maturare dell’esperienza didattica, l’attività di studio e di sistematizzazione della pratica didattica”. Gli insegnanti devono pensare di essere all’altezza del compito che gli è stato assegnato.

Le rivendicazioni di tipo corporativo dei sindacati non sono utili in quest’emergenza: non serve essere insegnanti missionari, ma inventivi e generosi sì, e questo vale per tutti i giorni di scuola.