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I finanziamenti per la ricerca? Ci sono e ci saranno, ma non per l’università

In questi giorni stanno emergendo chiaramente due modelli strategici del modo in cui deve essere concepita la ricerca in Italia.

28/02/2016
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ROARS

Francesco Coniglione

In questi giorni stanno emergendo chiaramente due modelli strategici del modo in cui deve essere concepita la ricerca in Italia. Ad una generale, ormai acquisita consapevolezza dell’insufficienza dei finanziamenti per la ricerca – della quale si rendono conto persino gli esponenti della nostra politica – fa riscontro una divaricazione che non si esprime mediante espliciti pronunciamenti o programmi, ma attraverso atti pratici, concreti, e persino simbolici, che bisogna interpretare.

Un primo modello è quello che è alla base del successo dei ricercatori italiani, che a sproposito (come nel caso di Roberta D’Alessandro) si è cercato di utilizzare a fini politici. Ed in effetti, chiunque abbia un po’ di contezza della materia, sa bene che i ricercatori italiani – più o meno a seconda dei settori – non hanno nulla da invidiare ai ricercatori stranieri e hanno una produttività scientifica che è spesso superiore a quelli di altri paesi, che dispongono di molti più finanziamenti. Questi ricercatori non provengono da Marte, ma sono formati da un sistema universitario che – per dare questi frutti – non può proprio fare quello schifo che si è cercato di accreditare negli ultimi decenni con una campagna di stampa volta ad esaltarne le mele marce, per farne il simbolo di tutto il mondo accademico. Questo sistema universitario, dunque, possiede un know how, un patrimonio cognitivo, che – nonostante il ridimensionamento vissuto nel recente passato – riesce a mantenere il passo di paesi più fortunati e ricchi di finanziamenti.

Eppure gran parte della classe politica, in modo trasversale, ritiene che esso sia irrimediabilmente marcio. Non posso dimenticare quanto mi disse un alto esponente del governo Berlusconi, all’inizio della sua avventura, quando lamentavo lo scarso finanziamento del sistema universitario in confronto a quello degli altri paesi: che sarebbero stati “soldi buttati nel forno”. Ebbene, questa tesi è ancora largamente diffusa e alimenta l’idea sempre più diffusa, per la quale il finanziamento della ricerca non deve passare attraverso le università, luoghi irredimibili di perdizione; esse devono essere, per così dire, “bypassate” a favore di altri luoghi di maggiore efficienza e qualificazione – “quattro-cinque hub di eccellenza”, come si è sostenuto qualche tempo fa – dove poter investire senza gettare iitsoldi al vento. E così il modello dell’IIT – creato da Tremonti – sembra doversi con prepotenza affermare: ora esso avrà una nuova articolazione nell’Human Technopole, che riceverà in dieci anni un finanziamento mai sognato da tutto il sistema universitario italiano. Nella medesima direzione vanno gli annunciati 500 posti di ricercatori, assunti (ma come?) per la loro eccellenza; e altre misure di questo tipo, che è prevedibile tenderanno a farsi sempre più frequenti. Si sta in sostanza così dando attuazione a quanto suggerito in un articolo di oltre dieci anni fa dal duo Alesina e Giavazzi. I due economisti – per i quali “il liberismo è di sinistra”, come dice il titolo di un loro libro – riprendono le tesi di Roberto Perotti per sentenziare che «i tentativi di modificare in meglio l’università italiana si sono trasformati in altrettanti fallimenti. E continuare a credere che il sistema sia riformabile è un’illusione che avvantaggia chi vuole conservare lo status quo. È necessario invece puntare su istituzioni nuove, come l’Iit, che possano contare su finanziamenti adeguati, ma soprattutto siano libere da ogni legame con l’attuale establishment accademico. Solo così avremo il rigore, i controlli e gli incentivi necessari alla ricerca scientifica di livello internazionale».

Da una parte, dunque, un sistema universitario che dà prova di grande capacità competitiva nella ricerca, essendo alla origine di quei successi di cui tutti si gonfiano il petto; dall’altra il progetto di un suo ridimensionamento a favore di pochi hub di eccellenza, finanziati in modo privilegiato, dove i ricercatori sono assunti con criteri discrezionali (e in ogni caso seguendo vie diverse da quelle normali per l’università), con gestione privatistica, che viene rappresentato come estraneo alle “logiche clientelari” universitarie. Questi centri avranno una grande libertà di gestione e di iniziativa, con scarsi o limitati controlli, e in ogni caso aventi uno statuto “speciale” rispetto ai regolamenti burocratici che imbrigliano il mondo incatenatouniversitario. Nel contempo all’università si impongono criteri, regolamenti, vincoli e sistemi di valutazione che di fatto non aiutano il suo rafforzamento, ma sono solo l’alibi per giustificare il suo ulteriore definanziamento, inducendo i suoi docenti in posizione di difesa, al tempo stesso sfiancandoli in una guerriglia che verrà raffigurata come l’ulteriore tutela corporativa di un ceto che non vuole essere valutato.

Dei due modelli prima delineati, il primo – quello fondato sul sistema delle università diffuse sul territorio – sembra essere recessivo, mentre il secondo pare ormai avere il sostegno prevalente della classe politica, almeno al constatare le azioni e a sentire le parole del premier. In questa luce c’è il rischio che venga sì data una risposta alla ormai unanime richiesta di finanziamento alla ricerca scientifica, ma nella direzione indicata dal secondo modello: ad esso saranno chiamati a partecipare i “migliori” del mondo universitario – così spezzando un fronte già profondamente incrinato dall’esperienza Anvur. A ciò che rimarrà dell’università (per la quale si prevedono anche drastiche misure di accorpamento) verrà riservato un ruolo di secondo piano, prevalentemente rivolto alla preparazione delle figure professionali, ma privo di mezzi e di laboratori per effettuare una ricerca che sia competitiva, così come finora è stata. Si pensa in sostanza di far migrare in parte il loro patrimonio cognitivo nei grandi hub di ricerca, lasciando deperire il resto. Gli hub di alta ricerca avranno anche il vantaggio, per i decisori politici, di essere molto più dipendenti dalla loro volontà, più sensibili ai desiderata del mondo industriale e dell’imprenditoria privata e di conseguenza molto più docili e disponibili a perseguire obiettivi e progetti di ricerca non più decisi autonomamente dalla comunità degli scienziati, ma da interessi che stanno al di fuori di essa.

curios1Il mondo della ricerca e dell’università è oggi chiamato a prendere atto di questa questa duplice possibilità e a contrastarla nel suo impianto di fondo. Dal modo in cui sarà progettato il prossimo e ormai indifferibile rifinanziamento della ricerca scientifica dipenderà anche il modo in cui sarà concepita la scienza e la cultura: se esse debbano ancora godere di quella libertà che si esprime nella possibilità di una ricerca di base e “curiosity driven” o invece debbano essere del tutto subordinate a scopi applicativi e di mera innovazione tecnologica. E dall’esistenza o meno di un buon sistema universitario diffuso sul territorio dipende anche la qualità di vita delle popolazioni su cui esso insiste e del relativo “capitale umano”, inevitabilmente destinato a deperire nel caso di un suo rattrappimento, con conseguenti e paralleli esiti sulla tenuta del tessuto sociale e civile e con un inevitabile aggravarsi delle diseguaglianze territoriali e sociali.