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Guai a chi ferma la scuola

Serve un piano intermedio d’emergenza

13/08/2020
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la Repubblica

Andrea Gavosto

Ricordate? Soltanto due mesi fa, intellettuali e famiglie lamentavano il ritardo nella riapertura totale delle scuole. Negli altri Paesi — si diceva — i ragazzi sono già tornati in classe; se da noi ciò non avviene, impedendo ai genitori di riprendere il lavoro, la colpa è del ministero (che certo non si è distinto per chiarezza di intenti e rapidità), ma anche del recondito proposito (del tutto infondato) di sostituire la didattica in presenza con quella a distanza, consegnando la scuola nelle mani dei giganti del web. Come se il Covid 19 non c’entrasse o non facesse più paura.

Questa retorica ha condizionato le scelte pubbliche, che da allora hanno dato per scontato il ritorno di tutti a scuola a settembre, concentrandosi sulle questioni degli spazi, degli organici docenti e, ahimè, dei banchi a rotelle. Di fatto, due soli scenari sono previsti: la riapertura a condizioni (quasi) normali e il lockdown totale.

Oggi, i dati giustificano pensieri diversi. Il virus continua a esserci e — allentate le precauzioni — i contagi risalgono in Paesi vicini: difficile che l’Italia rimanga indenne. L’allarme riguarda anche le scuole: numerosi istituti in Francia, Germania, Israele, Corea del Sud, Cina, Australia sono stati costretti a richiudere. Non si può, cioè, escludere che le scuole diventino focolai e amplificatori di contagio, perché sono luoghi chiusi, dove tante persone hanno per tante ore contatti continui; inoltre, se è abbastanza provato che i più piccoli si ammalano meno degli adulti, non è così per i teenager, che possono favorire maggiormente la diffusione del virus. Per la scuola italiana sono state adottate misure meno severe di altri Paesi: un metro di distanza da bocca a bocca quando seduti in classe e sulla mascherina si decide a fine agosto. Così solo il 5% degli studenti rischia di restare senza aula.

Poca e tardiva attenzione c’è stata, invece, per fasi non meno pericolose, come il viaggio sui trasporti pubblici, gli ingressi e le uscite dagli istituti, gli spostamenti all’interno. Sono fattori che rendono la riapertura totale a settembre meno scontata di due mesi fa: pensare a un anno quasi normale è forse illusione. Non ci possiamo, però, permettere un nuovo lockdown della scuola. La perdita che gli studenti hanno subito da marzo è stata, in termini di apprendimenti, già troppo grave e — si teme — in parte irrecuperabile.

Un’altra chiusura totale sarebbe una «catastrofe generazionale», come avverte l’Onu.

Serve subito — ma nelle linee guida non c’è — uno scenario intermedio fra riapertura totale e lockdown, sufficientemente flessibile da dare sicurezza, se la situazione peggiora, e insieme non smettere di lavorare per mitigare la perdita di apprendimenti.

Pensiamo a un insieme integrato di soluzioni organizzative predisposte dalle scuole, che riguardino spazi, tempi, organici, moduli disciplinari, gestione degli ingressi, da modulare secondo l’evoluzione del contagio. Ad esempio, nelle fasi di relativa normalità, si seguono le attuali linee guida, ma si allunga il tempo scuola così da mettere fieno in cascina per i tempi più duri. Se una crescita dei contagi richiede di distanziare di più gli allievi, si adattano gli spazi alla necessità e si introducono forme di turnazione, concentrandosi sulle materie essenziali, come in Germania. Infine, nel caso di focolai conclamati, si prevedono chiusure mirate e temporanee, cercando comunque di tenere in classe i più piccoli, che non possono stare a casa da soli, e i più fragili.

Per gli altri si ricorre alla vituperata didattica a distanza, che, a differenza del passato, non potrà però limitarsi a replicare la tradizionale lezione frontale, ma dovrà rendere gli studenti sempre più consapevoli e autonomi nello studio, utilizzando strategie consolidate che possono bene integrarsi nell’insieme delle attività dell’anno scolastico.

Andrea Gavosto è direttore della Fondazione Agnelli