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Gli insegnanti lavorano insieme e l’Estonia diventa un modello

Andreas Schleicher, capo del programma “Pisa” per la valutazione degli allievi: “L’Italia migliora ma serve più condivisione”

08/01/2017
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la Repubblica

di Guliano Aluffi

A Parigi vive un uomo dall’aria intensa e carismatica che da quindici anni mette sotto esame le scuole del mondo in cerca del “ sacro Graal dell’insegnamento”: quella combinazione di pratiche, metodi didattici e costumi che possono facilitare il successo a scuola e nella vita.

È “il ministro planetario dell’istruzione”, ovvero Andreas Schleicher. Cinquantadue anni, tedesco, dirige il Directorate of Education dell’Ocse ed è il fondatore e responsabile del Programma per la valutazione internazionale dell’allievo, noto con l’acronimo “Pisa”. Il cuore del programma è un test di due ore, che ogni tre anni viene proposto a oltre mezzo milione di studenti quindicenni di settantadue paesi (cinquecentoquarantamila nell’edizione 2015) per sondare le loro capacità di risolvere problemi e comprendere ciò che leggono.

I risultati di quest’anno vedono l’Italia al trentaquattresimo posto nel mondo per la lettura e per le scienze e al trentesimo per la matematica. Il miglioramento più netto riguarda la matematica: la rimonta iniziata nel 2003 porta ogni triennio un aumento medio di sette punti. Dal 29 al 31 marzo, Schleicher sarà a Roma per discutere dei risultati con il ministro dell’Istruzione.

L’esito degli ultimi test Pisa fotografa nuovi trend globali nell’istruzione?

«A preoccuparmi oggi è proprio l’apparente assenza di un nuovo trend globale. Nel 2007 non esisteva l’iPhone e nessuno parlava di Big Data o di auto driverless, oggi è tutto diverso ma i risultati Pisa per molte nazioni non sono cambiati affatto. Solo pochi hanno continuato a migliorare, come Singapore o, in Europa, il Portogallo. Le scuole sono cambiate poco, mentre il mondo moltissimo».

Rischiamo di perdere il treno per il futuro?

« Soprattutto in ambiti come la scienza. E le sfide di domani richiederanno proprio di saper pensare come scienziati: estrapolare da ciò che si è imparato, trovare nuove soluzioni a problemi mai affrontati prima. La scuola deve preparare i nostri figli non per i lavori di oggi, ma per quelli che devono essere ancora inventati».

Su quali aspetti dovrebbe concentrarsi la scuola?

«La scuola in Europa, Italia compresa, dà ancora troppa importanza all’imparare a memoria e troppo poca al saper applicare creativamente ciò che si è imparato. E si dà poco peso alle qualità socio- emotive. Resilienza, leadership, empatia sono abilità cruciali nella vita ma trascurate dagli ordinamenti scolastici».

Se ogni impiego sarà automatizzato, come pare ormai certo, che cosa resta da studiare per avere un futuro?

« I talenti più facili da apprendere e da valutare sono anche i più adatti a essere rimpiazzati da un’intelligenza artificiale, o da delocalizzare all’altra parte del mondo. Molto più preziosa, invece, è l’abilità nel trovare connessioni tra le cose più diverse: è questo ciò che permette di fare nuove scoperte. La creatività è la vera moneta del futuro: le aziende non pagano più le persone per quello che sanno, ma per come sanno usare ciò che apprendono » .

Cosa dovrebbero fare le scuole per eccellere sullo scenario globale?

«Nelle nazioni che hanno migliori risultati Pisa, la professione dell’insegnante è molto prestigiosa e salari invitanti attraggono chi ha più talento. Non è questione di quanto si spende in istruzione, ma di come lo si fa. In Corea del Sud, per esempio, si è scelto di risparmiare fondi con classi più popo-late, per poter dare salari più alti ai docenti, così da attirare i migliori. In Lussemburgo si è fatta la scelta opposta. I test Pisa danno ragione alla Corea. La retribuzione conta, ma non è tutto: per esempio la Finlandia non offre salari altissimi, ma riconoscimento sociale, un ambiente lavorativo vario e stimolante, denso di collaborazione interdisciplinare tra insegnanti».

Il suo giudizio sull’istruzione in Italia?

« Dal 2000 a oggi, l’Italia mostra importanti miglioramenti nei suoi risultati Pisa, mentre paesi vicini, come la Francia, non sono migliorati. Le riforme dovrebbero introdurre un’organizzazione del lavoro più professionale e maggiori opportunità di carriera tra gli insegnanti, oggi pagati relativamente poco. Ma c’è qualcos’altro che l’Italia può fare. A Shanghai, nel 2013, ho visto insegnanti usare una piattaforma digitale per condividere il loro piano delle lezioni. E più le lezioni di un insegnante erano scaricate dai suoi colleghi — che erano liberi di criticarle o di aggiungere miglioramenti — più cresceva la sua reputazione. Alla fine dell’anno scolastico, al preside non interessava soltanto quanto bene un docente avesse insegnato ai suoi studenti, ma anche quali contributi avesse dato al miglioramento del sistema educativo. Questo interscambio dei metodi di insegnamento più efficaci rende gli insegnanti una gigantesca comunità open source di talenti creativi, fondata semplicemente sul desiderio di contribuire e trarne riconoscimento. E il nostro sondaggio Talis ( Teaching and Learning International Survey) ci dice che un punto debole del sistema scolastico italiano è la scarsa cultura collaborativa nelle scuole».

Il report Pisa 2015 segnala la parità di genere come nostro maggior tallone d’Achille.

«Più che nei risultati scolastici, lo si vede nell’atteggiamento verso la scienza, nelle aspirazioni personali. Troppe poche ragazze in Italia vedono la scienza e la matematica come delle opportunità di carriera. Genitori e insegnanti dovrebbero sforzarsi di coltivare aspettative simili nei ragazzi e nelle ragazze».

Veniamo ai primi della classe: qual è il segreto dell’Estonia, che quest’anno è il primo Paese europeo e il terzo nel mondo dopo Singapore e Giappone?

« In Estonia si dà molto peso alla pratica professionale. Gli insegnanti passano una buona quantità di tempo lavorando insieme per studiare e strutturare piani pratici per insegnare. Quando ho parlato di questo in Italia, molti hanno obiettato che non tutti gli insegnanti saprebbero fare uso produttivo di quell’autonomia. Ma perpetuare nelle scuole la classica organizzazione industriale del lavoro può solo demotivare ancor di più gli insegnanti: così come un bravo chef si demoralizzerà se lo mettiamo a riscaldare hamburger di McDonald’s. Invece, in nazioni come l’Estonia, la maggiore autonomia nel programma didattico si traduce in un maggior senso di responsabilità dell’insegnante verso la sua classe. Tra queste responsabilità, il non lasciare indietro nessuno: tra tutti i paesi Ocse ha il secondo minor gap nei risultati tra gli studenti più poveri e quelli più ricchi. E così il 90 per cento degli studenti ha una buona formazione matematica, e la percentuale di quelli che vanno male nei test Pisa è la più bassa di tutta Europa in scienze, matematica e lettura».

E come mai la Finlandia è sempre così in alto nei risultati Pisa?

«Un tratto distintivo della Finlandia è la formazione degli insegnanti. Per insegnare si frequenta un’università (con master) che accetta solo un candidato su dieci e che chiede allo “ studente insegnante” di affiancare, con responsabilità sempre maggiori, un insegnante esperto durante il suo lavoro con la classe. Ogni anno si è valutati dal preside e dai colleghi: è un percorso molto selettivo e l’insegnante di ruolo è una figura che la pubblica opinione stima più di medici o avvocati».

Singapore spicca per l’uso della tecnologia in classe. È un sistema esportabile ovunque?

« A Singapore il governo dedica ben il 20 per cento della spesa all’istruzione. Gli insegnanti hanno ogni anno cento ore di aggiornamento. E in classe oltre a trasmettere conoscenza guidano gli studenti nell’uso della tecnologia per trovare e discernere le informazioni più appropriate. In aula si usano anche chat e smartphone per rendere più rapida e interattiva la comunicazione con i ragazzi. Così a Singapore uno studente su quattro — contro la media Ocse di uno su dieci — ottiene i massimi voti in scienze. E Singapore è una delle poche nazioni che hanno continuato a migliorare nel tempo » . ?


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