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Giovani derubati della fiducia

01/02/2013
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l'Unità

Giuseppe Provenzano

È l’Italia che si impoverisce, e nella crisi perde pezzi di futuro. E così intacca il suo giacimento più prezioso, quel capitale umano che non valorizzato.  È ciò che non solo interrompe ma rischia di minare ogni prospettiva di sviluppo del nostro Paese. È di tutto questo che ci parla il dato del crollo delle immatricolazioni all’Università. Non è il primo anno che viene denunciata questa inversione di tendenza, che inchioda l’Italia agli ultimi posti per numero di laureati tra i paesi Ocse. E proprio i numeri del decennio tracciano la sua parabola declinante, il precipitato di occasioni sprecate. Sprecato è il forte investimento che dalla metà degli anni Novanta aprì l’accesso all’istruzione avanzata a una massa di giovani, specialmente donne e meridionali, con la promessa di buona occupazione, verso una società della conoscenza e un’economia fortemente competitiva. Si iscrivevano all’Università sempre più diplomati, fino a oltre il 70% nel 2004, soprattutto nel Sud che colmava i divari formativi con il resto del Paese. Da allora, è iniziato un lento declino che la crisi ha accelerato, e quella percentuale è tornata ai livelli di quindici anni fa. Crollano le immatricolazioni non solo per un calo demografico o per la diminuzione degli immatricolati adulti (fenomeno importante in seguito alla riforma universitaria di fine anni Novanta). Oggi pesa la crisi, la difficoltà delle famiglie a farsi carico del costo di mandare i figli all’università. Tuttavia, la ragione principale va ricercata proprio nella promessa mancata sul lavoro, nel tradimento alle nuove generazioni. Anche ai laureati, a cui l’Italia ha dato soltanto un’alternativa tragica tra la precarizzazione e la marginalizzazione, lo «spreco» (si pensi ai Neet, alle centinaia di migliaia di laureati inoccupati) o peggio la «fuga» (con l’esercito dei nuovi fuorusciti). Al di là dei limiti interni al sistema formativo e universitario, della notoria mancanza di una politica per la ricerca, del diritto allo studio spesso vergognosamente negato, i fattori economici e sociali, attuali e di prospettiva, assumono un peso decisivo nelle scelte formative. È la forma più grave di «scoraggiamento» sociale: matura l’idea che investire nel sapere, e dunque in se stessi, alla fine non serva, altri sono i modelli di affermazione sociale. A che serve andare all’Università a per un giovane che si troverebbe a venticinque anni senza un lavoro all’altezza delle sue competenze e ambizioni? A che serve se a trent’anni, senza un sistema di protezione familiare o clientelare alle spalle, non avrà un reddito che garantisca una vita dignitosa? Chissà che qualcuno oggi non si accorga, pure in una campagna elettorale dove fanno capolino vecchi uomini e vecchie idee, che questo dato sul crollo delle immatricolazioni è un frammento di specchio che restituisce, con un’immagine abbastanza inquietante, la più nitida visione della posta in gioco: il ruolo dell’Italia, della sua società, della sua economia, nell’Europa e nel mondo di domani. Un domani per cui si sta facendo ormai troppo tardi, e non si può perdere altro tempo. Non si può perdere ancora