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Foglia di fico sull'Istat

Chiara Saraceno

29/07/2018
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la Repubblica

Nella battaglia sulle nomine di queste settimane c’è anche quella per la presidenza dell’Istat, l’Istituto responsabile delle statistiche ufficiali, su cui si basano, dovrebbero basarsi, bilanci e previsioni. Insieme alla Banca d’Italia, si tratta dell’istituzione più importante per l’affidabilità interna ed internazionale del paese, per la verificabilità delle "narrazioni" pubbliche su come vanno le cose. Alta competenza scientifica, conoscenza dei sistemi di raccolta dei dati in un mondo in cui essi provengono da fonti sempre più eterogenee, assoluta indipendenza dovrebbero essere le caratteristiche imprescindibili di chi andrà a ricoprire questo ruolo a garanzia dei cittadini e del governo. Fino a poco tempo fa il presidente dell’Istat veniva designato dal ministro della Pubblica Amministrazione tramite procedure opache, per cooptazione negoziata entro il Consiglio dei ministri. Che ne siano venuti fuori anche ottimi presidenti Istat non inficia il carattere altamente arbitrario di una selezione di questo tipo ed il rischio di creazione di legami di lealtà che nulla avevano a che fare con i compiti dell’Istituto.

Solo il governo Renzi e la Ministra Madia modificarono questa procedura, facendo un bando per la presentazione di candidature. Una buona idea, perché aprì il campo dei potenziali candidabili.

Peccato che questa novità sia rimasta largamente simbolica, dato che non vennero resi noti i criteri di formazione della short listné della selezione finale.

È una buona notizia che la ministra Bongiorno abbia deciso di perseguire anche lei la strada del bando (o meglio, manifestazione di interessi).

Ma i requisiti necessari per essere presi in considerazione o i criteri in base ai quali verrà compilata la short list ed effettuata la scelta finale non sono presenti nell’invito alla manifestazione di interessi, che si limita a richiamare la norma di legge secondo cui il presidente deve essere per obbligo "scelto tra i professori ordinari in materie statistiche, economiche ed affini, con esperienza internazionale". Questo è un requisito preliminare, necessario, ma non sufficiente a rendere adatti a diventare presidente dell’Istat. Un ottimo professore di statistica o demografia può non essere capace di gestire una macchina così complessa. La stessa "esperienza internazionale" andrebbe meglio specificata rispetto al ruolo, non solo per evitare che basti aver trascorso qualche mese in una biblioteca straniera o aver fatto un corso di lingue all’estero per vantare un’esperienza internazionale, ma perché forse, per diventare presidente dell’Istat, più che aver insegnato un anno ad Harvard può essere utile aver effettuato periodi di lavoro e ricerca presso grandi istituti di statistica di altri paesi.

In assenza di queste specifiche il ricorso alla manifestazione di interesse diventa solo la foglia di fico che nasconde decisioni già prese, con buona pace del criterio del merito e della "rivoluzione culturale" sbandierata ogni momento da questo governo proprio mentre si spartisce senza vergogna ogni posto disponibile, mettendo in dubbio la possibilità che vengano scelte persone non solo competenti, ma indipendenti.

L’insofferenza contro il presidente dell’Inps non è un buon segnale. Forse la maggioranza dei cittadini non ne è consapevole, ma minare autonomia e autorevolezza dell’Istat sarebbe più grave e pericoloso della lottizzazione selvaggia della Rai.