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Fare a meno dei sindacati

di Bruno Ugolini

26/03/2014
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l'Unità

Conviene davvero infierire sul sindacato confederale, considerarlo una specie di ente inutile? Magari per lasciar spazio a tutti i possibili movimenti protestari, ai tanti nipotini di Le Pen e compagnia? E una domanda che dovrebbero porsi in molti, nella polituca e nella società italiana.

Non parliamo solo del presidente del Consiglio o dei ministri che, come dice Susanna Camusso, vanno a gara ormai nel lanciare i loro polemici strali, affermando la volontà e necessità di non trattare con il sindacato scelte che investono direttamente il mondo del lavoro. Un pensiero che sta diventando dominante, supportato dai mass media e che rischia di diventare senso comune. E così si applaude, anche in popolari appuntamenti televisivi, al «coraggio» antisindacale. Come se ci trovassimo di fronte a governanti mascherati come novelli Reagan o novelle Tatcher, alle prese con assatanati controllori di volo o minatori inferociti. E facendo così apparire la Camusso, ma anche Bonanni e Angeletti, come gli eredi naturali di Arthur Scargill, lo sconfitto sindacalista inglese, capo, appunto dei minatori, molti anni or sono.

Certo tali atteggiamenti sono incoraggiati dalle difficoltà di organizzazioni alle prese con una crisi che uccide i posti di lavoro, con la nascita di un esercito di precari, con problemi irrisolti di democrazia interna e di rappresentanza estesa. Sarebbe necessario aiutare il sindacato nei suoi sforzi di cambiamento e rinnovamento che pure ci sono e basterebbe frequentare i congressi della Cgil in corso da settimane per capirlo. Invece s’insiste nel prendere le distanze da Cgil-Cisl-Uil e si finisce con indebolire ancor più le Confederazioni, costringendole a far quadrato e a dimenticare ogni necessaria correzione.

Mentre si teorizza l’autonomia assoluta del politico, inseguendo paradossalmente il pensiero degli «operaisti» del secolo scorso, facendo pensare che per contare l’organizzazione dei lavoratori dovrebbe trasformarsi (a questo ha alluso sempre ieri Susanna Camusso) in un Partito politico (a dire il vero con circa 6 milioni di iscritti e non sarebbero pochini). Questo anche perché in questa crociata tesa ad annullare il ruolo dei cosiddetti «soggetti intermedi», per far posto a un rapporto diretto tra leader e popolo, nessuno vuol riconoscere quel che Bruno Trentin teorizzava. Ovverosia il rinnovamento di un sindacato che intendeva uscire dalle secche del semplice corporativismo, fatto solo di contratti e salari, per divenire nuovo soggetto politico non partitico. Capace di incidere, anche senza seguire i canoni della concertazione che pure ha dato i suoi risultati negli anni novanta, su scelte che pesano sulla condizione di chi lavora, più di un contratto. Come fisco, pensioni, mercato del lavoro. Il parere di chi è coinvolto ogni giorno in tali questioni può essere di una qualche utilità. Nessuno ha imparato nulla dagli errori sul calcolo degli esodati, da un’affrettata riforma delle pensioni? Oppure erano errori voluti da chi ignora la necessità del consenso (e poi, come ha registrato Mario Monti, ne paga le conseguenze).

Ora sarebbe necessario far marcia indietro. Questo Paese ha bisogno di coesione sociale, di slancio e impegno comune, di fiducia anche in possibili, necessari sacrifici. Come quelli che sono richiesti in queste ore al pubblico impiego. I precedenti governi puntavano sulla divisione sindacale, ora è la volta dell’indifferenza se non dello sbeffeggiamento nei confronti di tutti i sindacati. Perlomeno bisognerebbe rispettare, fra i tanti moniti per i quali si chiede severa obbedienza, anche quello che impone l’obbligo europeo del «dialogo sociale». Signora Merkel spieghi lei che nessun ministro in Germania prenderebbe a pesci in faccia la Dgb.