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ERC Consolidator, per Giannini "un successo", ma...

Dei 30 vincitori, solo 13 rimarranno in Italia a sviluppare il progetto, e nessun vincitore straniero raggiungerà l'Italia per sviluppare il suo progetto.

14/02/2016
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da www.uninews24.it

gianniniGnorriL'ottimismo è una virtù importante per un politico (specie quando è la sola): riuscire a offrire una lettura ottimistica dei fenomeni significa veicolare del consenso verso di sé. Ma talvolta i risultati possono essere grotteschi. Ad esempio, Stefania Giannini si complimenta con le vincitrici e i vincitori italiani dell'importantissimo bando europeo ERC Consolidator: 30 in tutto, secondi solo ai tedeschi e agli inglesi (e parimerito con i francesi). Ma laddove i nostri ricercatori si sono difesi alla grande, lo stesso non si può dire del nostro paese: dei 30, solo 13 rimarranno in Italia a sviluppare il progetto, e nessun vincitore straniero raggiungerà l'Italia per sviluppare il suo progetto.

"Un'ottima notizia per la ricerca italiana" scrive Giannini su facebook, rivendicando per un non meglio definito noi il "terzo posto insieme alla Francia" nel 'medagliere' del bando dell'ERC (European Research Council). Condivisibili, ovviamente, i complimenti ai nostri ricercatori e alle nostre ricercatrici - anche perché, come constata la Ministra, la squadra delle italiane avrebbe vinto l'oro se la gara fosse stata tutta al femminile. Meno condivisibili - al limite della presa in giro - i commenti nella didascalia dell'immagine: "L'Italia è terza, con 30 borse, insieme alla Francia".

Seguendo il link del bando ERC (indicato peraltro dallo stesso profilo MIUR Social) e visualizzando le statistiche ci si potrà rendere conto di come sotto un'apparente buona notizia si celi un disastro. Teniamo a mente che lo ERC Consolidator Grant presenta la seguente particolarità: indipendentemente dalla sua sede di provenienza, il ricercatore che vince il progetto è libero di andare a svolgerlo presso l'istituzione che ritene più consona portandosi appresso il suo 'gruzzoletto' (come direbbe il nostro Premier, che nel presentare le Cattedre Natta aveva chiaramente in mente questo modello).

Sapendo questo, chiediamoci: quanti ricercatori hanno scelto di svolgere la ricerca in Italia? Indovinate un po'...

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Esattamente: 13 su 30. Questo potrebbe non essere un problema di per sè: dopotutto, anche 6 ricercatori nativi del Regno Unito se ne vanno altrove per sviluppare il loro progetto; ma il loro Paese, capace di attrarre i cervelli, finirà con un bilancio di 67 ricercatori: ai 26 vincitori in loco si aggiungono ben 41 vincitori provenienti da altri paesi europei. E nel nostro caso? A fronte dei 17 che se ne vanno non c'è  nemmeno uno straniero che verrà nel nostro paese. Facile immaginarsi le ragioni, impossibile elencarle tutte. Prima e invece di blaterare i soliti luoghi comuni sulla meritocrazia, giova ricordare che tra i disincentivi per venire a fare i ricercatori in Italia vi sono sicuramente l'assenza dei fondi di ricerca (solo 92 milioni per la ricerca di base negli ultimi tre anni), l'incertezza della carriera (le così dette Abilitazioni Scientifiche sono ferme da anni!) e nella retribuzione (i nostri docenti si sono visti congelare gli stipendi per ben 5 anni).

Sarebbe bello parlare di un successo dei nostri ricercatori (e, soprattutto, ricercatrici) e del nostro Paese. Ma l'onestà intellettuale ci impone di riconoscere che casomai si tratta di un successo dei nostri ricercatori nonostante il nostro Paese (e la sua sciagurata classe dirigente).

Marco Viola