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È stallo politico sul vertice Istat Letta per Padoan, no del centrodestra

Governo diviso sulla nomina del presidente, l’Istituto è sempre più esposto alle pressioni dei partiti

21/11/2013
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la Repubblica

ROBERTO MANIA ROMA

Braccio di ferro sull’Istat, con il governo spaccato sulla nomina del nuovo presidente. Così dopo le dimissioni di Enrico Giovanni (il 28 aprile), diventato ministro del Lavoro, l’Istituto di statistica continua ad essere guidato da un presidente “facente funzioni”, il professor Antonio Golini. Né la versione light delle larghe intese è destinata a sbrogliare facilmente la matassa visto che la nomina del presidente del-l’Istat deve ottenere il via libera dalla Commissione parlamentare competente (Affari costituzionali) con una maggioranza dei due terzi. Impasse dunque. Con il rischio che l’Istat — oggettivamente indebolito al vertice — possa essere sempre più esposto alle pressioni della politica e pure del governo. Qualcosa si è già visto pochi giorni fa con l’Istat (in compagnia, peraltro, della Commissione di Bruxelles e anche dell’Ocse) decisamente meno ottimista dell’esecutivo sulle stime di crescita del Pil per il 2014 (+ 0,7 per cento contro l’1,1 per cento indicato dal governo) e “ripreso” per questo dal ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni. Ma anche con la clamorosa decisione del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo che ha presentato un esposto in Procura contro l’Istat accusato di falso in atto pubblico per avere «ritoccato » il dato sul rapporto deficit/Pil (3 per cento, anziché 3,1) presentato formalmente alle autorità europee. Lo scontro è sul candidato del presidente del Consiglio, Enrico Letta, appoggiato pure dal titolare dell’Economia Saccomanni: Pier Carlo Padoan, economista, vice segretario generale e capo economista dell’Ocse, ma anche membro dell’advisory board della Fondazione Italianieuropei di Massimo D’Alema. Un candidato a cui l’ex Pdl, e in particolare il capogruppo Renato Brunetta ha detto no, rilanciando con la candidatura di Luigi Paganetto, professore di economia all’università romana di Tor Vergata, e tirandosi dietro tutti i ministri. Perché — per quanto non ci siano conferme ufficiali — la questione è stata più volte solle- vata nelle riunioni del Consiglio dei ministri senza però che sia stato possibile arrivare ad un accordo. E che ora i ministri aderenti al Nuovo centrodestra di Angelino Alfano possano decisamente ripensare la linea sembra difficile. Probabilmente bisognerà trovare un’altra candidatura anche se, per stringere su Padoan, il governo aveva presentato un emendamento al decreto sulla pubblica amministrazione inserendo tra i requisiti necessari per poter essere nominato presidente dell’Istat, oltre che quelli di professore ordinario in materie economiche o statistiche, quella di avere «esperienza internazionale ». Un’aggiunta decisiva — secondo molti — per rafforzare l’opzione Padoan. «Un emendamento ridicolo. Un trucco democristiano inaccettabile», secondo Brunetta. E infatti la legge di conversione è entrata in vigore il 31 ottobre senza che sia stato sciolto il nodo per la nomina del nuovo presidente dell’Istat. Il rischio — sostiene Domenico Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil — è che l’Istituto finisca vittima «di una logica di lottizzazione », con la perdita di autonomia e indipendenza frutto della spartizione degli incarichi, dal presidente al direttore generale e agli altri dirigenti. Ne sarebbe riprova il fatto — sempre secondo la Cgil — negli ultimi due anni su undici nuovi dirigenti solo uno viene dal mondo della ricerca universitaria, mentre tutti gli altri sono di provenienza ministeriali, di cui ben sette dal ministero dell’Economia. Lo stesso candidato alla direzione generale, Stefano Laporta, attuale direttore generale dell’Ispra, sarebbe sostenuto dal ministro della Pubblica amministrazione, il centrista Gianpiero D’Alia. La spartizione dell’Istat, insomma.


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