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E' soltanto una questione di merito

Come far funzionare corretti criteri di valutazione? Un dibattito che coinvolge dall’università alla politica

22/03/2017
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la Repubblica

Stefano Bartezzaghi

Sono passati 35 anni esatti dal Congresso socialista di Rimini del marzo-aprile 1982, quando Claudio Martelli pose la questione di una politica della meritocrazia. È almeno da allora che la nostra società si confronta con i grovigli e i paradossi che il tema non può che suscitare, già solo per il fatto di associare, nel

monstrum lessicale che lo nomina, il tema (fra agonistico e etico) del «merito» alla questione del potere («-crazia»). Che il potere debba andare a chi lo merita è poco meno di una tautologia, è cioè una petizione di principio. Si limita a enunciare il problema vero, senza dare alcuna indicazione per risolverlo: come lo si misura, il merito? È quindi una questione, più che di merito, di metodo: è quello della valutazione, il problema vero.

Dal moscio dibattito sulla post-verità a quello non molto più vispo sulla competenza linguistica degli studenti e degli italiani, dalla scandalosa mancanza di un sistema elettorale sensato e funzionante in Italia alla selezione di candidature e dirigenti da parte di partiti e movimenti politici, pressoché ognuno dei problemi piccoli e grandi che nel loro insieme rendono tanto preoccupante la crisi sociale italiana si può riportare a una questione di valutazione. Con che criteri valutiamo le persone, le notizie, gli stessi dati statistici — che si vorrebbero «oggettivi» — , le proposte politiche, gli esiti dei provvedimenti, la stessa coerenza fra principi e comportamenti?

L’elezione di Donald Trump diventerà certamente un caso di scuola per lo studio degli errori di valutazione. Errori da parte degli analisti sia quantitativi (i sondaggisti) sia qualitativi (i politologi) che ne hanno sottovalutato le chance elettorali. Ma, almeno per alcuni, anche valutazioni erronee da parte dell’elettorato stesso, che nella sua parte popolare avrebbe votato per un candidato che ha avuto la scaltrezza di accorgersi dei «forgotten men», ricordarli, nominarli e blandirli ma all’atto pratico non rappresenterà davvero i loro interessi. Ora si dice che i critici di Donald Trump, nelle enormità proferite durante la campagna elettorale (e oltre), non l’hanno mai preso sul serio e l’hanno sempre preso alla lettera; invece i suoi elettori si sarebbero comportati all’inverso: l’avrebbero sempre preso sul serio e mai alla lettera. Costoro hanno cioè volto la loro attenzione all’enunciatore, disinteressandosi degli enunciati, con il risultato che il patto fiduciario che ne è derivato ha reso inerti qualsiasi verifica ( fact checking) e qualsiasi pur scrupolosa demistificazione ( debunking).

È quello cui mira Beppe Grillo, quando annulla l’esito di una votazione interna al suo movimento dicendo: «Qualcuno non capirà questa scelta, ma vi chiedo di fidarvi di me». Il problema della valutazione nella società potrebbe apparire estraneo a quello a cui si deve dedicare un convegno sulle «Culture della valutazione » nella didattica. L’università, in particolare, può avere l’ambizione di costituire un mondo a sé, retto da regole interne, in cui il merito possa essere valutato con criteri ad alto livello di oggettività. In fondo, chi sia l’esaminatore e chi sia l’esaminando conta davvero poco, quando si tratti di valutare l’assimilazione di un programma d’esame, cioè la sua acquisizione teorica e applicativa. Ma l’illusione che la valutazione possa essere oggettiva si dissolve a contatto con le necessità connesse alla dimensione dell’università di massa. Nelle scuole cosiddette di eccellenza (caratterizzate da ammissione a numero chiuso, classi con un numero ridotto di studenti, carichi di lavoro continui durante l’anno, obbligo di tenere una media alta) è garantita la motivazione allo studio; all’università di massa invece ci si iscrive o per studiare, o per ottenere un qualsiasi titolo di studio, o per passare un anno intermedio prima di ritentare altrove un test d’ingresso già fallito una volta, o perché è comunque meglio che niente. Il momento della valutazione — per esempio, l’esame — non è più la fase conclusiva di un processo il cui nucleo essenziale è la preparazione in una materia, ma ne diventa la fase centrale, e anzi l’unica che conti. Noi, cioè, valutiamo studenti che vogliono sapere (e quindi saper passare l’esame) assieme a studenti che vogliono passare l’esame (quindi anche eludendo il problema di sapere): moltissimi gli uni e moltissimi gli altri.

La proliferazione burocratica di modulistiche cartacee ed elettroniche, la quantificazione statistica di parametri di valutazione di docenti su studenti, studenti su docenti, commissioni d’ateneo su docenti e studenti, ispezioni ministeriali su atenei vorrebbe costituire una rete a maglie strette per ottimizzare l’oggettività delle valutazioni e costituisce invece un mondo a sé, una specie di gioco di ruolo che impegna parte del tempo di ognuno, richiedendo di compilare, dimostrare, controfirmare e che nulla ha più a che fare con la cosa in sé della didattica e della sua valutazione reale.

L’esperienza italiana dei governi tecnici o più in generale quella dei fallimenti di imprese e agenzie di ideologia severamente tecnocratica (severamente verso gli altri, si sa) dovrebbe aver dimostrato che quando qualcuno si mette a predicare la meritocrazia è sempre buona norma, e spesso anche istruttivo, chiedergli subito il curriculum. Valutare è umano, visto che ancor prima lo è l’errare. La valutazione non è mai prevalentemente oggettiva né prevalentemente soggettiva: è sempre prevalentemente relazionale. Riguarda ciò a cui nella relazione didattica è stato dato valore, dai soggetti implicati come dalla società cui appartengono. Il valore che oggi la società, nel suo complesso, assegna al sapere, alla sua trasmissione e alla sua diffusione, è il dato da cui discende il resto. Dal basso di ogni singola esperienza si può altrimenti agire solo in base alle proprie dotazioni di buona volontà, energia, ironia per conservare e quando si può allargare, all’interno dell’università dei parametri, delle mediane e dell’inascoltabile gergo buro-pedagogico-docimologico, uno spazio per l’università del merito e del metodo.