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È sacrosanto rivendicare il diritto a scuole e università più sicure

Intervento di Francesco Sinopoli su L'Huffington Post

28/09/2020
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L'Huffington Post

Sono tutte condivisibili le ragioni che stanno spingendo il mondo dell’istruzione a mobilitarsi in questi giorni, responsabilmente e secondo le regole dettate dalla pandemia. È sacrosanto rivendicare il diritto a scuole e università più sicure sul piano sanitario, e garanzie democratiche contro ogni forma di vecchia e nuova disuguaglianza, rilanciandone l’universalità e la gratuità.

Voglio evidenziare tra le altre due sollecitazioni che vorremmo inviare al governo e all’opinione pubblica. La prima riguarda le risorse che l’Unione Europea ha deciso di destinare ai Paesi membri per combattere gli effetti sociali, economici e sanitari della pandemia. Sono previste risorse per combattere la disoccupazione (il Sure), risorse per contribuire a rimettere in sesto i diversi sistemi sanitari (il Mes), risorse destinate all’economia dalla Bce, e infine quelle messe a disposizione dal Recovery Fund, il cui destino è legato alla capacità progettuale di ogni singolo Stato.

Una parte rilevante di questi fondi sono debiti da restituire, debiti che graveranno sulle nuove generazioni, e una parte, di entità minore, sono risorse a fondo perduto. Non è dunque per caso che il fondo di maggior peso (per l’Italia sono 208 miliardi di euro, più della metà a fondo perduto) abbia come nome, spesso dimenticato, “Next generation EU”, sul quale la presidente della Commissione Von der Leyen si è spesa in modo particolare.

Il nome cambia la natura stessa dell’impiego di quei fondi: sono finalizzati a investimenti veri sul futuro delle nuove generazioni. Per questo è giusto ricordare alla politica e al governo che è giunto il momento di abbandonare la pressione del presente e di elaborare progetti sistemici e strutturali per il futuro, proprio a partire dall’istruzione. Per l’Italia investire in istruzione significa, finalmente, raggiungere le quote di Pil investite nei Paesi europei più sviluppati (Francia e Germania investono in istruzione il doppio del Pil investito da noi), pari a circa il 7 per cento (sul Pil italiano 2019, significa un investimento pari o vicino a 126 miliardi l’anno, e qui davvero l’aritmetica non è un’opinione). Questo è l’obiettivo da raggiungere nel giro di pochi anni.

La seconda sollecitazione viene dal rispetto rigoroso dell’articolo 3 della Costituzione, per rilanciare il senso dell’Istruzione, e in particolare del suo secondo comma, il quale ci dice che è “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

La centralità dell’Istruzione per la democrazia, per la partecipazione civica consapevole e critica, per la qualità della vita sociale è scritta a caratteri cubitali nella Costituzione. Alla costruzione di scuole e università che puntino a consolidare il mandato costituzionale deve tendere qualunque ogni investimento pubblico, e in particolare quello previsto dal Next Generation Fund. I ritardi del nostro sistema di istruzione in molte zone del Paese, dalla mancanza del tempo pieno, dalla obsolescenza delle infrastrutture, alla necessità di aumentare complessivamente i livelli di scolarizzazione e istruzione, dovrebbero essere la priorità, come da ultimo ci ha ricordato il governatore della Banca d’Italia Visco. Noi vogliamo che il dibattito pubblico voli finalmente alto e guardi a scelte che condizioneranno positivamente il futuro.

Ci lascia perplessi che vi sia qualche quotidiano e qualche intellettuale che spinga in direzione contraria, irridendo agli investimenti, considerandoli quali soldi a pioggia, e predicando il ritorno a un’Istruzione duale basata sul censo tradendo in tal modo la Costituzione. Così, secondo questa tesi errata, a nove anni già si deve scegliere la strada per la vita, senza considerare che proprio in quei passaggi si perde la maggioranza di coloro che non hanno alle spalle famiglie in grado di guidare i processi formativi.

Secondo lo stesso opinionista sarebbe la valutazione della scuola (a cui restituire - dice - valore attraverso una iniezione di ordine e disciplina contro i modelli pseudodemocratici) a garantire in base al voto la strada giusta. Voti alti portano verso il ginnasio, voti bassi verso la formazione professionale più o meno qualificata. Al nostro sfugge che questa dualità già esiste. Essa chiama in causa l’opposto di quello che invoca, e cioè una complessiva riforma dei cicli scolastici, che promuova l’obbligo a 18 anni e imponga un ripensamento della didattica partendo dalle modalità di trasmissione del sapere insieme ad una qualificazione della formazione tecnica.

Occorre dunque evitare che la conoscenza come diritto costituzionale universale e garanzia di emancipazione (che vale sempre, anche da adulti) vada a farsi benedire, a vantaggio di una vecchia e pericolosa concezione neoliberista e neoutilitaristica dell’istruzione.