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Dall'ideologia del "va tutto bene" il colpo finale alla scuola

Intervento di Francesco Sinopoli su L’Huffington Post.

27/07/2020
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L'Huffington Post

Da qualche giorno l’opinione pubblica nazionale è inondata di messaggi che hanno per obiettivo lo stravolgimento della posizione dei sindacati della scuola, di volta in volta accusati di non volere la riapertura dell’anno scolastico in presenza, di essere corporativi perché difendono diritti e tutele dei precari (tutti), di chiedere sempre di più sul piano della contrattazione e delle risorse umane e finanziarie. La realtà che i sindacati sollevano è nelle difficoltà drammatiche e talvolta insormontabili che dirigenti e operatori scolastici stanno affrontando in queste ore e in questi giorni per dare la possibilità, davvero, di far rientrare tutti e tutti in presenza e nella massima sicurezza possibile. Ma si sostiene in pubblico e ai tavoli di confronto che va tutto bene, e che non vi sono criticità. Granitiche certezze contro la dura realtà dei fatti che le contraddicono. Ecco perché il ruolo dei sindacati, ma di tutti i soggetti intermedi, non è certo quello di fare da notai, ma di rendere noto e pubblico ciò che ancora non va, ciò che ancora richiede aggiustamenti saggi e razionali, ciò che può mettere in pericolo la vita delle persone.

Insomma, cosa vogliono questi rompiscatole dei sindacati della scuola? Intanto fare chiarezza. Provo a cominciare dalla questione spinosa e annosa delle risorse necessarie per l’istruzione. Occorrono almeno 26 miliardi (circa un punto e mezzo di Pil) per riportare il sistema pubblico dell’istruzione nazionale il linea con la media dei grandi Paesi europei. Se non si fa questa operazione verità, si tradisce l’opinione pubblica, e non si può dire che tutto va bene, data l’esigua entità delle risorse previste dal governo Conte II. Certo, ora c’è la certezza del Recovery Fund, ma si tratta di fondi previsti per i prossimi anni, e per i quali occorrono progetti precisi e rigorosi per modernizzare il sistema scolastico pubblico, sia dal punto di vista materiale-edilizio, che dal punto di vista della innovazione didattica. Siamo nella stessa situazione denunciata dal ministro della Salute Speranza, per il quale per garantire universalità, efficacia, risorse umane del servizio sanitario nazionale c’è bisogno di almeno 20 miliardi.

Istruzione e salute: i due spettri che si aggirano nell’Italia del Covid e del post-Covid. Questo è il momento più opportuno per elaborare una riforma complessiva con gli investimenti giusti sia dell’Istruzione che della Sanità. I sindacati dicono, all’unanimità, che questo treno non lo si può perdere per mettere a profitto le ingenti risorse europee. E i sindacati aggiungono che le risorse per l’Istruzione universale e la sanità universale (come prevede la Costituzione) non devono più essere considerate spesa pubblica da tagliare, ma investimento strategico nel presente e nel futuro.

Va ricordato che con l’avvento del governo Berlusconi IV (2008-2011), con Gelmini ministro dell’istruzione e Tremonti ministro dell’Economia, si attuò la più colossale operazione di riduzione di spesa e di personale che la scuola italiana abbia mai visto nel secondo dopoguerra e si realizzò quel processo di sostanziale commissariamento del Ministero dell’istruzione da parte del MEF attuato attraverso un controllo rigidissimo delle spese. Controllo che anni dopo determinò le dimissioni del ministro dell’Istruzione Fioramonti quando la sua richiesta di un incremento di tre miliardi annui per l’intero settore Istruzione, Università, Ricerca e Afam venne respinta per motivi di bilancio. Questi tagli non sono mai stati messi in discussione in nessun provvedimento successivo tanto che le norme consentono di avere “legittimamente” nella secondaria di secondo grado classi anche di 33 alunni (classi pollaio), nella scuola dell’infanzia sezioni fino a 29 bambini e l’accorpamento di istituzioni scolastiche proseguito negli anni successivi fino ad arrivare alle tante di dimensioni abnormi, fino a duemila cinquecento alunni, e di fatto ingovernabili. Il piano di assunzioni effettuato in pendenza di pesantissime sanzioni da parte dell’UE, sull’abnorme utilizzo della reiterazione dei contratti a termine, non aveva alcun riferimento con le esigenze dei piani di studio e, inoltre, non prevedeva nessun piano pluriennale per l’ampliamento dell’offerta formativa nei territori più in difficoltà, a partire dal Mezzogiorno, soprattutto nelle zone in cui dispersione scolastica e illegalità diffusa sono spesso le facce della stessa medaglia. È da questa situazione, spesso sempre oggetto di oblio, che bisognerebbe ricominciare a ragionare di risorse per l’istruzione.

E bisogna fare chiarezza anche sul sistema di reclutamento. La FLC CGIL ha ribadito più volte, anche durante il recente incontro con la ministra Azzolina, che ogni sforzo finanziario e organizzativo deve essere fatto per aprire le scuole a settembre in presenza e in condizioni di sicurezza per lavoratori e studenti. Per farlo sono necessari interventi consistenti sugli organici. I posti aggiuntivi di docenti e Ata finora sono stati solo promessi, ma non è dato sapere quanti saranno e come saranno distribuiti. In condizioni normali, di ripresa in presenza delle attività didattiche, le operazioni di inizio anno, fra assunzioni in ruolo e nomine di supplenti, devono coinvolgere la copertura di circa 212 mila posti. Se poi si dovesse iniziare l’anno con l’attuazione di speciali misure di prevenzione del contagio, allora lo scenario degli organici potrebbe ancora cambiare. Per questo abbiamo chiesto e ribadito la necessità di interventi straordinari che portino ad una semplificazione delle procedure di immissione in ruolo, ovvero una soluzione efficace e urgente dei problemi organici di inizio anno che valorizzi le professionalità già in servizio da anni nelle nostre scuole. E proprio in questa lettura “sindacale” è contenuta la replica ad un velenoso articolo del dottor Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, che si scaglia ingiustamente (anche lui) contro di noi, attribuendoci l’intenzionalità strumentale di voler assumere “scriteriatamente con l’argomento dell’emergenza covid”.

Naturalmente, noi siamo sempre pronti al confronto, purché lo si faccia con le analisi e le argomentazioni oggettive e scientifiche, senza alcun cedimento al velleitarismo. Ma ricordiamo che, proprio perché l’emergenza sanitaria ha solo messo in evidenza, esasperandole, le vulnerabilità della scuola italiana, è adesso il momento per rilanciare il sistema nazionale dell’istruzione con investimenti che ne qualifichino il profilo: stabilità e formazione del personale, innovazione didattica, modelli organizzativi e pedagogici inclusivi. “La priorità non sta nei numeri”, ma i numeri, il tempo, la relazione diventano variabili decisive della cura e della qualità dell’istruzione, necessarie per costruire efficaci progetti di formazione, di individualizzazione dell’insegnamento, favorendo apprendimenti significativi e autenticamente trasformativi. La nostra richiesta di più scuola, a partire dall’estensione dell’obbligo da tre a diciotto anni e dal riconoscimento del diritto all’istruzione per tutto l’arco della vita, si accompagna all’altrettanto urgente necessità di una scuola migliore, che salvaguardi le specificità di ogni singola fascia di età e ampli la prospettiva dal principio dell’obbligo all’impegno per il successo formativo di tutte e di tutti, in un orizzonte di uguaglianza delle opportunità.

Un’ultima ma importante annotazione. Psicologi, pedagogisti, filosofi dell’educazione esprimono, praticamente all’unanimità, molte preoccupazioni sull’impatto che potrebbero avere sugli alunni delle scuole dell’infanzia, delle primarie e delle prime classi delle medie inferiori, ben sette mesi di “distanza” dalla scuola. Si tratta di un impatto che potrebbe avere una forza emotiva del tutto inedita. Si pensi solo alle mascherine e al divieto di “abbracci” in uno spazio scolastico che racchiude in sé le caratteristiche tipiche della relazione affettiva, che si concretizza innanzitutto e per lo più in manifestazioni corporee. Non sembra che questa condizione sia al centro delle attenzioni del Ministero. Anzi. Si lascia che siano maestri, docenti e dirigenti a risolvere il problema nelle attività quotidiane. E se poi una classe si spacca? Quanta socializzazione, quanta relazione amicale e affettiva si perde? E come porvi rimedio? Come si vede, accanto alle pur enormi difficoltà di natura sanitaria, che richiederebbero l’assunzione del medico scolastico, oltre che condizioni strutturali per attivare adeguate modalità di prevenzione, sorgono difficoltà di natura psicologica e relazionale, che certo non si possono risolvere con l’ingresso di studenti del terzo o quarto anno di università. C’è bisogno di una cura specifica e particolare di questi aspetti, che investono alunni in età di formazione. Così come non andrebbe mai dimenticato il fatto che migliaia di loro, e migliaia dei loro insegnanti, hanno fatto esperienza della durezza della morte e della malattia. La scuola non è solo un palazzo o un tablet. È anche sensibilità sociale, attenzione e cura. Allora, si può ancora affermare, con granitica certezza, che va tutto bene?