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Dal forum del Corriere della Sera

Lettera a Letizia Moratti Gentile Letizia, ma la scuola non è un''Azienda', non lo è mai stata, e tentare di renderla tale è, per lo meno, assolutamente alieno dalle motivazioni di chi,...

02/11/2001
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Lettera a Letizia Moratti

Gentile Letizia,

ma la scuola non è un''Azienda',
non lo è mai stata, e tentare di renderla tale è, per lo meno, assolutamente alieno dalle motivazioni di chi, da tanti o pochi anni ha scelto questo lavoro.
Né sono le parole che possono dimostrarlo.
Non è un'affermazione originale, ma vale la pena di ricordare che una generazione, una società, o peggio una classe dirigente, che scegliendo una logica aziendalistica di profitto, si sottragga o rinunci a educare i giovani, e ceda questo compito a chi lo considera (con ragione) un buon investimento economico e non una primaria finalità civile e sociale, nonché un'esigenza etica, si condanna da sola: le conseguenze sono già qui.
La distanza tra il ministero della (ex pubblica) Istruzione e l'aula di una nostra scuola statale (non il solito liceo classico elitario) è ormai scoraggiante.
Se invece le interessasse conoscerla questa realtà, venga a lavorare due ore con noi, cara Letizia: la porta della nostra classe è sempre aperta.
Entri dunque, e partecipi, una volta, alla nostra 'impresa'.

Magari, come gli insegnanti, senza corazzieri e scorta.

Gentili saluti dalla

Funzione 'docente'
serenapeterlin@inwind.it

Roma, 1 novembre 2001
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La verità vera

Chi pensa che la scuola italiana abbisogna di maggiori fondi sbaglia! I soldi ci sono, ma vengono spesi male, anzi malissimo. E più si spingerà sul pedale dell'autonomia e peggio sarà. La maggioranza di noi docenti si trova relegata in quella condizione che viene considerata poco più che marginale all'interno delle istituzioni formative italiane: la didattica. No, non sto scherzando. Basta mettere piede anche solo per qualche giorno all'interno di una scuola italiana e comprendere quanto poco conti ormai la funzione didattica. I presidi, cosiddetti manager (che maneggiano fondi per centinaia di milioni), assieme ai dirigenti amministrativi, pensano solo ai corsi da organizzare e a far sì che le iscrizioni non calino. Risultato: si boccia sempre meno, si insegna sempre meno, perché occorre andare incontro alle esigenze dell'allievo. Poi ci si chiede perché mai le ultime generazioni sono demotivate, fiacche, senza ideali, rassegnate all'esistente. Quello che passa, ormai a qualunque livello, sia formativo che informativo, è che qualsiasi cosa si faccia bisognerà farla incontrando il loro favore. In questo modo sparisce il concetto di dovere e di lavoro e la funzione di noi docenti è mortificata e ridotta a quella di intrattenitori e non sempre culturali. Le scuole italiane assomigliano sempre più a dei parcheggi, diretti da persone che non hanno alcuna formazione cosiddetta manageriale. Ma perché poi, mi chiedo, dovrebbero averla? Si vuole comprendere o no che l'istruzione non potrà mai essere un'azienda in attivo (almeno nel senso economico dell'espressione)? Chi investe nell'istruzione dovrà sapere che potrà vederne i frutti dopo anni, decenni magari.
Si pensa invece di risolvere tutto con la parolina magica 'autonomia', affinché le scuole diventino macchine per far soldi, col beneplacito delle organizzazioni sindacali.
Per quanto posso vedere io, quello che accade assomiglia sempre più ad un fiorire di clientele: cerchie di insegnanti che si accalcano intorno al dirigente di turno per accaparrarsi le funzioni obiettivo, le collaborazioni con la presidenza, la possibilità di fare corsi di aggiornamento aggiuntivi, etc. E a chi invece nelle classi ci va cosa viene riservato? Qualche decina di migliaia di lire lorde ogni ora di straordinario.
Facciamola finita e cerchiamo di essere un po' più seri. Piantiamola con tutte queste funzioni e funzioncine che a nulla servono e investiamo tutte le risorse nella didattica, quella frontale, nell'aggiornamento, quello serio, fatto di corsi di specializzazioni universitaria, come del resto avviene nei veri paesi industrializzati dell'Occidente.

Antonella Lombardo
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Sbagli miei o il sistema non funziona?

Sono un'insegnate di latino e greco in un liceo classico. Ho insegnato diversi anni nella privata (senza raccomandazioni per entrarvi) per metà punteggio e per uno stipendio medio di 500 mila mensili, nella convinzione che questo sfruttamento legalizzato potesse rappresentare l'unico modo per accedere in tempi brevi almeno al precariato nella statale. In effetti ciò è accaduto entro sei anni (!), ma con conseguenze che non avevo neanche lontanamente immaginato: con stipendi di tale entità, per sei anni non mi sono potuta permettere di acquistare libri, se non in edizione economicissima, con notevole "abbrutimento" culturale; quando, finalmente è stato bandito il concorso ordinario, essendo impegnata nell'insegnamento, non ho potuto studiare con quella intensità che mi avrebbe permesso di ottenere non solo il superamento delle prove, ma anche un posto in graduatoria tale da poter sperare in un'assunzione. Mi sono dunque trovata a sette anni dalla laurea sull'orlo del disastro finanziario, abbruttita culturalmente, guardata di traverso dai colleghi, perché proveniente dalla privata e, per di più, con l'aggravante di aver ottenuto l abilitazione attraverso il concorso riservato. La domanda sorge spontanea: ho sbagliato qualcosa io o è il sistema che non funziona?


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