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LA SCUOLA DI ERODE NELLA REPUBBLICA DI TOPOLINIA Raffaele Iosa, ispettore tecnico Emilia Romagna La montagna ha partorito il topolino. Dopo gli Stati Generali, i documenti di pedagogia hard...

03/02/2002
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Edscuola

LA SCUOLA DI ERODE NELLA REPUBBLICA DI TOPOLINIA

Raffaele Iosa, ispettore tecnico Emilia Romagna

La montagna ha partorito il topolino. Dopo gli Stati Generali, i documenti di pedagogia hard, un mese di tormenti nella maggioranza, ecco la riformissima: una Legge'.delega (!) che in due (2) anni prorogabili a tre e mezzo (3 ½) darebbe (con decreti!), il Nuovo Assetto della Scuola Italiana del Secolo XXI.

Modernissimo modello di riferimento: la riforma Gentile del 1923 anticipata di quattro mesi in prima elementare, il freno a mano sulle riforme attuate dagli anni 70, il nebbione del duale per ricchi e per poveri.

Arrivano anche un po' di programmi regionali, con il rischio delle piccole haimat dei popoli separati.

Arrivano alcune piccole bugie sparse nei telegiornali come meraviglie che non c'erano prima: l'inglese alle elementari (oggi si fa solo sanscrito), l'informatica per tutti (abbandoniamo gli attuali pennini e calamai), stages nelle aziende (basta con Plutarco), e poi la gemma "a scuola per almeno 12 anni": la super-bugia! Con Berlinguer si andava tutti a scuola per 12 anni, ricchi e poveri il più insieme a lungo possibile; con Moratti al ceto medio si danno i soliti 13 (alla faccia dell'Europa a 18 anni), ai poveracci 9 più 3 di poca e stanca scuola serale appiccicata ad un apprendistato precario.

Ma ad una prima lettura superficiale questa riformina sembrerà a molti dorotea, perché per l'80% dei ragazzi niente cambia in superficie (nei disegnini dei giornali), per il resto si offre l'ovvio e il vecchio che torna.

Un mix tra ritorno al passato, stanca fotografia del presente, pubblicità del fumo in scatola.

Benvenuti nella scuola della Repubblica di Topolinia

Questo è una legge delega strana: in parte liquida e generica, in parte nevroticamente dettagliata, effetto del taglia e cuci politico. E poi è solo una legge delega: sarà votata in bianco dal Parlamento e poi avrà anni di sgambetti e alleanze, mediazioni sotterranee, imboscate. Tre anni e mezzo: un secolo in politica!

Sento già il trionfo del decretismo, sul quale la burocrazia è maestra con le circolari "interpretative".

La durezza dura di Bertagna sarà solubilizzata nel brodino legislativo, molto resterà, qualcosa sparirà, qualcosa non avverrà, un biscottino verrà dato anche alla sinistra, qualcosa di più ai preti. Dorotei di destra.

Forse verrà una fase che farà evaporare una legge delega liquida in una serie di decreti gassosi. Troppi guai.

Ma, d'altra parte: non se ne poteva più. E che diamine, un po' di sano realismo, e poche utopie. "Buon senso" ha detto il Presidente del Consiglio, "anche le nostre mogli hanno collaborato". Rimettiamo a posto quello che la natura (femmina) comanda e mettiamo nel cassetto il trentennale troppismo degli utopisti.

Gli insegnanti si fanno i conti per la pensione, e qualcuno di più resterà: tanto, che cambia?

Si dice che la delega è dovuta a difficoltà politiche ed economiche. Quelle politiche non le capisco, vista l'ampia maggioranza di destra e l'evanescenza dell'opposizione. Quelle economiche le capisco eccome. Perché mi pare lì il vero cuore della questione, il resto chiacchiere da pedagogisti. Infatti: se c'è in arrivo un nuovo profilo di tassazione che taglia un buon pezzo di stato sociale, di che stiamo parlando? Tagliare si deve, non aggiungere. La natura di questa fase è economica, di redistribuzione della ricchezza verso i ceti alti, di trionfo dell'Italia fai-da-te rispetto a quella di più socialdemocratiche solidarietà. Si veda il carteggio Tremonti-Moratti di novembre pubblicato da Repubblica: ma che Riforma, tagli duri di posti e di qualità!

Non c'è trippa per gatti. Non c'è trippa e non ci sono gatti. Ci sono volpi.

Ora che c'è poco da dire, è proprio nel poco la novità di questa fase. Un poco-poco però non neutro, ma segnato dallo stop all'autonomia (sempre più ingabbiata dal centralismo), i finanziamenti tagliati (vedi la legge 440), il risucchio del decentramento, il pianto dei contratti (euro a pioggia fine per tutti), l'innovazione frenata, i fondi dell'edilizia scolastica scomparsi, il ritorno al nostalgico bocciare, il voto in condotta.

Torna l'Italietta con un mix di fai da te liberista e familista, con esami di stato fatti in casa.

Cosa si nasconde dietro a questo (stra)ordinario stop? Penso si debba essere sinceri e freddi nell'analisi.

Ciò che accade è speculare ai cedimenti e alle progressive concessioni alle corporazioni dei "signori del però" dell'epoca del tramonto demauriano del riformismo dell'Ulivo. Tutto torna: al solito nulla italico.

Siamo al trionfo dei "signori del meglio non fare" di cui ho già parlato, ben diffusi in tutti i luoghi politici.

Volevate che una maggioranza politica centrata sui sondaggi si spendesse per radicalizzare le riforme?

Sull'anticipo dei cinque anni e un po', Datamedia ha detto sì ed ecco la Grande Riforma. Nessuna riflessione pedagogica, nessun sogno, nessuna attesa. Solo una cosuccia statisticamente ben accetta per darla in pasto ai mass media, almeno hanno una "innovazione" di cui parlare. Benvenuti nella Repubblica di Topolinia.

Dall'eguaglianza delle opportunità per tutti all'individualismo fai-da-te

Tuttavia, non è affatto vero che non cambia nulla. L'effetto-valium della legge delega potrebbe abbassare la passione pedagogica e la critica, soprattutto il non cambiare nulla aggraverà la crisi del sistema scolastico. Ma forse è questo che si vuole: la descolarizzazione del sistema pubblico per l'istruzione fai-da-te.

Cambia nulla rispetto a Gentile, ma si vuole cambiare l'anima attuale della scuola. Il fatto è che a partire dagli anni 70 si era insinuato nella scuola un esprit diffuso, più parlato che compiuto, che guardava all'uguaglianza delle opportunità educative come "dover essere" di tutto il sistema scolastico. La buona Falcucci è un emblema con la sua opera per l'integrazione dei disabili. E non era certo una comunista!

Le opportunità educative sono ancora il valore-base di un'Italia maggioritaria. Veniamo da 30 anni di espansione delle opportunità democratiche. Ma questo sfondo buono si è spesso sbriciolato tra visione impiegatizia del lavoro scolastico e l'innovativismo anarcoide senza una vera iniezione di politica generale (riforme e soldi). Ci ha provato lo sforzo riformista e strutturale dell'Ulivo, che si è avvitato a metà per poco coraggio trasformativo. Ma qualcosa di buono nella scuola è successo negli ultimi anni!

Questo andare positivo, pur con tutti i suoi acciacchi, sta per essere bloccato. In fondo la legge delega ha un solo articolo vero, quello che dice: "La legge 30 è abrogata". Il resto è il nulla, il vecchio che torna.

Le incertezze della cultura democratica hanno dato spazio ai darwiniani per ridimensionare, relativizzare, banalizzare il welfare, fino a tentarne la fine, stimolando gli idola tribus dell'homo homini lupus, non frater.

Ma funzionerà? Io credo di no. Basti pensare agli effetti dei tagli descritti dagli otto punti della lettera Moratti a Tremonti del novembre scorso. Sono dolori, che produrranno nuovi e più aspri conflitti.

Ci sarà, c'è già, uno scontro tra culture pedagogiche opposte (più che tra disegnini organizzativi), ormai aperto e forte. Il futuro non sarà indolore e anestetizzato.

Qualche approfondimento (amaro)

Il curricolo impazzito

Con la versione Legge delega, la scuola farà il proprio curricolo assemblando ben quattro "quote temporali": quella nazionale (stesse discipline dalle alpi a capo passero); quella regionale (pedagogia del radicchio, della bagna cauda, curricolo del cerasuolo, della cozza pelosa, piani di studio dell'abbacchio, '); quella affidata alla scuola (la scuola autonoma è in Costituzione, ha diritto ad una sua quota); poi c'è la parte facoltativa (le 300 ore di Bertagna) che non essendo uguale per tutti sarà meramente aggiuntiva.

Immaginatevi la gente normale, dalla maestra di Agrigento al preside di Voghera, a dover ri-comporre questa maionese impazzita. Le prime tre quote starebbero dentro alle 825 ore (se i decreti confermano Bertagna). Dunque, avremo uno sgomitamento tra disciplinaristi e cattedristi, tra nazionalisti e regionalisti. Si odono brontolii delle discipline a rischio estinzione. Naturalmente, la guerra santa sarà tra le prime due quote: quanto all'Italia e quanto al radicchio? Pagherebbe danno la quota della scuola autonoma, schiacciata.

Vedo belle guerre sulle discipline artistiche ed espressive. Vi sarà la spinta a ridurle sperando che se le prenda la scuola o nella sua quota o nelle ore facoltative, tanto gli artisti sono strambi e i bambini "seri" possono fare pensieri poco "spirituali" (art. 1, Legge delega) se guardano le donnone nude di Rubens!

Penso, che, paradossalmente, il buon senso di alcune scuole potrebbe utilizzare le 300 ore (ovviamente per chi le vorrà fare) con buone e serene pratiche di lettura, scrittura, aritmetica, pittura, ginnastica. Ma saranno di ripetizione, accidenti, perché non ci saranno tutti i bambini!

Con un problemino finale non da poco. Ho sentito nella conferenza stampa di presentazione il Presidente del Consiglio testualmente dire: "metteremo nuove discipline: conoscenza del territorio, nuove alimentazioni, amore per la natura, tecniche di pronto soccorso". Sono affabulato da questa creatività. Ricordo ancora Veltroni che nel 1996, inaugurando la mostra di Venezia, da buon cinefile propose il cinema materia obbligatoria dalle elementari. E' un antico vezzo italiano, come la formazione della nazionale di calcio, dire cosa si deve insegnare. D'Alema proporrà l'origami, Vittorio Sgarbi il verso degli usignoli, Edoardo Raspelli la chiusura del cappelletto, Cicciolina il rifacimento del letto, Gabriella Carlucci la bigiotteria.

Se a qualcuno, a questo punto, viene la vertigine come non capirlo? Delirio curricolare allo stato puro.

Un mio amico onorevole (Margherita) mi ha chiesto se mi sono divertito a scrivere i due altri articoli della saga di Erode. A proposito: lui proporrà la materia "fiori di campo", ovviamente.

Gli ho risposto che piango, piango disperatamente, per questa mia amatissima scuola ridotta ad un duty free.

I curricoli etnici

Pochi hanno finora parlato di una questione quanto meno delicata. Le regioni avrebbero la potestà di una parte dei curricoli. Il rischio non è certo nella necessità di connettere curricolo nazionale e realtà locale (importantissima e a cui può già rispondere la scuola autonoma), ma nell'innegabile impulso separatista che dietro si nasconde. E' questo che interessa a quei pensieri "etnici" che non sono solo figli della nostalgia delle tradizioni (bagna cauda, vedi sopra) né di un miglior aggancio alle realtà socioeconomiche di ogni zona (che potrebbe essere utile nel ciclo secondario), ma a quel greve strato di razzismo e di separazione che si nasconde nei miti delle piccole patrie. Sangue e terra come mito della divisione, l'identità come "noi" migliori degli "altri", il provincialismo parvenu che può portarci a Sarajevo.

Ore facoltative di che?

Sulle ore facoltative, poi, facciamo meglio i conti: non è vero che il piano di studio Bertagna aumenta le ore di scuola. Si confonde l'obbligo della scuola a dare le 300 ore e la facoltà degli alunni di prendersele.

Ma essendo "facoltative" (e quindi per tutti) non comprenderanno i curricoli delle prime tre quote, ma solamente i cascami "integrativi". Le 300 ore sono "l'ampliamento dell'offerta formativa" del Regolamento autonomia con la differenza (una delle poche cose di "sinistra") che è pagata dallo Stato. Ma Tremonti lo sa?

Inoltre le 1125 ore complessive non bastano per il tempo pieno delle elementari, servono almeno altre 225 ore all'anno, cioè quelle ore che qualcuno dovrà pagare per avere 40 ore alla settimana, chieste anche dai lumbard della polenta taragna, perché loro vanno a laùrar e non lasciano i figli alle baby sitter marocchine!

Il miracolo della religione cattolica facoltativa

Il gioco linguistico tra obbligatorio e facoltativo rischia un'originale querelle sulla questione dell'ora di religione cattolica. Fino a ieri, per un mistero tipicamente cattolico, queste ore sono state facoltative ma'obbligatorie. E oggi? Con un monte ore annuo di 825 obbligatorie, 66 ore alle elementari sono molte.

Se non le fanno tutti, sono appunto "facoltative": quindi fuori dalle 825? Se le 300 ore sono facoltative nell'iscrizione, ma poi di fatto obbligatorie nella frequenza, il modello si adatta a pennello alla sentenza della Suprema Corte di qualche anno fa: le 66 ore vanno in un pomeriggio facoltativo/obbligatorio! Se poi si mettono di venerdì pomeriggio, si potrebbe risparmiare anche sulla mensa: è il giorno del digiuno'..

I bambini ballerini

Sull'iscrizione dei bambini in relazione al coito ho già scritto. Qui vorrei rilevare una grande sorpresa presente nel testo delegato: in prima elementare si iscrivono "obbligatoriamente" i bambini che fanno sei anni entro il 31 agosto e "facoltativamente" quelli dal 1 settembre al 30 aprile. Non se ne è accorto nessuno. Altro che privatizzazione dell'iscrizione: qui siamo alla pluriclasse permanente! Concretamente potrebbero iscriversi in una classe bambini nati in un arco di ben 20 mesi! Quindi stanno insieme in prima elementare un alunno che adesso va alla materna con uno che va in seconda elementare. Ma capiterà anche l'inverso: bambinoni di 6 anni e mezzo ancora alla materna. Un nuovo mini market per le suorine. Fantasioso!

Bambini ballerini, che vengono forse sì forse no. La scuola dell'infanzia di conseguenza schizofrenica.

L'obbligo disobbligato, la formazione professionale, e i miei poveri disabili

Sulla dualità ho già scritto nei precedenti articoli. Mi voglio solo soffermare sul fatto che l'insistenza anticipatoria con cui la dualità è perseguita marca fortemente l'etica di questo disegno. E' la separazione precoce, la selezione sociale, la divisione tra ricchi/poveri e tra buoni/cattivi il cuore (antico) del progetto, con riverberi selettivi negli anni precedenti alla scelta duale. Così si spiega la scomparsa dell' "obbligo".

ll sistema non è duale: è resi-duale, prima i licei allo stato, poi le morchie e i bulloni alle regioni.

Almeno fosse stato pensato dai 16 anni! Almeno si fosse detto che anche al classico si imparava ad aggiustare le biciclette! Quando diventerò presidente del consiglio sarà questa la materia che vorrò per tutti. Abito a Ravenna e la salute della bici in questa città è fondamentale (curricolo comunale: lo dirò all'ANCI!).

Temo per i miei amati disabili. Con la riduzione delle ore comuni per tutti, le iscrizioni ballerine (aumenterà il loro ingresso ritardato), fino al sistema duale, il messaggio subliminale è chiaro. Si abbasserà l'impegno sui potenziali individuali per fermarsi sui "bisogni speciali" (vedi la citazione di Don Milani in Bertagna). Vorrà dire dare ai disabili di meno perché "sono" meno (meno capaci, meno competitivi), perfino con un messaggio caritatevole: mica vi abbandoniamo, solo che non vi illudiamo, preferiamo darvi un bel lavoro come attaccare francobolli (i Down hanno una lingua perfetta allo scopo) piuttosto che mescolarvi con azzimati liceali. Già oggi i disabili sono all'80% sospinti in modo mellifluo verso l'istruzione professionale.

Questo provocherà un effetto grave: staranno di meno con gli altri, facendo male a tutti, anche ai signorini che vivendo meno con ciechi, storti, e muti impareranno meno a dare e a ricevere diversità e solidarietà. Daranno ancora l'obolo fuori delle chiese (i signorini non sono cattivi), ma andare a cena con loro che noia: ci pensino le suore o le cooperative sociali.

Forse qualche parola c'è da cui ripartire tutti

Siamo ancora in una fase in cui i cittadini devono essere ben informati e nella quale tutti hanno il diritto e dovere di esprimere le proprie opinioni. Per ora non è ancora una legge: è una discussione politica e culturale che il ministro stesso ha chiesto si faccia in modo aperto. E' per questo che ho ritenuto mio dovere esprimere osservazioni, per un confronto senza veli. Qualcuno mi ha detto che forse "non è bene" che un ispettore dica cose poco gentili. Ma finchè si tratta di dibattito ho il dovere e il diritto di parlare.

Quando avremo leggi definite è ovvio che cercherò di applicarle al meglio. E quindi cercherò almeno di fare bene quanto è scritto all'art. 2 comma a) della Legge delega: " è promosso l'apprendimento in tutto l'arco della vita e sono assicurate a tutti pari opportunità di raggiungere elevati livelli culturali e di sviluppare le capacità e le competenze, attraverso conoscenze e abilità, generali e specifiche, coerenti con le attitudini e le scelte personali, adeguate all'inserimento nella vita sociale e nel mondo del lavoro anche con riguardo alle dimensioni locali, nazionale ed europea". Credo che questo comma fosse in parte già nella legge 30.

Spero che almeno questo sarà bipartisan, anche per lor signori delle cosiddette libertà, così almeno si salva una comune morale kantiana. Forse con questo si ridurrebbe il chiasso ideologico prodotto da una destra ebbra di vittoria e cinica, e da una sinistra afasica. I bambini e le bambine questo aspettano da noi adulti: che sia loro garantita la pari opportunità di farcela tutti nella vita, di farsene una propria in piena libertà critica, forse anche -se gli riesce- di essere ogni tanto felici in questa valle di lacrime.

A questo proposito, alcuni amici mi hanno detto che è interessante la parte destruens, ma le proposte?

Ci vuol poco a fare un elenco propositivo: sviluppare e consolidare l'autonomia e la flessibilità delle scuole in rapporto al territorio, finanziare la scuola come investimento del futuro, cicli lunghi e lenti per dare a tutti basi solide e comuni. Ripartire dalla legge 30, cambiare per migliorarla, partendo dal comma che ho citato.

E ancora: impariamo da George W. Bush, che ha fatto una riforma bipartisan (complimenti) con un incipit deweyiniano "Non importano i cicli, né le discipline che si insegnano, importa come si impara". Ma sì, una grande rivoluzione didattica serve al paese, che punti alle menti e ai cuori dei nostri ragazzi, al loro sviluppo libero e creativo, senza preoccuparci della nevrosi da disciplinismo, né del delirio valutativo.

Ho sempre amato una scuola ermeneutica (che cerca il senso della vita) sobria, seria e lenta, piuttosto che una scuola da spot che accumula e accumula contenuti senza una cornice di senso.

E io confermo Barbiana

Con mia grande sorpresa, le fantasie di una passeggiata a Barbiana hanno contagiato migliaia di persone. Qualcuno, pur aderendo, ha arricciato il naso su Don Milani: meglio che se lo soffiasse pensando ai pedagogisti dopo di lui. L'incontro a cui pensavo non è un convegno su Don Milani ieri-oggi-domani. No: è l'idea di partire da un luogo topico dei valori essenziali della scuola degli ultimi 40 anni. Don Milani ha radicalizzato due valori cruciali per i sistemi formativi moderni: l'uguaglianza e la socialità dell'apprendere.

I modi possono essere milioni, ma quei valori sono attualissimi e da Barbiana sono fioriti in molti di noi.

Ormai ci sarà una marcia a Barbiana. Anche l'amico Enrico Panini l'ha rilanciata al congresso Cgil scuola, ma qui anticipo che sta provenendo dal basso, cioè dai sindaci e insegnanti del Mugello, assieme agli ex alunni di Don Milani, un appello per un incontro che sia di tutti coloro che intendono battersi per più scuola davvero per tutti e per ciascuno, contro le derive di nuova selezione sociale, di beghinaggio pedagogico, di divisione etnica. Una bella manifestazione proposta da gente di quelle splendida terra del Mugello che ha visto l'evento Barbiana, che superi le nostre passate timidezze e i troppi cedimenti.

Nei prossimi giorni in numerosi siti Internet verrà lanciato l'appello per una manifestazione sobria e forte, unitaria sui valori che davvero contano, perché le riforme della scuola ripartano correggendo e migliorando, con un no chiaro verso chi invece le vuole smontare, ripartendo da Barbiana.

Sarà ai primi di maggio, o il 4 o l'11, così pare meglio anche per fatti organizzativi. Io sarò ovviamente con loro, con il mio sassolino da mettere nella tomba.

Con questa terza puntata termino la saga di Erode. Sui cicli dell'epoca Moratti non ho più niente da dire. Adesso c'è Barbiana, e l'impegno di ogni giorno per migliorare la scuola di tutti e di ciascuno.

Forse, potremmo intanto iniziare a resistere (ah, la resistenza!) ampliando tutti gli spazi di autonomia che ci permettono, con le norme vigenti e nonostante i tagli di risorse, di sviluppare azioni di qualità nelle scuole.

Gli enti locali possono, devono, essere grandi alleati di queste azioni.

Costruiamo, ad esempio, sul territorio i centri servizi cancellati dalla Moratti, facciamoli di nuovi consorziando reti di scuole e reti di comuni, facendo accordi, protocolli, convenzioni. Mai dire mai.

Ravenna, 3 febbraio 2002


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