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«Coraggio, dolore, speranza Con i bambini in ospedale ho capito che la scuola è vita»

La maestra Luigia da 26 anni nei reparti: mi danno forza

06/12/2020
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Corriere della sera

Giusi Fasano
 

«Ricordo la sera che arrivai a Pavia e andai a vedere com’era la scuola dove avrei preso servizio. All’indirizzo che avevo, però, non c’era nessuna scuola, c’era soltanto il Policlinico San Matteo. La mattina dopo chiamai la segreteria: ci dev’essere un errore, dissi. E loro: nessun errore, lei è stata trasferita alla sezione scolastica del Policlinico. Reparto leucemici, quarto piano».

Era il 1994. Luigia Della Femina dice che all’inizio fu terrore puro. Ma quei bambini, il loro coraggio e la loro voglia di vivere vinsero tutte le sue paure. «È un mondo che esiste e siccome io non sono abituata a scappare mi sono detta: va bene, attraversiamolo. I primi tempi cercavo la distanza dal bambino, cercavo di non entrare nelle aree trapianto. C’era molta sofferenza. All’epoca l’esame del midollo lo facevano senza anestesia, magari stavi tutta la mattina con un bambino e poi venivano a prenderlo per il prelievo del midollo. Mentre usciva dalla camera sapevi che lo avresti sentito urlare, era davvero straziante. Adesso, dopo tutti questi anni, so che fare scuola a questi bimbi in ospedale è un percorso che fai con loro e con i loro genitori. A volte è difficile, lastricato di tanto pianto, ma spesso è anche un percorso di gioia e crescita. Io devo guardare la parte sana perché di quella malata si occupano i medici».

Nessuno ci pensa mai. Eppure ci sono bambini che una scuola vera non l’hanno mai vista. Alcuni passano l’intero ciclo scolastico in un letto, altri lasciano l’anno a metà perché preda di qualche incidente o malattia grave. Ecco. Per loro (ma anche per i ragazzi più grandi) esiste, appunto, la scuola in ospedale: la possibilità di imparare a leggere e scrivere, di fare corsi, usare laboratori, oppure studiare per la maturità o per finire gli anni della scuola media. Non importa se restano ricoverati per poche settimane o sono pazienti lungodegenti. Importa che la scuola sia parte della loro vita da malati.

Nata negli anni Cinquanta e affidata inizialmente alla disponibilità dei singoli come fosse una specie di volontariato, oggi la scuola in ospedale e gli insegnanti che se ne occupano sono parte integrante del progetto scolastico del Paese. Luigia, per dire.

Dopo 9 anni di scuola normale (in provincia di Salerno), dal ’94 in poi ha sempre seguito soltanto allievi ospedalizzati. Oggi, a 64 anni, lavora alla sezione ospedaliera dell’Istituto Comprensivo Virgilio di Roma che ha la sua sede all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Reparto di oncoematologia, che significa lungodegenza per trapianti di midolli o terapie immunologiche. «Questi anni — dice lei — mi hanno arricchita e migliorata, guardare la sofferenza mi ha fatto capire che la scala delle priorità va fatta tutti i giorni. Lo diciamo spesso quando ci capita qualcosa di grave: da oggi in poi... ma finisce che poi ci dimentichiamo. In ospedale nascono legami capaci di generare benessere e capita che i genitori ci vogliano accanto per condividere momenti che non scorderanno mai più, o perché tornano a casa soli o perché riportano a casa i loro figli».

Dopo 26 anni di stanze ospedaliere le storie da raccontare sarebbero migliaia. Luigia preferisce concentrarsi su quelle a lieto fine. «Pochi giorni fa un ragazzo trapiantato due volte che adesso ha più di 30 anni mi ha mandato una fotografia di lui che fa la pasta di sale assieme ai figli. La dedica dice: “Quanti ricordi...” perché in ospedale quand’era bambino facevamo i laboratori con la pasta di sale». E ancora: «Ricordo di un ragazzino down che non voleva farsi toccare da nessuno. Mi chiesero aiuto e mi dissero che amava la batteria. Volevo portarne una in reparto ma la risposta fu no. Allora lo portai nella sala musica di un negozio. Lui si tolse la giacca, prese le bacchette e cominciò a suonare, bravissimo. Tornammo in reparto finalmente si lasciò curare. Aveva solo bisogno di star bene suonando un po’».

Adesso il Covid ha complicato tutto. Le lezioni sono a distanza ma Luigia passa lo stesso, specie dai nuovi arrivati. Saluta, consegna quel che serve per studiare e promette che ci sarà. Lei per loro ci sarà sempre. Li vedrà crescere e imparare e proverà a farli sorridere nelle giornate nere. Come quella volta che organizzò una sfilata con i vestiti cuciti dalle mamme: «Anche senza capelli, mi creda, erano tutti bellissimi e felici». Modelli e modelle sulla passerella della vita.


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