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Contratto, è caccia alle risorse ma anche la normativa è un rebus

Cgil, cisl, uil e Snals hanno avviato la mobilitazione

10/10/2017
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ItaliaOggi

Marco Nobilio

Il ruolo svolto dalle docenti e dai docenti è prezioso. La loro valorizzazione e il riconoscimento della dignità della loro professione è importante. È per questo che stiamo lavorando al rinnovo del loro contratto, bloccato ingiustamente per troppo tempo. Siamo impegnati a trovare le risorse in legge di bilancio per adeguare le loro retribuzioni». Lo ha detto Valeria Fedeli, ministra dell'istruzione, in una nota diffusa il 6 ottobre scorso in occasione della giornata mondiale dell'insegnante. Dunque, i soldi per il rinnovo del contratto di lavoro dei docenti ed personale Ata ancora non ci sono. Ma anche se fossero stati trovati, sarebbero comunque insufficienti per recuperare la perdita salariale che si è accumulata per effetto del blocco della contrattazione collettiva ormai ferma dal 2009.

Secondo quanto risulta a Italia Oggi la perdita del potere di acquisito delle retribuzioni dal 2009 ad oggi si aggirerebbe intorno al 15%. Mediamente: dai 150 ai 250 euro netti in meno in busta paga. Mentre, secondo l'accordo sul pubblico impiego del 30 novembre scorso, il governo si sarebbe impegnato a garantire un aumento medio lordo di 85 euro. Dei quali giungerebbero in busta paga meno della metà, secondo i calcoli della Gilda degli insegnanti. Dagli 85 euro si sottrae la parte di oneri previdenziali a carico dello stato, ovvero il 24%. Dopo questa operazione la cifra diventa di euro 64,6. Si debbono poi sottrarre gli oneri previdenziali a carico del dipendente: 11%, e la cifra diventa 57,5 euro. Restano infine le imposte, tra nazionale, comunale e regionale siamo attorno al 30%. «A questo punto», conclude il coordinatore di Gilda, Rino Di Meglio, «gli 85 euro sono diventati 40, centesimo in più o meno».

Le rassicurazione della ministra dell'istruzione non convincono nemmeno Cgil, Cisl, Uil e Snals che, in un comunicato congiunto, fanno sapere che «ad oggi, nessun atto di indirizzo sia stato inviato all'Aran». E la firma dell'intesa con il governo che si impegnava al rinnovo è datata 30 novembre 2016. Per protestare hanno varato una serie di proteste che culmineranno con la manifestazione del 18 novembre a Barbiana. Per Cgil, Cisl, Uil e Snals, «occorre dare risposte convincenti all'emergenza stipendiale che colpisce tutto il personale della scuola».

Il governo, incalza il numero uno della Flc-Cgil, Francesco Sinopoli, «non dimentichi come ha votato la scuola al referendum». Sul piatto anche i fondi dei bonus per il merito, «vanno tolti dalla legge e assegnati al tavolo contrattuale», sottolinea il segretario della Uil scuola, Pino Turi. Chiede chiarezza anche Elvira Serafini, segretario generale Snals-Confsal: «Serve una risposta vera e senza inganno». Ma la strada è tutta in salita.

Sebbene la questione centrale resti quella degli incrementi retributivi, c'è anche un'altra questione di non poco conto che le parti dovranno affrontare al tavolo negoziale: la inderogabilità delle norme di legge da parte della contrattazione collettiva. Nell'accordo del 30 novembre il governo si era impegnato a ripristinare la supremazia del contratto rispetto alla legge. Ma ciò è avvenuto solo in parte. Prima dell'avvento del decreto Brunetta, infatti, la contrattazione collettiva poteva derogare tutte le norme di legge che regolassero questioni afferenti i diritti e i doveri dei lavoratori della scuola. Tale facoltà è stata cancellata dalla legge 15/2009 e dal decreto 150/2009 (il cosiddetto decreto Brunetta). E dopo l'accordo del 30 novembre i sindacati si aspettavano dal governo un colpo di spugna che equiparasse nuovamente il settore pubblico a quello privato. Ma così non è stato.

Il decreto Madia ha effettivamente previsto nuovamente la possibilità di derogare le norme di legge con i contratti. Ma ciò riguarda solo le assenze tipiche. Perché «nelle materie relative alle sanzioni disciplinari, alla valutazione delle prestazioni ai fini della corresponsione del trattamento accessorio, della mobilità, la contrattazione collettiva è consentita nei limiti previsti dalle norme di legge». In materia di sanzioni disciplinari, dunque, le parti potranno solo modificare la disciplina sostanziale delle sanzioni. E cioè il collegamento tra il catalogo delle sanzioni e i comportamenti antidoverosi a cui debbano applicarsi.

Senza toccare in alcun modo le regole del procedimento disciplinare e quelle relative alle impugnazioni. E non potranno nemmeno introdurre vincoli alla discrezionalità dei dirigenti ai fini delle dazioni conseguenti alla valutazione. Idem per quanto riguarda ambiti e chiamata diretta, materie introdotte dalla legge 107/2015 e direttamente collegate alla mobilità, che non potranno essere modificate dalla contrattazione collettiva. E infine c'è anche l'incognita dei maggiori costi collegati alla necessità di rimuovere le disparità di trattamento tra personale di ruolo e non di ruolo in materia di assenze e permessi e, soprattutto, in materia di riconoscimento dell'anzianità di servizio ai fini delle retribuzioni. Necessità che discende direttamente dalla normativa europea.