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Bruxelles, la scuola presidio contro il terrore

Dare una risposta culturale e civile significa allora costruire percorsi alternativi, sostituendo alle pratiche distruttive quelle fondate sul rispetto e la conoscenza degli individui

24/03/2016
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Corriere della sera

Emiliano Sbaraglia

Proviamo ad evadere subito l’inevitabile questione politico-economica, per accennare anche a ciò che più in questo spazio interessa: educazione, istruzione, cultura e formazione, il tutto legato al mondo della scuola.

 Per me questa triste storia parte dalla prima guerra in Iraq, quella del 1991, quando Emilio Fede trasmetteva l’inizio dell’attacco americano. Inutile elencare tutto quanto accaduto in seguito: esattamente 25 anni dopo, non ne siamo ancora venuti a capo.

Meglio lasciar perdere, difficile uscirne. Vengono i brividi.

Un altro elemento, per arrivare a noi, riguarda il discorso generazionale. Gli assassini di Bruxelles, come quelli di Parigi, sono poco più che maggiorenni che con la lettura e l’interpretazione del Corano hanno ben poca dimestichezza e che in realtà non credono in nulla, se non alle farneticazioni di qualche esaltato. Molti dei loro genitori, arrivati dai Paesi di origine una generazione fa, hanno faticato per farsi accettare e integrarsi, e per questo sono accusati dai figli di vigliaccheria. I loro figli sono nati qui, in Europa, e non accettano la condizione dei loro padri. Si ribellano. Così incendiano la banlieue, rifiutano i ghetti. Alcuni si fanno esplodere. Altri lo farebbero. Nel frattempo chi ci vive ascolta musica “blasfema”, bevendo e fumando. Alla faccia del Corano.

Siamo arrivati a un punto di non ritorno, e se veramente siamo una cultura superiore, una civiltà superiore, come siamo portati a pensare, prima di tornare alle crociate è giunto il momento di dimostrarlo. Una cultura superiore, per cominciare, cerca di capire quali siano le proprie responsabilità, per provare a porvi rimedio.  

Dare una risposta culturale e civile significa allora costruire percorsi alternativi, sostituendo alle pratiche distruttive quelle fondate sul rispetto e la conoscenza degli individui, arricchendosi attraverso le diversità del mondo. Allora mi domando se non si debba ripartire dai luoghi abbandonati, dalle tante periferie presenti ovunque, anche nelle società e nelle città più moderne del nostro Occidente. Insieme alla moschea, una scuola in più di modello europeo in quelle banlieues di Bruxelles abbandonate al loro destino non farebbe certo male. Bisogna imporla, con ogni mezzo. Presidiarla, per diventare presidio.

Cosa possiamo fare noi?
Solo per fare un esempio ricavato dal nostro sistema di istruzione, nelle scuole italiane, sempre più caratterizzate da studenti e studentesse di seconda e in alcuni casi anche terza generazione, l’educazione alla cittadinanza è tornata materia d’obbligo, ma non la insegna quasi nessuno. E la storia delle religioni, materia più urgente che mai da inserire, è un progetto che continua a restare tale. Eppure una lettura guidata da un insegnante in classe, che parli anche del Corano insieme alla Bibbia e alla Torah, potrebbe favorire un’interpretazione diversa da quella predicata dai fomentatori di odio. Ma ci sono insegnanti preparati a tale compito?

Mi piacerebbe concludere scavando nell’intima oscurità che pervade queste ore, per recuperare alcuni fotogrammi che a modo loro, nel loro piccolo, ci diano la forza di tenere acceso il lumicino vitale della speranza. Vorrei ricordare quei bambini che nei giorni del terrore di Charlie Hebdo, rinchiusi in una scuola mentre ancora si cercava un terrorista nei dintorni, cantavano a squarciagola per dimostrare di non avere paura. Vorrei ringraziare quel bambino dal volto umano, dal quale dobbiamo tutti imparare molto, che nell’inferno del campo profughi di Idomeni ha voluto innalzare il suo cartello con scritto “Sorry for Brussels”. Vorrei non vedere più le lacrime di paura di quei bambini sperduti tra l’aeroporto e il metrò di Bruxelles.

Non sarà facile cancellare quelle lacrime dalla loro memoria.