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Bambini: asintomatici, più resistenti o solo meno esposti?

Gli studi sull'impatto del Covid-19 sui più giovani si contraddicono e aumentano i dubbi per la ripresa dell'anno scolastico. La ministra Azzolina cita positivamente la denatalità: avremo meno alunni per classe

03/05/2020
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il manifesto

Andrea Capocci

L’intervista della ministra dell’istruzione Lucia Azzolina a SkyTg24 ha lasciato aperte molte domande. La didattica mista, per metà a scuola e per metà a casa, è forse possibile per gli alunni delle scuole medie e superiori. E solo a patto che lo stato fornisca tablet e connessione in grado di alleviare il divario digitale. Ma anche in questo caso, lo schema non si può applicare alla scuola dell’infanzia e primaria, dove si pensa di suddividere le classi in piccoli gruppi. D’altronde le classi troppo numerose erano già un problema prima del COVID-19, problema creato proprio dai tagli all’organico e dalle carenze dell’edilizia scolastica. Come si pensa di superarlo in pochi mesi?

«L’organico aumenterà perché a causa della denatalità avremo meno alunni per classe», è stata la singolare risposta di Azzolina. Se la diminuzione degli alunni diventa un investimento, allora dovremmo rallegrarci anche per il calo degli iscritti alla scuola dell’infanzia (dal 96% del 2008 al 91% del 2017) e per la dispersione scolastica alle superiori (quasi il 15% non arriva al diploma). Il recente bando per l’assunzione di 62 mila insegnanti, con i tempi necessari per svolgere i quiz e le prove, non riuscirà certo a metterli in cattedra per settembre. «Il ministero scarica sulle scuole l’onere di nominare quasi 200 mila supplenti» denunciano i sindacati in una nota congiunta, «un sovraccarico di lavoro sulle scuole che avranno ben altri problemi da gestire».

La scuola sarà il vero buco nero della «fase 2». D’altronde nessuno conosce con certezza il rischio epidemico tra i più piccoli. In Italia, ci sono stati meno di quattromila contagiati sotto i 19 anni di età, e solo due decessi. Ma la causa non è ancora stata determinata con certezza.

Le possibilità secondo i ricercatori sono tre.

I bambini potrebbero essere meno suscettibili all’infezione grazie al loro sistema immunitario più «allenato» contro altri coronavirus comuni, come quello del raffreddore. In questo caso, si potrebbero riaprire le scuole senza troppi pensieri. Oppure, potrebbero contrarre il virus come le altre fasce d’età e dunque essere a loro volta contagiosi, ma sviluppare meno sintomi. Se così fosse, pur non ammalandosi in modo grave bambini e ragazzi potrebbero diventare vettori del contagio nella comunità e a scuole aperte facilitare una seconda ondata virale. Infine, non è chiaro quanto abbiano influito i fattori sociali (come la chiusura delle scuole) rispetto a quelli biologici nel numero ridotto di piccoli contagiati.

Gli studi si accavallano e si contraddicono. Secondo il gruppo di ricerca guidato dall’epidemiologo tedesco Christian Drosten, su circa 130 bambini e adolescenti positivi all’ospedale Charité di Berlino, la carica virale presente nei bambini contagiati è analoga a quella degli adulti, e il loro potenziale infettivo altrettanto elevato. Un altro studio di Lancet su circa 400 pazienti di Shenzhen dimostrerebbe che ragazzi e adulti hanno un’analoga suscettibilità al virus, e dunque non ha molto senso differenziarli nel contributo al contagio.

Diversa l’analisi appena pubblicata da una collaborazione internazionale – a cui partecipa la Fondazione Bruno Kessler che elabora gli scenari per il Comitato Tecnico Scientifico – su Science. Stando ai dati di Wuhan e Shanghai, su 1.200 pazienti, tra i bambini la probabilità di contrarre il virus è 4 volte inferiore rispetto a chi ha più di 65 anni.
Anche nello studio su Vo’ Euganeo del biologo Andrea Crisanti i bambini erano apparsi più protetti dal virus. Rispetto a questi dati contraddittori, nei prossimi mesi accumuleremo altre conoscenze. Ma programmare il destino di sette milioni di studenti rimarrà un bel rebus


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