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Arcuri e i test sierologici a scuola: cosa ne pensano prof e bidelli?

Il commissario straordinario incaricato di gestire la ripartenza. D’accordo insegnanti, impiegati e collaboratori scolastici sui test: «Una forma di tutela». I dubbi della Cisl: «Mancherà il personale da testare»

09/07/2020
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Corriere della sera

VAlentina Santarpia

Sarà il commissario all’emergenza Domenico Arcuri a occuparsi della fornitura di gel, mascherine e «ogni necessario bene strumentale, compresi gli arredi scolastici, utile a garantire l’ordinato avvio dell’anno scolastico 2020-2021». Lo prevede una norma contenuta nella bozza del decreto Semplificazioni che dovrebbe essere confermata nel testo finale. Arcuri gestirà quindi anche la somministrazione dei test sierologici al personale scolastico, consigliati dal Comitato tecnico scientifico anche se non ancora ufficializzati: i ministri dell’Istruzione e della Salute, Lucia Azzolina e Roberto Speranza, hanno accolto con favore la proposta. Reazioni positive anche da dirigenti scolastici e sindacati, ma Maddalena Gissi (Cisl) rileva: «Complicato farli se manca il personale». Mette dei paletti anche il segretario generale della Uil scuola, Pino Turi: «È utile che si parta dalla scuola per fare la prevenzione, tuttavia si devono controllare anche gli studenti, e soprattutto si deve fare in fretta. Ci vorrebbe un progetto immediato da attuare e non da annunciare. Viviamo solo di annunci». Secondo Turi, «l’apertura della scuola deve essere durevole, quindi ben venga la prevenzione ma per una maggiore tranquillità e stabilità ci vuole anche un presidio sanitario». Analoga richiesta arriva dal segretario generale della Flc- Cgil, Francesco Sinopoli. «Nell’incontro con il Cts - dice all’AGI - ho sollecitato l’avvio dei test sierologici, e ho chiesto che dopo questi si continui con i tamponi. Fondamentale sarà ricostruire un presidio medico per le scuole e definire il ruolo delle asl nella prevenzione e nel tracciamento».

Generalmente d’accordo professori e collaboratori. «Una misura necessaria per tentare di garantire la maggiore sicurezza possibile negli istituti scolastici», commenta Antonella Vizzaccaro, 45 anni, insegnante di storia al liceo Meucci di Aprilia. «Lo abbiamo già fatto per gli esami di maturità, non posso dire se sia efficace dal punto di vista clinico o no ma credo sia utilissimo per sensibilizzare», spiega Paola Conti, 58 anni, dirigente amministrativa dell’istituto da Vinci di Firenze. «Abbiamo toccato con mano il dramma, sono assolutamente favorevole», dice Ciro Indelicati, 61 anni, docente di Arte all’istituto comprensivo di Villongo, Bergamo. «D’accordissimo, anche per sapere quanto il virus è circolato», aggiunge Anna Cassibba, collaboratrice scolastica al liceo Gargallo di Siracusa. «Tutto purché si ritorni a scuola, bisogna ripartire, in sicurezza: sentiamo tutti la necessità di tornare tra i banchi», spiega Stefania Basile, 49 anni, docente di diritto ed economica all’IIS FAlcone Righi di Milano. Si «compiace» delle decisioni del CTS Massimo Tosi, docente di lettere da trent’anni all’ITE Tosi di Busto Arsizio e ora formatore per la Regione Lombardia e per Apple: «Ritengo che, nell’incertezza dell’evoluzione del virus e nella prospettiva di una riapertura a settembre, sia estremamente prudente da parte di chi opera con i giovani, dalle elementari alle superiori, seguire dei criteri prudenziali , che è un nostro dovere, soprattutto per amore di queste giovani generazioni per quello che hanno già subito, nostro malgrado». Anche Daniela Costabile, 47 anni, insegnante di italiano e latino al liceo Campanella di Lamezia Terme, pensa che sia «assolutamente giusto fare test e tamponi», e aggiunge: «Secondo me devono essere test periodici per poter lavorare in tranquillità. Bisogna assolutamente arginare eventuali focolai con i controlli continui, costanti, assidui, e con mascherine, disinfettanti, classi contingentate». Esprime qualche dubbio Francesco Genovese, 51 anni, docente di ruolo nel sostegno nella secondaria di II grado Bacaredda Scano, Cagliari:«Pensare ad uno screening del personale non mi sembra una soluzione per la natura del contagio e per la promiscuità continua all’interno della scuola, sia tra alunni, docenti e Ata che tra alunni, famiglie e comunità sportive e associative. Quello che mi sembra più urgente- spiega Genovesi- è trovare un protocollo condiviso che preveda un intervento immediato in caso di sospetto contagio in modo da contenerne le conseguenze e una task force che in poco tempo sia in grado di discernere tra una comune influenza e un caso di Covid-19».

Per Antonio Romeo, docente di matematica e fisica al liceo scientifico annesso al Convitto Nazionale Maria Luigia di Parma, «ben vengano i test sierologici e qualunque altro elemento che possa aiutare a fermare la diffusione del virus», ma aggiunge: «Spero che impongano a tutti gli insegnanti di fare il vaccino antinfluenzale, è assurdo che nel 2020 ci siano insegnanti novax». Giancarla Spurio, docente del Turoldo di Zogno, Bergamo, ha già fatto una volta il test, nell’ambito dello screening di massa effettuato dal Comune, e sulla base della sua esperienza rileva: «Il primo elemento problematico è la non obbligatorietà del test che inevitabilmente porterà, a mio parere, qualche componente del mondo scolastico, mi auguro minoritaria, a tergiversare prendendo tempo, con la conseguenza di non riuscire a testare tutti entro il 14 settembre. Il secondo punto è che per realizzare test a tappeto di questo tipo, in aggiunta a quelli campione sugli 8 milioni di studenti, occorre coinvolgere non solo le forze dell’ordine e l’esercito, ma sia partner privati che del Terzo settore, mettendo a disposizione diversi spazi cittadini e non solo le palestre scolastiche». La incalza una sua collega, Lisa Gherardi, docente di Lettere: «Voglio essere ottimista, spero che il mondo della scuola condivida senza titubanze quanto proposto dal Cts. Cosa potrebbe succedere se iniziassero focolai nelle scuole? Non voglio neppure pensarlo, sarebbe un disastro!». Fuori dal coro Emiddio D’Amora, 38 anni, assistente amministrativo all'istituto Savoia di Reggio Emilia: «Temo che sia solo un modo per convincerci ad andare tutti a scuola». «Ma no, è una forma di garanzia verso i ragazzi e verso il personale scolastico», dice Fabio Zani, 62 anni, docente all’istituto superiore Nobili di Reggio Emilia. «Non ho paura per la mia età, io faccio il volontario e mi sono quindi già sottoposto anche al tampone, mi sento tranquillissimo- aggiunge Zani- Ma temo che ci sarà qualcuno che tirerà fuori questioni strane, come la privacy, ma spero che ci sarà una certa maggioranza che si sentirà tutelata dai test». Anche Luciana Tarquini, Ata al liceo scientifico Righi di Roma, 65 anni, ha già fatto un tampone: «E lo rifarei: è importante soprattutto per noi, che ci occupiamo dell’accoglienza e veniamo in contatto con tante persone».Dubbioso Francesco Zanaboni, 50 anni, docente all’istituto comprensivo di Lodi. «Chi risulta positivo? Quali sono i tempi di attesa per effettuare tutti i test? In un ambiente in cui il 20% del personale non è ancora assunto, come si fa a capire chi deve farlo? E dopo una settimana, chi mi assicura che non sarò contagiato da chi il test non l’ha fatto?». Cosimo Barletta, 61 anni, docente presso l’ISS Sraffa-Marazzi di Crema è invece «pienamente d’accordo nel fare test sierologici ai lavoratori della scuola prima dell’inizio dell’anno»: anzi parla di test «indispensabili», a cui lui farebbe seguire anche tamponi alla fine di agosto, «in modo da partire in totale sicurezza». Favorevole pure Domenico Bifolco, collaboratore scolastico presso l’IIS Torriani di Cremona: «Per come si è sviluppato il virus nel nostro territorio, è fondamentale essere prudenti fino all’arrivo di un vaccino».