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Alternanza scuola-lavoro, l'antipolitica dei cattivi legislatori

L'alternanza scuola-lavoro nei licei si è risolta per lo più in un fallimento. Pensata male a attuata male, o è fittizia, o ruba tempo alla didattica curricolare

22/04/2018
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Il Sussidiario.net

Franco Labella

Come volevasi dimostrare. Se già quasi tre anni fa scrivevo qui di quali fossero i rischi (alle condizioni anche normative di partenza date) dell'introduzione generalizzata dell'alternanza scuola-lavoro nei licei ed oggi è possibile tracciare un bilancio anche più fortemente negativo di quelle previsioni iniziali, vuol dire che la cifra verificabile, col rigore scientifico del c.v.d., della Buona Scuola renziana era il furore ideologico già sperimentato con la Gelmini del Clil.

Cosa accade da due anni nei licei italiani? Quello che avevo scritto allora: essendo l'introduzione della Asl nei licei il frutto di un provvedimento velleitario, pretenzioso e sostanzialmente irrealizzabile nella cornice normativa e finanziaria data, i dirigenti scolastici delle fantasiose scuole autonome si sono inventati, spesso facendo cordata e col passa-parola, soluzioni, a volte fuori legge, per assolvere formalmente all'obbligo loro imposto, senza alcuna sperimentazione preliminare, dalla legge 107/2015.

Scrivevo tre anni fa di pedagogia politica negativa, quella che producendo provvedimenti, per usare un eufemismo mal concepiti, spinge ad aggirare consapevolmente le leggi che non possono essere applicate. Antipolitica anche questa, evidentemente, ma paradossalmente praticata dai decisori politici e dal frettoloso legislatore dei voti di fiducia finali alla legge 107.

Tralascerò, volutamente, ogni considerazione relativo al diffuso e documentato malessere dei protagonisti dell'Asl in salsa renziana, gli studenti. In fondo è dal loro giudizio, dalle loro esperienze, che si dovrebbe partire, ma la pubblicistica su come funziona realmente l'Asl è ormai tanto vasta quanto devastante se persino il ministro Fedeli, ad un certo punto, è dovuta intervenire pubblicamente per provare ad agitare lo spettro di una qualche forma di controllo ministeriale sui casi più eclatanti segnalati da classi intere, singoli studenti o organizzazioni studentesche.

Ma non accennerò minimamente a questo versante della questione anche perché dovrei magari occuparmi pure della famosa coltivazione dei cocomeri già nota ai lettori del sussidiario. Lo faccio nella convinzione che se riusciamo persino  a calpestare l'art. 21 della Costituzione punendo disciplinarmente, come nel recente caso di Carpi, gli studenti che protestano e giudicano negativamente l'esperienza dell'Asl, è utile, però, almeno far conoscere all'opinione pubblica gli effetti deleteri di lungo periodo, quelli sistemici insomma.

Di cosa parlo? Del rapporto, volutamente non regolato dalla legge 107/2015, fra tempo scuola e tempo dell'alternanza, ovvero la circostanza consistente nel fatto che l'Asl sta riducendo fortemente l'orario curricolare già falcidiato dal riordino Gelmini. Con effetti devastanti e paradossali.

Il perché della scelta di far svolgere le attività di Asl in orario curricolare e durante l'anno scolastico ha ragioni tanto semplici quanto verificabili.

Per cominciare, la normativa prevede una figura di tutor interno che non è una figura professionale nuova. No, è sempre il docente curricolare che, su base volontaria, accetta un ruolo che richiedendo un impegno orario aggiuntivo dovrebbe essere retribuito. Ma siccome i fondi sono tali da non poter sopperire, spesso, nemmeno al rimborso dei biglietti acquistati dagli studenti per recarsi nei luoghi dell'alternanza, il tutor dovrebbe lavorare gratis.

In qualche caso lo si costringe o facendo leva su un malinteso senso etico (ormai la legge c'è, mica vorrai mettere nei guai gli studenti che il prossimo anno dovranno parlarne pure all'esame di Stato?) o, peggio ancora, facendogli credere che sia un atto dovuto, un dovere connesso con gli obblighi di servizio. E quando si decide, simbolicamente, di dargli qualcosa si prova a declassarlo ad accompagnatore, una figura contrattualmente ignota e lo si paga non come docente ma come compilatore di scartoffie (la voce retributiva fa riferimento a ore funzionali all'insegnamento).

Insomma sei docente tutor di nome, ma poi, siccome i soldi non ci sono, devi accettare di trasformarti in guardiano o compilatore di diari di bordo. Oppure, altra variante studiata con italica alzata di ingegno, per non pagarlo, lo si utilizza in questa veste tutorale ma in orario curricolare. Con un doppio effetto negativo: il primo è che il tutor tralascia il suo ruolo di docente curricolare magari anche degli altri suoi studenti quel giorno non in alternanza, ed il secondo effetto è che gli studenti in alternanza in orario mattutino curricolare saltano ore di lezione. Non poche e quasi tutte durante l'anno scolastico. Perché progettare e realizzare esperienze da far svolgere in periodi diversi da quelli delle lezioni scatenerebbe innanzi tutto la reazione degli studenti e poi perché si porrebbe comunque il problema del tutor interno da retribuire.

Ma queste delineate non sono certo le uniche spiegazioni della riduzione generalizzata delle ore curricolari causata dall'alternanza. Un altro aspetto del problema è la facilmente prevedibile, cronica mancanza di interlocutori (imprese, pubblica amministrazione, operatori del terzo settore) necessari per non trasformare l'Asl nella finzione alternanza scuola-scuola ad esempio dell'azienda simulata.

Su questo ho un supporto di conoscenza molto diretto e recente. Quello che sto per scrivere non è frutto della fantasia, perché mi è accaduto a scuola.

Mentre sto facendo lezione sulla Costituzione, bussano degli studenti del triennio. Non studiano diritto ed economia e quindi non sono loro insegnante. Mi chiedono se voglio contribuire ad un loro progetto di Asl. Lì per lì equivoco pensando che vogliano chiedermi un apporto disciplinare. Se è per quello vanno a nozze, li faccio entrare e chiedo chiarimenti.

— No prof, non ci serve per le lezioni, volevamo chiederle se vuole finanziare un nostro progetto di Asl.
— Perfetto ragazzi, come posso esservi utile?
— Stiamo vendendo delle azioni, se lei ci finanzia noi le diamo un certificato azionario. 

Capisco che sono coinvolti, evidentemente, in esercitazioni di azienda simulata. Verso il mio obolo di finanziatore e gli studenti compilano il fac-simile del certificato azionario. Quando me lo consegnano vedo con stupore che non ci sono il mio nome e cognome ma quelli dell'allieva che mi ha fatto il pistolotto.

— Scusa ma posso sapere chi vi ha suggerito questa forma di finanziamento?
— Il tutor esterno del nostro progetto di pubblicazione di un libro.
— Ma il tutor vi ha spiegato cos'è un'azione?
— Prof ma perché lo vuole sapere?
— Perché dovrebbe avervi spiegato che se sono io a finanziarvi, se sono io a diventare socio, sul certificato azionario non ci può essere il nome di un terzo ma il mio.
— Ah vabbè prof, ma ci è stato detto di compilarli così i certificati azionari.

Ovviamente conservo il prezioso tagliandino non intestato a mio nome con religiosa cura, se mai mi servisse per il prossimo collegio dei docenti in cui si discuterà dell'Asl e dell'azienda simulata. Nel frattempo, però, faccio i salti mortali e ho dovuto attuare una modalità che non pratico e non preferisco come le interrogazioni programmate, altrimenti le mie classi di triennio in continua  alternanza mattutina non riuscirò a valutarle in diritto ed economia.

In fondo, che sarà mai? E' la buona scuola di Renzi. E poi ci si chiede perché il 4 marzo il Pd si è squagliato come neve al sole e si dà la colpa agli antipatizzanti del fiorentino.


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