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Alessia e Arianna, in prima linea contro la pandemia "Siamo Cavalieri ma sempre con contratti a tempo"

Mentre a Roma i loro colleghi precari vengono assunti a tempo indeterminato dallo Spallanzani, le milanesi Alessia Lai e Arianna Gabrieli continuano a essere "a scadenza".

14/06/2020
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La Stampa

chiara baldi
milano
Lo scorso 3 giugno il presidente della Repubblica Sergio Mattarella le ha nominate Cavalieri del Lavoro per aver isolato, in piena pandemia Covid, il ceppo italiano del virus.
Eppure, mentre a Roma i loro colleghi precari vengono assunti a tempo indeterminato dallo Spallanzani, le milanesi Alessia Lai e Arianna Gabrieli continuano a essere "a scadenza". «Beati loro», commenta Gabrieli, 37 anni, originaria della provincia di Lecce, precaria dal 2010, dopo aver conseguito un dottorato di ricerca che l'ha portata a lavorare insieme a Alessia Lai, al collega polacco Maciej Tarkowski – anche lui ricercatore a tempo determinato – nel laboratorio della clinica di malattie infettive del Sacco e dell'Università Statale di Milano, sotto la guida del professor Massimo Galli e il coordinamento dei professori Claudia Balotta e Gianguglielmo Zehender.
Durante i mesi più duri dell'epidemia, Lai e Gabrieli hanno lavorato «anche 15 ore al giorno» ma oggi, dopo i riconoscimenti arrivati da più parti, fanno i conti con la realtà. «Speravamo moltissimo in un contratto a tempo indeterminato visti i risultati raggiunti e l'attenzione nei nostri confronti, purtroppo però non è ancora arrivato», spiega Gabrieli. La collega Lai, 40 anni, una vita dedicata alla ricerca, rincara la dose: «La reputazione dei ricercatori italiani è più riconosciuta all'estero che da noi, dove c'è sempre stata molta poca attenzione verso la categoria da parte dei vari governi, che hanno sempre tagliato su università e ricerca. Ma se tagli i fondi alla ricerca, allora tagli anche i nostri stipendi».
Oggi Lai e Gabrieli si sono dovute accontentare delle briciole lasciate dal mondo italiano. Per la ricercatrice leccese del Sacco, che dallo scorso settembre ha aperto la partita Iva, c'è in programma un concorso interno da dirigente biologo: «È di un contratto a tempo determinato della durata di otto mesi. Non è molto ma almeno ho uno stipendio e i contributi pagati», dice un po' sconsolata. Alla collega Lai, di Parabiago, in provincia di Milano, il futuro riserva invece un contratto di altri tre anni in università, dopo aver vinto un bando nelle scorse settimane. «Ho sempre voluto fare la carriera universitaria pur nella consapevolezza che non sarebbe stato semplice», racconta Lai, laureata nel 2005 e che da allora non ha mai smesso di fare ricerca. «Vorrei lavorare come professoressa in università, ho già l'abilitazione da un anno e mezzo ma di assunzioni non se ne vedono».
Sospiro. Vi siete pentite della vostra scelta? «No, se tornassimo indietro rifaremmo tutto daccapo come abbiamo fatto», rispondono entrambe, esprimendo lo stesso desiderio: «Che la considerazione data ai ricercatori in questi mesi non si volatilizzi dopo il Covid19 e si trasformi in più fondi, più soldi e più contratti a tempo indeterminato».


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