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Al Sud la scuola a distanza fa più male

Il 41% degli studenti non ha un computer, ma anche il resto d'Italia non se la passa bene. Nell'emergenza bisogna investire e riflettere, perché il prossimo anno scolastico non sarà ordinario. Cosa sta accadendo in Sicilia, Puglia e Basilicata

09/04/2020
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Rassegna.it

di Stefano Iucci

Palermo, quartiere Zen, istituto comprensivo Falcone. Raggiungiamo al telefono Daniela Lo Verde, preside di una scuola che è presidio di civiltà e conoscenza in uno dei quartieri più difficili della città siciliana. “Che vuole – ci dice –, i problemi sono tanti, anche in situazioni normali. Però io sono molto contenta di quello che stiamo facendo, dell’impegno che i docenti stanno profondendo per continuare il loro lavoro a distanza e tra mille difficoltà, anche al di là di quello che spetterebbe loro. Siamo un punto di riferimento per il quartiere che risponde, riconosce il nostro impegno”.

Come è noto, il decreto licenziato il 6 aprile stabilisce che la didattica a distanza diventerà – almeno fino alla fine di questo anno scolastico e in assenza di improbabili drastici arretramenti del virus – la modalità ordinaria di svolgimento delle lezioni e della valutazione, seppur senza bocciature. Un cambiamento enorme, per un mondo della scuola che nella maggioranza dei casi non è attrezzato né dal punto di vista delle dotazioni tecnologiche né da quello della didattica. Difficoltà generali che però ovviamente hanno ripercussioni diverse in un paese così frammentato come è l’Italia.

Divari “bollinati” dai dati resi noti proprio in questi giorni dall’Istat e secondo i quali la percentuale di famiglie senza computer supera il 41% nel Mezzogiorno, con Calabria e Sicilia in testa (rispettivamente 46% e 44,4%), ed è di circa il 30% – comunque non poco – nelle altre aree del Paese. Più alta nel Mezzogiorno anche la percentuale di famiglie con un numero di computer insufficiente rispetto al numero di componenti: il 26,6% ha a disposizione un numero di pc e tablet per meno della metà dei componenti e solo il 14,1% ne ha almeno uno per ciascun componente.

Come si lavora in queste condizioni? Lo Verde non ama piangersi addosso, al racconto delle difficoltà preferisce quello delle energie messe in campo e dei risultati ottenuti. “Da subito – racconta – abbiamo operato per mantenere le relazioni con gli alunni, all’inizio con le modalità più semplici, come whatsapp, videochiamate e messaggi e poi anche con le diverse piattaforme, importanti soprattutto per i più piccoli, che hanno ripreso a vedersi, a ricostruire contatti. Grazie al ministero siamo entrati in contatto con una scuola di Roma all’avanguardia su questo terreno, la Marymount, che ci ha messo a disposizione il suo team di esperti per trasferire conoscenze”.

E per quanto riguarda i dispositivi e le connessioni? “Nella maggior parte dei casi gli alunni usano i loro smartphone; ora, grazie ai finanziamenti, stiamo iniziando, a partire da quelli di terza media, a fornire loro tablet in comodato d’uso. Per quanto riguarda le connessioni, per ora si stanno usando i giga a disposizione delle famiglie, ma stiamo cercando di capire come utilizzare le convenzioni stipulate dal ministero con alcuni gestori per estendere questi giga. Anche perché da noi le famiglie sono numerose, la media è di tre figli a nucleo e quindi di giga ne servono parecchi”.

Palermo, scuola come presidio del territorio
Una delle questioni più rilevanti che pone la didattica a distanza è quella, anche in prospettiva, della dispersione scolastica (in Sicilia raggiunge una media del 37 per cento) che rischia di ampliarsi ulteriormente, anche se, rimarca la dirigente, “alla fine quelli che hanno difficoltà a seguire – e che magari si infastidiscono se li solleciti telefonando ogni tanto a casa – sono più o meno gli stessi di quelli che partecipavano con difficoltà o saltuariamente prima. Direi che alla fine il 40 per cento dei ragazzi e delle ragazze segue con costanza l’attività”. Il problema ovviamente è l’altra grande fetta del 60%.

Nel bene e nel male, la scuola ha un rapporto forte col territorio, e ne è una delle prime “sentinelle”. Lo Verde: “Il tessuto sociale sta risentendo tantissimo di questa situazione; penso ai lavoratori in nero, ma non solo: ieri la madre di un alunno mi raccontava che il marito pescatore non lavorava più. Noi proviamo a fare quel che si può. Abbiamo avviato con i docenti una raccolta fondi grazie alla quale diamo ai bisognosi dei voucher da 50 euro da spendere in beni primari in un grande supermercato vicino, il Centro Olimpo, che a sua volta aggiunge un 50%.

È una situazione di disagio pesante che Adriano Rizza, segretario generale della Flc siciliana, conosce bene: “Nella nostra regione il 44% delle famiglie è sprovvisto di computer o tablet – scandisce –. Ed è dunque chiaro che il ricorso alla didattica a distanza rischia di acuire ancor di più il divario sociale tra le famiglie. In Sicilia ci sono 831 scuole e 717.000 alunni. Il 44 per cento che citavo prima, dunque, significa che 300.000 studenti non hanno un device a disposizione. Senza sottovalutare il problema della rete: come ha detto giustamente il presidente del Consiglio Giuseppe Conte nei giorni scorsi, la connessione alla rete dovrebbe ormai essere un bene comune gratuito”. Se poi aggiungiamo il fatto che non è detto che tutti coloro che hanno un device e una connessione per questo partecipino alla didattica a distanza, allora è chiaro che la situazione non è affatto rosea.

Ovviamente nelle condizioni dettate dalla pandemia non si può fare a meno della didattica a distanza, ma allora, visto che con l’ultimo decreto è diventata di fatto obbligatoria, rimarca Rizza, “bisogna fare in modo che sia efficace. Da tempo come Flc chiediamo che nelle scuole del primo ciclo sia presente un assistente tecnico e informatico, figura oggi prevista solo per i cicli superiori. Per questa emergenza ne sono stati assunti, ma pochi (in Sicilia appena 95) e, per di più, con un contratto a tempo determinato. Così non va bene: ce ne deve essere almeno uno per ogni scuola”. Anche perché non è detto che a settembre la scuola ricominci in presenza o che comunque, finché non si trovi il vaccino, non siano possibili altri stop nel corso dell’anno scolastico o sistemi di scansione e distanziamento delle presenze che rendano necessarie diverse modalità di interazione. Ed è proprio su questo aspetto, garantire il regolare inizio e svolgimento del prossimo anno scolastico, che i sindacati hanno maggiormente criticato il decreto del governo.

Basilicata: solo metà studenti in didattica a distanza avanzata
In Basilicata, secondo l’ufficio scolastico regionale l’86%, delle scuole fa didattica a distanza. Ma per Paolo Fanti, segretario generale della Flc regionale, il dato, basandosi su semplici comunicazioni dei dirigenti scolastici, è sovrastimato: “Bisogna capire cosa si fa realmente. Mandare qualche sms o whatsapp vuol dire fare didattica a distanza? E poi, all’interno dei singoli istituti, quante classi, quanti docenti la fanno? Per quante ore? In ogni caso lo stesso ufficio scolastico ci dice che di quell’86% solo la metà usa piattaforme avanzate, questo vuol dire che il resto, pur in un dato sovrastimato, procede, appunto, con semplici email o messaggi. Bisogna poi aggiungere che nella nostra regione una notevole quantità di studenti si connette utilizzando smartphone, con limiti tecnici notevoli. Insomma, se dovessi fare una stima realistica, direi che solo una metà degli studenti riesce a svolgere un’attività online avanzata. Ovviamente i problemi maggiori si hanno nella scuola primaria dove, al di là del numero dei connessi, è più difficile con queste modalità garantire interazioni e partecipazione”.

Per Fanti, che insegna zoologia ed entomologia all’università della Basilicata, la pandemia deve permetterci di accelerare la nostra riflessione su come già da tempo l’interazione tra chi trasmette conoscenza e chi la riceve stia cambiando radicalmente proprio con l’uso della rete e dei moderni device: “Non è una novità assoluta nella storia dell’uomo, passaggi epocali simili ci sono già stati, solo che sono avvenuti nello spazio di secoli. Invece per la prima volta noi stiamo assistendo a questo fenomeno: la struttura neurocognitiva di chi insegna è completamente diversa da quella di chi apprende. Questo non è mai accaduto”. “Nella mia esperienza di insegnamento seppur universitario – aggiunge – mi accorgo che se fino a qualche anno fa il focus su un singolo argomento poteva durare 10-15 minuti, ora vedo che dopo pochi minuti l’attenzione cala inesorabilmente e dunque le mie modalità di docente devono cambiare”.

Non è una riflessione sganciata dall’emergenza di questi giorni, visto che non sappiamo se a settembre si riuscirà a tornare pienamente e fisicamente a scuola. “Su questi temi – argomenta il sindacalista – abbiamo bisogno di una riflessione pedagogica all’altezza: deve essere l’occasione giusta per farlo. Non basta risolvere problemi tecnici per avere un’efficace didattica a distanza. Per ora i docenti al massimo hanno avuto indicazioni e suggerimenti su piattaforma e programmi: non è sufficiente. Persino le più attrezzate università telematiche, ad esempio, sanno bene che senza la presenza di un tutor d’aula il 10% degli studenti poi non passa gli esami”.

Puglia: la questione del sovraffollamento abitativo
Condivide questo punto di vista Claudio Menga, segretario generale della Cgil della Puglia: “È abbastanza evidente che stiamo sostituendo una modalità a distanza alla modalità classica senza riflettere sulle metodologie didattiche. Capisco, siamo in emergenza, però la cosa è preoccupante se guardiamo alla prospettiva: non siamo affatto sicuri che a settembre si riparta normalmente”. Dati precisi su quanti studenti siano realmente coinvolti nelle pratiche a distanza in Puglia non ce ne sono, tuttavia, dice il sindacalista, “da un’indagine fatta all’inizio di questa fase, l’80% dei docenti lamenta difficoltà nella sua gestione”.

Menga sottolinea poi un altro aspetto preoccupante e che pone seri problemi – oltre a quelli ovvi della mancanza di interazione “fisica” tra docenti e studenti – in questa fase: “Da noi – argomenta – il problema del sovraffollamento abitativo è rilevante. Sono tante le famiglie numerose in spazi piccoli e naturalmente l’impatto formativo in queste condizioni ne risente”. Un dato confermato ancora una volta dall’Istat, secondo il quale oltre un quarto delle persone in Italia vive in condizioni di sovraffollamento abitativo e la quota sale al 41,9% tra i minori. Un dato medio, che sarà sicuramente assai più alto al Sud.

Pochi computer, famiglie numerose, spazi angusti: tutti fattori, questi, che finiscono per allargare le distanze nel paese, non solo dal punto di vista geografico – Nord e Sud –, ma anche da quello sociale all’interno delle singole aree. Poiché è sicuro che con la crisi sanitaria ci sarà anche una durissima crisi economica, temo che l’abbandono scolastico aumenti, soprattutto nel passaggio dalle scuole superiori all’università. Molte famiglie saranno costrette a spingere i figli verso un lavoro piuttosto che a continuare gli studi”.

Quello che si capisce, parlando con i nostri interlocutori, è che il ragionamento sull’emergenza di oggi non può essere sganciato dal riflettere su che scuola ci attende a settembre. “Senza la mediazione dei docenti – aggiunge il sindacalista – molti alunni rimarranno indietro. È chiaro che bisogna cominciare a ragionare su meccanismi di recupero e dunque il tempo scuola dovrà essere implementato, ma per questo servono investimenti massicci di cui però il governo non parla”. E poi: se si tornerà in classe, come lo si farà?

“Se bisogna garantire distanziamento – conclude Menga –, è evidente che le nostre classi pollaio non vanno bene. In Puglia abbiamo una carenza d’organico di 2.000 docenti e mancano 1.900 classi. Se, come qualcuno ha anche ipotizzato, si dovesse pensare ai doppi turni, bisognerebbe raddoppiare l’organico, il che in assenza di investimenti massicci pare davvero impossibile”. E non è un caso, dunque, che per il prossimo anno scolastico il governo parli solo di didattica a distanza: con tutte le incognite e gli interrogativi dal punto di vista dell’efficacia pedagogica e dell’inclusività didattica di cui abbiamo detto.