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I laureati ora trovano lavoro Sette su 10 assunti dopo un anno

L’indagine di Almalaurea: ma le retribuzioni sono in calo rispetto al 2008

17/05/2017
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Corriere della sera

aurearsi conviene, sempre: ci sono più probabilità di trovare lavoro e si guadagna di più. Ma neppure la laurea porta fuori dalla crisi. Il Rapporto 2017 di Almalaurea su laureati e condizioni occupazionali dice che il 68% dei laureati triennali e il 71% dei laureati magistrali biennali, un anno dopo il titolo lavora: una crescita di due punti percentuali per i primi, rispetto all’anno scorso, un dato stabile per i secondi.

Ma il confronto con il 2008 racconta che il tasso di disoccupazione è quasi raddoppiato (dall’11 al 21% per i triennali e dall’11 al 20% per i magistrali biennali). E che le retribuzioni crescono, sì (1.104 euro al mese, un anno dopo la triennale, 1.362 cinque anni dopo; e, rispettivamente, 1.153 e 1.405 euro dopo la magistrale biennale); ma si tratta di «un miglioramento incrementale, non strutturale», ha sottolineato Ivano Dionigi, presidente del Consorzio interuniversitario, a cui aderiscono 74 atenei e che rappresenta il 90% dei laureati italiani. Un incremento che non compensa la perdita retributiva del quinquennio 2008-2013, in cui le buste paga si son ridotte di un quarto.

È forse per questo che, dopo la laurea, metà dei dottori (il 49%) è disposto a fare le valigie. E il 7% di chi consegue la magistrale lo fa davvero: in Europa, per lo più, tra Regno Unito, Svizzera e Germania. Soprattutto ingegneri (il 25%), laureati in economia (15%), o in ambito politico e sociale (13%). Trovano, oltreconfine, più lavoro e stipendi più alti, mediamente del 64%.

Ha parlato di «timidi segni “più”» Dionigi, a Parma, presentando i dati della rilevazione che ha coinvolto 620 mila laureati degli anni 2011, ‘13 e ‘15. Più occupazione, più retribuzione, più stabilità di lavoro, rispetto a chi ha solo il diploma. «Ma se guardiamo indietro di almeno dieci anni, a prima degli anni orribili della recessione, allora il saldo è nettamente negativo», dice.

Preziosi, per i giovani, i tirocini, i «lavoretti» durante il percorso di studi: aumentano le chance di trovare un impiego dopo la laurea. E le esperienze di studio all’estero: «Non siamo ancora al parametro fissato nell’agenda di Lisbona (il 20% entro il 2020, ndr ), ma anche nella mobilità degli studenti c’è una crescita. Che porta una migliore conoscenza delle lingue straniere: altro segno più». «È un dramma», invece, secondo l’ex rettore di Bologna, quando sono i 18enni a iscriversi a università straniere «magari perché c’è già la prospettiva di un lavoro, si imparano le lingue e in alcuni Paesi ci sono politiche molto convenienti sul piano delle tasse universitarie. Tra il 2004 e il 2015 — riassume — , il sistema universitario italiano ha già perduto 70 mila matricole: è come se fosse scomparsa la Statale di Milano». E ancora: «Siamo penultimi in Europa per numero di laureati: solo 26 ogni cento cittadini tra i 30 e i 34 anni». Se prosegue la fuga, il danno «non sarà solo per l’università, ma per l’economia». Perché il miglioramento diventi «strutturale», Dionigi evoca tre soggetti che devono entrare in campo: «La politica, per il diritto allo studio e per creare lavoro. Le aziende, che devono assumere laureati. Le università, che devono organizzare corsi di studi parametrati sulla domanda».

Il ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, a Parma ha parlato di «un quadro complessivo positivo di recupero molto importante», ma ha ammesso che bisogna lavorare sul numero di laureati. «Dobbiamo intervenire sulle borse di studio, investire sui meritevoli, per avere molte più possibilità di lauree nonostante le provenienze economiche non favorevoli delle famiglie. E poi — ha aggiunto — serve un investimento strategico, e lo stiamo predisponendo, sull’orientamento. Il 30% dei ragazzi e delle ragazze al secondo anno si ritirano perché non hanno avuto la possibilità di conoscere prima le caratteristiche del proprio corso di laurea».

Antonella De Gregorio