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Da "Il cantiere della conoscenza" - Roma, 26.11.05

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28/11/2005
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Se alla Fabbrica spetta il compito di scrivere il programma, al Cantiere spetta quello di costruire un humus culturale, di analisi e ragionamenti, che lo renda possibile e ne renda possibile la verifica alla luce di bisogni che non sono solo immediati, ma che contrassegnano tutta una fase politica: questa in sintesi, dalle parole di Domenico Jervolino, direttore della rivista Alternative, è sembrata la funzione da assegnare al Cantiere delle Riviste partendo dall’incontro che si è svolto sabato 26 novembre alla facoltà di Ingegneria di Roma. Questo della Conoscenza era il quarto cantiere messo in campo dalle Riviste in un anno, dopo che alle originarie si erano aggiunte altre riviste ed anche altri soggetti, tra i quali la FLC-Cgil. Al centro del convegno, appunto, il carattere di Bene Comune che la conoscenza deve avere, contro una logica che vorrebbe farne invece una merce, uno strumento di discriminazione sociale. E che vorrebbe fare degli strumenti della conoscenza, prima fra tutti l’istruzione, un fatto privato, quasi familiare, laddove invece la crescita della complessità sociale richiede piuttosto un’educazione alla convivenza, una cooperazione educativa, come con molta efficacia ha detto Diana Cesarin, del MCE, che insieme a Jervolino ha presentato il convegno.

Sullo sfondo naturalmente i movimenti di insegnanti e di studenti che in questi anni hanno scosso scuola università e ricerca, dopo i quali nulla può più essere come prima, ha sostenuto in una delle relazioni introduttive dei lavori in plenaria Enrico Panini, segretario della FLC-Cgil, perché essi esprimono un punto di vista e, soprattutto, esprimono l’idea che la politica non sia affare da addetti ai lavori, ma sia il diritto delle persone, dei cittadini, dei lavoratori degli studenti di esprimere il proprio punto di vista. Punti di vista, ha continuato, che richiedono precisi segnali discontinuità con le leggi della Moratti, che sono incostituzionali perché affidano all’istruzione finalità diverse da quelle volte all’uguaglianza sociale che le affida la Costituzione. Un obiettivo che richiede perciò di arricchire e modificare il programma dell’Unione. Panini si è soffermato molto non solo sul valore del movimento, ma anche sulla sua composizione, sul ruolo che vi svolgono studenti e precari, questi ultimi metafora significativa della condizione lavorativa dominante in generale e specificamente nel campo della conoscenza e sulla necessità di cancellare una legislazione sbagliata.

La mercificazione sommata alla globalizzazione questo è il dato caratteristico del momento storico, secondo Luciana Castellina, che ha tenuto la seconda relazione in plenaria, disegnando l’affresco di un contesto di relazioni mondiali tra tecnologia e politica e tra commercio e cultura, in cui hanno potuto trovare il loro posto le guerre e le politiche commerciali, i trattati internazionali e l’open source, le scelte degli USA e le “disobbedienze” brasiliane o venezuelane, e che ha reso assai efficacemente il senso di una cittadinanza mondiale di fronte a un fenomeno di “recinzione” della conoscenza ( a partire dalla “recinzione del web”) analoga alla recinzione delle terre demaniali avvenuta alcuni secoli fa ( i beni comuni di allora!), di fronte a una rivoluzione nella riproduzione sociale simmetrica alla rivoluzione nella produzione delle merci del XVIII secolo.

Il convegno si è poi sviluppato in tre gruppi di lavoro aventi per oggetto:

  • saperi e diritti di cittadinanza (coord. S.Semeraro, S.Giovagnoli, P.Saracco)

  • conoscenza e lavoro (coord. A.Sasso, M.Brigida, F.Raparelli)

  • saperi, democrazia e territorio (coord. A.Pizzo, E.Testa, G.Calcherutti)

Il primo gruppo ha messo a fuoco alcuni elementi su cui basare la centralità della formazione pubblica come cardine per la cittadinanza con un’inversione di tendenza rispetto ai processi di privatizzazione del sapere e della cultura, individuando l’esigenza di un sapere critico contro una sovrabbondanza di informazione che produce rumore di fondo e non fa cultura e per un’idea di cultura come metamorfosi contro un’idea di cultura come identità, il tutto in un dibattito dove hanno trovato spazio diverse suggestioni dall’autonomia professionale ai nuovi confini tra lavoro manuale intellettuale, dal valore dell’educazione interculturale alla critica dei valori del mercato come modelli eminentemente maschili che compromettono profondamente la valorizzazione della differenza di genere.

Il secondo gruppo ha espresso l’esigenza di non partire solo dalle questioni della scuola in relazione al lavoro, ma anche del lavoro in relazione alla scuola: una profonda revisione, per non dire l’inaugurazione, della legislazione sul lavoro giovanile. Nello steso tempo è stato detto che il rapporto della scuola con le attività pratiche non deve essere puramente addestrativo, e che non deve confondersi il ruolo di scuola e formazione professionale ( la quale va a sua volta riformata). La chiarezza su questi ruoli e la costruzione di una scuola non puramente trasmissiva e frontale è apparsa decisiva nel momento in cui ci si pone come obiettivo l’obbligo a 18 anni..

Oggi il locale è la dimensione in cui più violenta è la perdita di identità ma in cui al tempo stesso possono trovare valorizzazione i corpi intermedi: la scuola può essere un soggetto valido se agisce paritariamente sul territorio, in rete con altre scuole ed in relazione con l’ente locale, ma non assoggettata ad esso. Questo fatto insieme alla partecipazione costituisce il canale individuato dal terzo gruppo, per fare dell’autonomia uno strumento per l’inclusione e non un soggetto aperto alla mercificazione. Da questo punto di vista il gruppo ha espresso critiche all’autonomia finanziaria delle università che può comprometterne l’indipendenza.

Ai report sui lavori di gruppo hanno fatto seguito alcuni interventi.

La rappresentante delle unioni degli universitari e degli studenti (UDU-UDS) ha ribadito la scelta della propria organizzazione a favore di un modello di scuola obbligatoria fino a 18 anni, che fino a 16 anni preveda una totale gestione scolastica del processo formativo e che solo tra i 16 e i 18 anni possa prevedere corsi in alternanza scuola-lavoro.

Il responsabile scuola del PdCI, Piergiorgio Bergonzi, si è espresso, in caso di vittoria elettorale dell’Unione a favore di un processo che porti a un innalzamento dell’obbligo scolastico fino a 18 anni in tempi ragionevoli, fermo restando l’immediato innalzamento a 16 anni.

E’ un punto di partenza e non di arrivo, secondo l’on. Titti De Simone, deputata di Rifondazione Comunista, il movimento che si è sviluppato, che ha già fatto fare avanzamenti al programma dell’Unione. Solo considerandolo così è possibile fare altri passi avanti sulla strada dell’obbligo scolastico a 18 anni, con un biennio unitario che sia inequivocabilmente scolastico senza integrazioni con la formazione professionale, sciogliendo equivoci che persistono anche nelle regioni gestite dal centro-sinistra.

Una discussione ampia tra tutte le forze dell’Unione ed anche con i livelli regionali, ha auspicato Andrea Ranieri, responsabile scuola dei Democratici di Sinistra, ma soprattutto nelle scuole una discussione culturale, senza la quale dall’alto si può fare poco, perché dall’alto si possono rimuovere ostacoli o dare risorse, ma non prescrizioni o procedure non condivise. Ha sottolineato quindi soprattutto il problema del fare scuola individuando i punti più critici nell’inserimento degli alunni immigrati e nel fenomeno del precariato, problemi che vanno risolti con una maggiore attribuzione di risorse.

Prima del breve commiato ai partecipanti da parte di Domenico Jervolino hanno preso la parola due rappresentanti della Rete dei Precari dell’università i quali hanno ribadito la loro contrarietà ai processi di riforma della Moratti, ma anche alle misure già prodotte dai governi precedenti, rivendicando misure di welfare non necessariamente agganciate al rapporto di lavoro e auspicando che la “Generazione della Conoscenza” possa vaere condizioni migliori.

Roma, 28 novembre 2005

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