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27 gennaio, Giorno della Memoria. Le lezioni del passato, il presente e la storia

Il passato che non passa, il negazionismo e l’uso politico della storia. Non riusciamo a liberarci dalle peggiori ideologie del Novecento

27/01/2009
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Si corre il rischio ogni 27 gennaio di celebrare in maniera rituale e un po’ ripetitiva quanto è successo oltre 60 anni fa, magari con qualche polemicuzza d’occasione e solenni discorsi.

Tutto questo non serve. Anche perché – a parte le gaffe del papa e le penose “pezze” della Cei sui negazionisti lefreviani – molti politici hanno capito che fa comodo celebrare la Shoah, lasciarsi andare – almeno una volta l’anno - all’indignazione di quanto è successo, blandire la comunità ebraica e magari spostarne le preferenze elettorali. Ha senso tutto ciò? Evidentemente no.

Come dichiara Moni Ovadia in un’intervista pubblicata sul nuovo mensile della FLC “Articolo 33”, non si può ricordare la Shoah, togliersi il cappello di fronte ai cancelli di Auschwitz e poi approvare leggi razziste, discriminatorie, negare nei fatti la solidarietà e l’accoglienza.

La Shoah appartiene alla storia di tutti, è un genocidio che non avrebbe dovuto più ripetersi, nasce da una cultura della sopraffazione che non dovrebbe più appartenere all’Europa e invece forme di razzismo e di chiusura più meno velate continuano a diffondersi, anzi, se alimentate ad arte, diventano elemento su cui far confluire scontentezze, paure e frustrazioni. Lo vediamo tutti i giorni: invece di una seria politica nei confronti dell’immigrazione, è molto più facile promuovere l’esasperazione popolare. E i media ci vanno a nozze.

La memoria non ha bisogno di celebrazioni. Oggi è un giorno di riflessione, non è – come scrive David Bidussa – la commemorazione dei morti, è il giorno dei vivi, perché la memoria serve ai vivi, per costruire una consapevolezza pubblica di ciò che è stato.

La FLC Cgil, Edizioni Conoscenza, Proteo Fare Sapere nel corso di quasi dieci anni hanno elaborato molto sul problema della memoria, sul rapporto storia-memoria, sulla rimemorazione della Shoah mano mano che ne scompaiono i testimoni. Tutti temi che si trovano in nostri libri e riviste.

La storia ha espresso il suo giudizio sul nazismo, sul fascismo, sulle persecuzioni razziali di questi regimi. La storia ha espresso anche il suo giudizio sulla resistenza europea contro quei regimi. Non c’è molto da aggiungere. Andare a pescare episodi tragici di vendette e regolamenti di conti che dopo la caduta del fascismo in Italia di certo di verificarono non cambia il giudizio storico, è solo un modo per mestare nel torbido per permettere alla politica di dare indirizzi alla cultura e alla ricerca, di costruire una storia di parte che porta a rendere tutto uguale, repubblichini e partigiani, stalinisti e nazisti. In questo modo non si fa un servizio a nessuno, né alla storia e alla libera ricerca, né alla politica, tantomeno alla verità.

Il passato non pesa su chi lo ha elaborato, su chi ne ha mantenuto la memoria, su chi ne ha tratto lezione, su chi non lo strumentalizza a proprio fine.

Pesa su chi di quel passato è prigioniero perché non gli appartiene, perché lo ha rifiutato, non gli fa comodo e dunque ha bisogno di riscriverlo o reinterpretarlo a proprio uso e consumo.

Ma questa non è cultura, perché la cultura è libera. E se in Italia avessero vinto i repubblichini non avremmo avuto né cultura né libertà.

Roma, 27 gennaio 2009