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17 novembre: informazione, dibattito e musica in piazza a Roma

Il resoconto dell'iniziativa organizzata dalla FLC CGIL.

18/11/2010
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Gli avvenimenti e le proteste degli ultimi anni e in particolare di questo autunno dimostrano che siamo in piena emergenza, prima ancora che politica, culturale.

Lo abbiamo voluto denunciare ancora una volta con l'iniziativa che si è svolta in Piazza Navona a Roma in concomitanza con lo sciopero proclamato dalla nostra organizzazione e con la giornata mondiale di mobilitazione studentesca.

Ad accogliere i partecipanti le note del gruppo musicale La casa del vento, che si esibiva al centro della piazza, dove erano collocati altri spazi informativi gestiti dagli studenti. In un altro gazebo si sono andate via via raccogliendo le persone che hanno assistito ad un dibattito di cui diamo di seguito un ampio resoconto.

I nostri click

EFFETTO DOMINO. I tagli alla conoscenza travolgono anche te

Anna Villari, giornalista e per l'occasione conduttrice del dibattito, presenta le ragioni dell'incontro di oggi. In Italia, esordisce, l'emergenza culturale è determinata soprattutto dall'effetto combinato di

  • tagli finanziari (la scuola ha perso in 3 anni 8 miliardi e 130mila posti lavoro, l'università ha perso 1 miliardo e 300 milioni, gli enti di ricerca subiscono tagli alle risorse fino all'80%)
  • politiche restrittive, spacciate per riforme ma funzionali ai tagli, di tutto il sistema formativo con conseguenze su diritto allo studio.

Lo Stato, prosegue Villari, rinuncia a offrire una solida e completa istruzione di base e a dare opportunità a tutti i cittadini, indipendentemente dal contesto sociale, di accesso ai gradi più alti della formazione. Tutto questo in un contesto di livelli di istruzione (diplomati e laureati) che sono i più bassi d'Europa e tra i più bassi nell'Ocse.

Gli ospiti

La situazione descritta non danneggia solo i lavoratori della conoscenza, ma tutti i cittadini, soprattutto i giovani. Delle conseguenze di tutto ciò ne discutiamo con i nostri ospiti. Paolo Leon, economista, Paolo De Nardis, sociologo, Lidia Ravera, scrittice, Angelo Melone, caporedattore repubblica.it, Fulvio Fammoni, segretario nazionale CGIL,  Domenico Pantaleo, segretario generale FLC CGIL.

Si annuncia che è presente Valerio Jalongo regista del film La scuola è finita (presentato al Festival di Roma) di cui si proietteranno alcune scene. Tra gli ospiti anche il giovane attore protagonista del film.

Chi giustifica i tagli alla conoscenza con la crisi, dice una scemenza

La prima domanda è per Paolo Leon. Si comincia da qui, spiega Villari, perché la crisi è il problema dei problemi. È giustificata in una situazione di crisi economico-finanziaria, in un paese tra i più industrializzati, una politica così restrittiva, dal punto di vista finanziario e degli ordinamenti, verso la formazione, la ricerca e in generale la conoscenza?

Il professor Leon risponde perentoriamente: "Non ha alcun senso. È una stupidaggine" e aggiunge che la crisi c'è perché manca la domanda e se lo Stato riduce anche la sua la crisi aumenta.
Non solo perché la gente diventa ignorante: ormai oltre all'analfabetismo possiamo parlare di "anaculturalismo".
La difficoltà del nostro Paese deriva dal forte debito pubblico: è giusto non sprecare, ma bisogna decidere dove si spende e incrementare le entrate da fonti nuove. "Perché non tassare le rendite finanziarie almeno come negli altri paesi europei?" si domanda Leon.
La spesa corrente è considerato uno spauracchio: ma a cosa serve investire su in opere pubbliche se poi non le si mantiene? A cosa serve costruire una scuola se poi non ci sono gli insegnati per farla funzionare?

Il professor Leon aggiunge anche che ci sono alcuni progetti che non servono a nulla se non a dare un po' di lustro a qualcuno: per esempio il ponte sullo stretto.

Se si riduce la spesa corrente non si vuole mantenere il sistema stato per andare verso il puro individualismo e l'"ognuno per sé". Più si mette in difficoltà il personale che si occupa di istruzione e cultura più si amplia il conflitto sociale e si riduce la possibilità di conoscere e difendere i propri diritti.

Il lavoro è la soluzione per uscire dalla crisi, non la sua ragione

La seconda domanda è per Fulvio Fammoni. C'è un accanimento di questo governo contro il lavoro. Nei settori pubblici si puniscono addirittura i dipendenti (stipendi + bassi d'Europa) con il blocco dei contratti e delle carriere. Ma in generale il lavoro è sempre più dequalificato e sempre meno tutelato. Il recente "collegato sul lavoro" è l'esempio che si sta cambiando/annullando il diritto in Italia. Ma tutto questo giova alla nostra economia? È un prezzo per uscire dalla crisi?

Fulvio Fammoni apre il suo intervento chiarendo che la maggior parte degli interventi del Governo sono stati pensati prima della crisi: e proprio la crisi avrebbe dovuto imporre una inversione di rotta. E invece si è scelto di usare la crisi per realizzare un progetto di profondo cambiamento del modello sociale sulle spalle dei più deboli.
Per esempio, aggiunge Fammoni, il collegato lavoro è del maggio 2008 e ha due obiettivi: svincolare le imprese dagli obblighi di coesione sociale e relegare il lavoro a puro oggetto di produzione e non più a valore sociale.

Lo slogan del Governo è: il lavoro meno costa e più è precario meglio è.
Questa situazione avrà effetti anche sul lungo periodo.
Questo provvedimento è un coacervo di norme che limitano diritti e tutele. In particolare per i precari: ridurre, in modo retroattivo, a 60 giorni, il termine per ricorrere contro i contratti irregolari è un modo per garantire l'impunità ai datori di lavoro disonesti.

Fammoni conclude ricordando che l'Italia non ha materie prime e quindi dovrebbe puntare tutto sulla cultura, sui beni culturali e sulla ricerca e l'innovazione e invece...

Giovani: a loro dobbiamo dedicare le nostre battaglie

Anna Villari rimane sul tema del lavoro e chiede a Domenico Pantaleo una riflessione sulla situazione: lavoro malpagato, non riconosciuto, precario, i lavoratori considerati marginali nel processo produttivo, con la conseguenza nella società civile che le persone sono meno disposte ad assumersi responsabilità e si sono allontanate dalla politica.

Pantaleo sottolinea la straordinarietà di un giorno come questo, in cui centinaia di migliaia di giovani hanno manifestato nelle piazze di tutta Italia insieme al sindacato: una grande novità, perché finora il rapporto giovani/sindacato è stato complicato. Questo costituisce una grande speranza per il paese. La Gelmini dice che questi movimenti rappresentano il vecchio e lei il nuovo: oggi inizia il licenziamento del Governo, questo grande movimento lo licenzia. La conoscenza e la cultura vivono in relazione al diritto di cittadinanza, l'inclusione o l'esclusione nella società si gioca sui saperi.

Il "modello Pomigliano" calpesta i diritti, ricatta i lavoratori che, se vogliono conservare il lavoro, devono rinunciare a diritti, il lavoro è mercificato. Sacconi promuove il suo "Statuto dei lavori": nella sua testa tutto è commerciabile. Questa idea rivela la volontà di avere un paese più ignorante.

La precarietà è purtroppo un tratto distintivo del nostro tempo, nei settori della conoscenza non è un fatto episodico ma assume i tratti della normalità: ci sono precari nella Scuola, nell'Università, nella Ricerca e la prospettiva del Governo è di precarizzare ulteriormente. La prima riforma vera invece dovrebbe essere l'eliminazione della precarietà e basarsi sulla qualità didattica: quale buona didattica senza continuità? Come può l'Università essere luogo di innovazione se è piena di precari? La Gelmini ci vuole precari strutturati, nel senso che dopo 8 anni se ne devono andare! E il loro lavoro che fine fa? La Ricerca ha più lavoratori a tempo determinato che a tempo indeterminato!

La precarietà non è un flagello di Dio, la vogliono gli uomini ed è frutto del neoliberismo. Noi dobbiamo dimostrare che c'è un nuovo modello. Noi dimostriamo con i numeri che si potrebbero stabilizzare 100.000 precari entro giugno! La precarietà può essere cancellata: questo è il primo punto. Al Governo la precarietà del lavoro conviene, è nella loro filosofia che i lavoratori non abbiano diritti, i precari non hanno diritti.
Il lavoro è spogliato di diritti e dignità. La Gelmini è arrivata a dire che la scuola è un ammortizzatore sociale, che Università e Ricerca sono luoghi per dare occupazione. Chi ragiona così non ha la dimensione della dignità delle persone, che hanno voglia di fare e di lavorare: senza il loro lavoro il sistema-istruzione si sarebbe sfasciato.

Come cancelliamo la precarietà? Attraverso un'alleanza tra studenti, lavoratori della conoscenza, precari. Gli studenti sono la gioventù del nulla, nel senso che non si dà loro niente: il welfare attuale non dà nulla. Hanno diritto invece ad avere strumenti di conoscenza, un lavoro che abbia tutele, diritti e stabilità, una pensione che possa garantire una condizione di invecchiamento positivo.

Dobbiamo dedicare ai giovani le nostre battaglie: il 27 è dedicato a loro. Deve nascere un'idea altra di società e di lavoro. Dobbiamo cambiare la società radicalmente e non è quella di chi ritiene i diritti inutili e la conoscenza un puro costo.

Se manca la cultura l'uomo non vive

Anna Villari allarga l'orizzonte degli interventi. Gli italiani che amano guardare la televisione, dice, sono oltre il 93% della popolazione. Poco male se a questo non si affiancasse il dato che gli italiani non leggono (solo il 45% legge libri, legge meno chi leggeva poco e legge di più chi era già un lettore; solo il 40% legge più o meno regolarmente un quotidiano).

Ciò rappresenta un problema economico per chi produce libri e giornali, ma soprattutto è un elemento dell’emergenza culturale e un elemento di debolezza della democrazia che ha bisogno di cittadini colti.

La terza domanda, dunque, è rivolta a Lidia Ravera. Visti questi dati preoccupanti, ci si aspetterebbe di sentire di più la voce degli intellettuali, dice Anna Villari, ma il perché di quest'assenza è presto spiegato per Lidia Ravera: anche gli intellettuali sono dei precari; sono precari i tecnici di cinema e di teatro, gli scrittori, gli attori, e tutti i lavoratori della cultura. E come tutti i precari, vivono e subiscono il disprezzo per la cultura che questo governo promuove utilizzando metafore gastroculinarie come quella di Tremonti, che dice: "la cultura non si mangia". Un disprezzo diffuso e amplificato da chi possiede la maggior parte dei mezzi di comunicazione di questo paese. Attenzione, avverte Ravera, che se non stiamo all'erta, il berlusconismo sopravviverà a Berlusconi. Ed il berlusconismo si permette ad esempio, di chiudere l'Ente Teatrale Italiano, perché per Berlusconi il cittadino perfetto è un idiota. Un uomo che non ha bisogno della cultura, perché la sua massima aspirazione è far soldi e se tutto va bene, accoppiarsi con quella che è la cittadina perfetta del berlusconismo, una donna che "scade come una mozzarella" perché ha un valore solo finché è giovane. Ritorna, così, il modello di una donna oggetto che era vecchio già negli anni '60. E su questo, Ravera esprime apprezzamento per la CGIL, che attua una vera democrazia di genere, eleggendo una segretaria donna.

E dunque, continua la Ravera, tutti noi resistiamo a questo disprezzo per la cultura, che è l'arma di chi, forse inconsciamente, sa che la cultura è l'unico mezzo di mobilità sociale. Senza la cultura non si cresce e con il precariato si attua un vero e proprio "genocidio", si uccide la gioventù.

In tutte le generazioni i giovani sono sempre stai i più coraggiosi oggi sono i più tristi, stiamo perdendo la ricchezza  e l'apporto di quella che è l'età più vitale. Un paese fatto di giovani tristi è un paese immobile, un pantano che non fa alcun movimento, se non un lento scivolamento verso il peggio.

Allora, conclude, la via d'uscita è nel lavorare di nuovo, alla costruzione di un immaginario di felicità. Tornare a raccontarci un mondo che punti alla felicità; se ciò non accade, i giovani resteranno attaccati e soli, ai loro computer, non studieranno perché penseranno che non serve e allora si morirà di fame, di fame ideale forse, ma pur sempre di fame.

Informazione e giovani: dalla sinistra voci lontane

Le domande che Villari rivolge a Melone sono molto dirette: come si può diffondere di più l'informazione? Internet può servire ad avvicinare i giovani? Melone sente la responsabilità di dare un messaggio di speranza, dopo una serie di interventi che hanno delineato un quadro molto preoccupante.

Inizia col dire che c'è molta attenzione da parte delle persone sui temi dei tagli alla conoscenza e verso la scuola "riformata" dalla Gelmini. Cita il caso di una recente iniziativa del suo giornale, circa ventimila segnalazioni sono giunte alla redazione di repubblica.it. Dal tono e dai contenuti dei messaggi ricevuti non sembrano esserci dubbi sulla risposta da dare alla domanda: "Ci vogliono tutti ignoranti?".

Internet, sottolinea Melone, è uno strumento che pone anche un problema di veridicità delle informazioni che veicola, ma a questo c'è rimedio. Non c'è dubbio, poi, che con questo strumento si sta conducendo una battaglia per avere dei "cittadini migliori", aggirando così il modello televisivo.

Melone si dice colpito della vasta rete di informazione messa in campo per la giornata odierna; un pullulare, ad esempio, di radio di ateneo dalle quali rimbalzavano notizie e informazioni su quanto stava avvenendo nelle piazze. Sono voci che chiedono di essere ascoltate, non solo in queste occasioni ma in ogni occasione. C'è di più. Non solo ci sono persone che vogliono essere ascoltate, ma sono pronte all'ascolto, della sinistra in particolare. Ma su questo, conclude Melone, siamo ancora lontani…

La scuola è finita

Anna Villari presenta Valerio Jalongo, insegnante e regista di "La scuola è finita", in cui si descrive l'Istituto "Pestalozzi" di Roma, inventato ma "reale". Il film tratteggia un'immagine di scuola  "scassata", con aspetti drammatici, viene comunque fuori la generosità degli insegnanti e le loro difficoltà. Vengono proiettate alcune scene del film.

Valerio Jalongo risponde alla domanda "È così la scuola?" sottolineando come giornalisti e critici abbiano scritto che sarebbe meglio non parlare di scuola se è così: c'è molta ipocrisia sulle condizioni reali delle scuole non frequentate da borghesi, che poi sono il 70%. La scuola dove lavora è come quella descritta nel film, a parte i cani-poliziotto nelle aule: di solito restano nel cortile o nei corridoi. Il resto è vero: la condizione delle aule, le scritte, la fatiscenza... e non è un problema nato solo con l'ultimo Governo.
La rabbia degli studenti è anche la sua: da tanti anni la scuola pubblica non riesce ad essere promessa di mobilità sociale. Senza aiuto, senza scuola, un ragazzo non può uscire dalla predestinazione sociale: avere 27 ragazzi in prima significa vederne le potenzialità e vivere la frustrazione di non poterli aiutare.

Per girare il film è stato realizzato per tre anni un video-diario in una classe vera: il fatto più emergente era la noia. Colpa dei professori? Non solo: c'è qualcosa di più profondo. Nelle interviste fatte nelle case dei ragazzi, nelle loro stanzette, veniva fuori il disagio e si notava l'assenza di libri: c'era la playstation, il lettore dvd, ma niente libri.  Si capisce perché rimangano perplessi di fronte alla nostra richiesta di comprare libri di testo, che costano pure tanto!
Nel film emerge la solitudine che vivono i due professori: se un'istituzione come la scuola, dove si incontrano generazioni e saperi, non riesce a creare comunità, può succedere come nel film, in cui lo sforzo viene punito. Bisogna sfatare il mito del merito non premiato. Sicuramente bisogna essere solidali con i precari, ma Jalongo mette al primo posto i ragazzi, che meritano un contesto sano, la qualità premiata.

Anna Villari chiede al giovane protagonista, Fulvio Forti, se si sia riconosciuto nel personaggio: Fulvio dice di essersi riconosciuto nel sistema più che nel personaggio, nella realtà mai troppo detta. La scuola dà senso di noia? Fulvio risponde: soggettivamente sì.

Le voci dal pubblico

Anna Villari a questo punto lascia spazio alle domande del pubblico.

Interviene il segretario dello SPI CGIL di Roma centro. Racconta l' esperienza che condivide con tanti altri anziani: quella di fare i nonni a tempo pieno. Lo fanno con tutto l'amore, beninteso. Ma spesso sono sovraffaticati da un impegno troppo oneroso: quello di supplire all'assenza di asili nido e di servizi per l'infanzia occupandosi dei nipoti. Eppure il sindaco di Roma ha appena dichiarato che non si faranno altri asili nido né scuola dell'infanzia.

Prende la parola una giovane signora, 37 anni, napoletana, laureata in giurisprudenza e lavoratrice in un call center. Racconta che fin da giovanissima ha scelto di impegnarsi nello studio. Ha  fatto il classico, dove ad ogni piè sospinto le veniva ricordato “voi sarete parte della classe dirigente”. Poi la facoltà di giurisprudenza. Nottate sui libri, ma sempre quella frase in testa. Anche se, nel vedere com'era  l'università, comincia in lei ad insinuarsi la consapevolezza che le cose non funzionavano rispettando davvero il merito.
Lei voleva mantenersi da sé e l'unico lavoro trovato è stato in un call center.
La mattina a studiare la Costituzione e il pomeriggio a spiegare come cancellare la segreteria telefonica. 10, 20, 100 volte di seguito.
Arriva la laurea, ma il concorso in magistratura non c'è stato proprio modo di farlo. Intanto diventa mamma. Intanto Vodafone la licenzia. Altro call center. Rapporto con le sue competenze: zero. Sembrava di stare in quel film di Virzì dove la Ferilli fa la team leader. Ma  di Marta ce ne sono tante, consapevoli e combattive. Come lei,  a cui è risultato naturale confluire nel sindacato dei lavoratori della comunicazione (SLC CGIL) e che è fiera di aver studiato tanto, di conoscere bene la Costituzione perché il sapere e la conoscenza fanno la qualità della partecipazione democratica.

Alessandro Occhipinti, segretario generale Sindacato Nazionale Scrittori CGIL. La sua è una denuncia forte che si traduce in un appello alla lotta e all'unità. No ai tagli: No alla logica che c'è dietro i tagli. Lavoriamo insieme per cambiare questo Paese! Tutta la cultura è sottoposta a tagli. I diversi pezzi della cultura devono dialogare tra loro, bisogna rafforzare la coesione tra chi lavora nella e con la cultura per dare futuro al nostro paese.
Ricorda l'occupazione del red carpet in occasione della  Festa del cinema di Roma e molte altre manifestazioni. Altre se ne annunciano nei prossimi mesi, a Roma, dove prenderà il nome “Abbraccia il Colosseo”, e in altre città, a cominciare da Pompei.

Chiede di parlare un'altra donna, una lavoratrice in cassa integrazione che viene dall'Eutelia. Lei  - chiarisce subito - non vittima della crisi, ma di una speculazione fatta in previsione della crisi. Ora i commissari della sua azienda prevedono che tre quarti della forza lavoro prima impiegata restino fuori.
È dura sopravvivere con l'indennità di cassa. Pagare le bollette, mandare i figli a scuola: uno al liceo, l'altra alla primaria.
La primaria dove va la figlia ha provato a tenere, lì si fanno ancora le compresenze che sono importantissime per aiutare chi resta indietro. Ma sempre più spesso non si fanno le sostituzioni e i bambini vengono suddivisi tra le classi. Come cassintegrata si  sente senza prospettive, ma sente che anche il futuro dei suoi figli viene messo in discussione se si distrugge la scuola pubblica. Bisogna che i lavoratoti siano coinvolti  nella lotta per la qualità della scuola. Che tutta la società civile vi partecipi. Bisogna spiegare che non è vero che i soldi non ci sono: è che si usano per gli armamenti, per la guerra, per darli alle scuole private.
La scuola è un problema di tutti, non solo della FLC. La conoscenza e il sapere sono beni comuni e tutti dobbiamo difenderli.

Per ultima, interviene una studentessa che fa parte della Rete della conoscenza e di Link. Parla della buona  e pacifica riuscita dei cortei di oggi, arrivati a manifestare fino a Montecitorio e fin sotto il Senato.
Oggi, 17 novembre, è la giornata mondiale di mobilitazione studentesca. Ma è da settembre che gli studenti sono mobilitati. Particolarmente importante e significativa è stata la loro partecipazione alla manifestazione del 16 ottobre, a testimoniare che i temi del lavoro, dell’acqua e del sapere come beni comuni stanno insieme nella lotta per un futuro migliore per tutti.
Discutendo con gli insegnanti, con i ricercatori, coi professori gli studenti stanno mettendo a punto la loro proposta che chiamano “l’altra riforma”.
La mobilitazione continua per  contrastare l’approvazione del decreto Gelmini sull’università, per il diritto allo studio, per le borse di studio, per un sistema italiano della conoscenza (scuola, università, ricerca) all’altezza degli standard europei.

Cala il sipario sulla cultura?

Dopo il contributo del pubblico interviene Paolo De Nardis. Ha ascoltato le diverse esperienze presentate dai partecipanti al dibattito e si vuole soffermare su tre punti. Oggi, afferma De Nardis, fare cultura è considerato alla stregua del compiere atti osceni in luogo pubblico. Vi è disprezzo verso la cultura, ma la cosa più grave è che questo determina l'incapacità di proiettarsi verso il futuro. Si rimane schiacciati sul presente mancando, così, di progettualità.
Per introdurre il secondo punto, torna indietro di oltre quaranta anni, al '68 quando, allora come oggi, la cultura faceva paura. È un segno dell'oscurantismo, della chiusura di chi si oppone alla diffusione del sapere.
Affrontando il terzo punto, arriva al cuore della questione: "nessun sistema sociale - afferma - può permettersi il lusso di far calare il sipario sulla cultura". Così come, non si può rinunciare all'istruzione e far mancare il necessario sostegno alle istituzioni - in particolare la scuola - che dovrebbero garantirla. Vorrebbe significare la rinuncia a far diventare un uomo un cittadino.

De Nardis incalza sull'argomento e dice che su una cosa si trova d'accordo con Marchionne. È quando afferma che senza la laurea in filosofia non avrebbe potuto fare molto.

Interviene brevemente anche sul ruolo dell'insegnamento. Lo fa in maniera diretta, citando un esempio: 135 miliardi di evasione fiscale, un fiume di denaro che si perde nella corruzione. "Quale etica pubblica - si chiede - possiamo insegnare dalle nostre cattedre se è venuto meno l'ABC?". C'è bisogno di un governo di sanità pubblica.

Le battute finali del suo intervento sono dedicate ai giovani. È soprattutto per loro che dobbiamo essere in grado di coniugare i verbi al futuro.

Guardare al futuro

Il dibattito si avvia alla conclusione. Anna Villari passa la parola agli ospiti per un breve giro di interventi.

Lidia Ravera invita a fare di due debolezze, una forza. Le due debolezze sono: i tagli alla cultura e la diffusione del precariato. Queste due debolezze devono unirci. Dobbiamo parlarci e organizzarci, per fare nostro lo slogan dei giovani che hanno occupato la casa del cinema: "Tutti a casa".

"Se dovessi fare il titolo di una notizia su questa iniziativa, sarei in difficoltà" è quanto ammette Angelo Melone. I temi sul tappeto sono molti e non è facile tenerli insieme. È necessario trovare una sintesi che al momento, però, Melone non vede. È un compito che spetta alla CGIL che in questo modo può contribuire a dare la spallata finale al governo.

Domenico Pantaleo, alla richiesta di un ultimo flash sugli importanti temi affrontati oggi, risponde che bisogna ricostruire speranza nelle persone: l'impressione è che abbiano perso la speranza di cambiare. Bisogna stabilire nuove gerarchie di valori e ideali: oggi c'è la mercificazione delle persone, lo sfruttamento del lavoro, la conoscenza considerata come un fatto economico. Bisogna ripristinare un nuovo gergo fatto di dignità, diritti, dire alle nuove generazioni che il futuro può essere fatto di certezze. Bisogna ricomporre la società. Il sindacato deve ricomporre le lotte, i frammenti che ci sono: questa è la confederalità. L'abbiamo fatto in questi anni, da soli. Oggi non basta che la CGIL sia in campo da sola, riprogettare un paese ha bisogno di un insieme di forze: la sinistra deve corrispondere a un'idea di più democrazia, altrimenti si condanna. C'è bisogno di più sinistra: i valori, gli ideali si devono riaffermare. Il problema non è un Governo di salute pubblica: serve un altro Governo, un'altra società per definire un radicale cambiamento delle gerarchie e, con tutto il rispetto per Fini, destra e sinistra non sono uguali.