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Pietro Greco e la frontiera infinita della scienza

Il nostro ricordo di un amico, punto di riferimento per il giornalismo e la comunicazione scientifica.

21/12/2020
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Sembra impossibile pensare al mondo della comunicazione scientifica senza Pietro Greco ora che ci ha lasciati improvvisamente venerdì scorso.

Rigorosi e puntuali, i suoi scritti andavano dritti al cuore dei temi più complessi con semplicità e leggerezza, ma ponendo anche dei punti fermi in un più ampio dibattito sul sempre più stretto e necessario rapporto tra scienza e società. Il suo giornalismo, così come la sua attività di saggista - che negli ultimi anni si era fatta sempre più intensa - andavano infatti ben oltre il confine della pur non semplice pratica della divulgazione, per guardare con occhio problematico alla storia del progresso umano nel suo farsi e alla spinta trasformatrice proveniente dall’evoluzione delle conoscenze. Ed era ogni volta molto difficile stabilire dove finisse la narrazione e dove iniziasse la meditata riflessione sulla portata innovatrice e mai scontata della scienza.

Sarebbe tuttavia ancora limitativo fermarsi qui e non scorgere anche nel suo lavoro quella tensione che ne ha fatto un intellettuale proteso verso l’impegno civile. Da acuto e colto osservatore dei grandi passaggi che marcano la storia contemporanea dello sviluppo mondiale, la sua attenzione non poteva fare a meno di concentrarsi sulla crisi che da lunghi anni sta attraversando il nostro Paese per non aver compreso il senso di una società e di un’economia ormai indissolubilmente collegate alla capacità di produrre conoscenza. La sua denuncia, sempre incalzante, non si faceva attendere, ed era allora che diventavano martellanti le sue uscite sulla scarsità degli investimenti in ricerca dell’Italia nel confronto internazionale e, più in generale, sull’insensibilità delle politiche nazionali verso l’importanza di un adeguato sostegno a tutta l’attività culturale nel suo complesso. I modi e le sedi per dibattere di tutto questo erano i più disparati. Accanto ai più frequenti editoriali, non mancavano più sedimentati pamphlet elaborati anche a quattro mani e mirati a costruire un nuovo senso comune, quasi condensato in titoli che erano più simili a slogan. “Contro il declino” del 2007 e “La cultura si mangia!” del 2013 ne sono un chiaro esempio, e sono il frutto di quella vocazione collettiva che era sottesa a tutta la sua attività, che non a caso traboccava in numerose iniziative a livello pubblico che spaziavano dall’ambito accademico, a quello politico e sindacale, e, non ultimo, a quello della formazione scolastica, come ci ricordano i diversi eventi della scuola “scienza e società” tenutisi nella sua amata Ischia.  In qualunque occasione di incontro si respirava la volontà di promuovere una dimensione partecipativa, perché la realizzazione di quella che aveva denominato “cittadinanza scientifica” - imprescindibile premessa affinché scienza e democrazia procedano di pari passo - appariva come una conquista di là da venire.

Pietro era ben conscio che la strada da percorrere era ancora tutta in salita, ma appariva instancabile e anzi tanto più impegnato quanto più la situazione si andava facendo critica. Neppure in questi lunghi mesi di pandemia si era risparmiato, comprendendo come per l’Italia l’assenza di efficaci politiche per la ricerca scientifica rappresentasse un vulnus perfino più profondo per la ripresa e lo sviluppo del paese. L’Italia manca di un “programma nazionale di sviluppo scientifico”, aveva scritto sempre nel 2013 in una lunga introduzione al Rapporto di Vannevar Bush (Scienza, la frontiera infinita), consigliere scientifico del Presidente Roosevelt, che all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale raccomandava per gli Stati Uniti una politica di robusti interventi di spesa pubblica nella ricerca di base, così da garantire il necessario “nutrimento” per la generazione di nuove conoscenze. Una via, questa, che ha segnato lo sviluppo contemporaneo dei maggiori paesi occidentali e che oggi interessa sempre più le economie di nuova industrializzazione, accompagnando la progressiva espansione in settori produttivi a più alta tecnologia capaci di stimolare un processo continuo di innovazione.

A chi l’ha conosciuto e con lui ha condiviso questa lunga battaglia di civiltà non resta dunque che proseguire sentendolo saldo al proprio fianco.