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Dal rapporto Ires-Cgil: in Italia lavorano 400 mila bambini, anche più di otto ore al giorno

Pubblichiamo un breve resoconto del Rapporto dell’Ires CGIL sul lavoro minorile e le proposte della CGIL contro questo fenomeno che rischia di aumentare pericolosamente anche a seguito della crescita della povertà delle aere di emarginazione.

22/04/2004
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Pubblichiamo un breve resoconto del Rapporto dell’Ires CGIL sul lavoro minorile e le proposte della CGIL contro questo fenomeno che rischia di aumentare pericolosamente anche a seguito della crescita della povertà delle aere di emarginazione.

Roma, 22 aprile 2004
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Dal Rapporto presentato il 14 aprile dall'Ires-Cgil - dal titolo: " I lavori minorili in Italia. I casi di Milano, Roma e Napoli", risulta che i bambini sfruttati, tra i 7 e i 14 anni, che lavorano nel nostro Paese oscillano complessivamente tra i 360 mila e i 400 mila.
La Cgil rilancia l’allarme dando seguito alla campagna di denuncia partita nel 1998: " I bambini a studiare, i grandi a lavorare", durata due anni, con un'inchiesta pubblicata dalla Ediesse e conclusa nel 2000 con un video ed un libro-guida didattico ha rilevato nell'indagine come ben 70 mila minori siano impiegati per più di quattro ore al giorno, ma che per 40 mila minori il tempo sottratto allo studio e al gioco va addirittura anche oltre le otto ore quotidiane, con una paga, per questi ultimi, dai 200 ai 500 euro al mese.

Il segretario generale della CGIL Guglielmo Epifaniha rilevatocome questo sia " un fenomeno che è aumentato rispetto a dieci anni fa, quando la CGIL lo denunciò per prima e che è destinato a diventare sempre più importante'', sottolineando che tre le cause che hanno impedito al fenomeno di regredire ci sono: “…la crescita della povertà delle aree di emarginazione; la crescita del lavoro clandestino malgrado le regolarizzazioni; la dispersione scolastica”. Ci sono responsabilità specifiche dell'azione pubblica e in particolare di questo Governo hanno portato il numero delle famiglie a rischio povertà ad aumentare nel corso degli ultimi tre anni.

La CGIL afferma il principio per cui chi nasce nel nostro Paese deve essere considerato cittadino italiano e denuncia il ''fallimento totale'' delle politiche di emersione nonostante ''gli altisonanti annunci'' del ministro dell'Economia.

Il Rapporto, si sofferma anche sui casi di Roma, Napoli e Milano, dove i minori che lavorano sono circa 26 mila, su un totale di 846 mila bambini.

Una situazione davvero preoccupante che fa pensare che il numero di bambini coinvolti in forme di lavoro precoce sia sottostimato rispetto ai 144.000 indicati nei dati Istat.

Epifani ha ricordato che a livello internazionale, i Paesi che non applicano le direttive dell'Oil (Organizzazione internazionale del lavoro) non sono ritenuti responsabili di
tali inadempienze.

Anche da questa considerazione nasce unpacchetto di proposte contenute nella piattaforma rivendicativa elaborata dalla CGIL (di seguito riportata) che chiede di discuterla con il governo e, nel caso ciò non fosse possibile, verrà portata anche a Bruxelles.
Quindi, da parte della CGIL ''tolleranza zero'' verso lo sfruttamento dei minori. Il presidente dell’Ires Agostino Megale ha sottolineato che: ''bisogna riconquistare una nuova carta d'impegni con al centro la formazione…”.

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LE PROPOSTE DELLA CGIL CONTRO IL LAVORO MINORILE

Lavoro minorile e povertà: tra bugie e sottovalutazioni

In Italia il lavoro minorile rappresenta una realtà fortemente radicata, per di più, a detta di molti osservatori, in aumento.

La Cgil ha sollevato da tempo e con grande forza il tema dello sfruttamento del lavoro minorile, dedicandovi iniziative costanti ed importanti studi e ricerche, come da ultimo il presente rapporto curato dall’Ires.

Nonostante il tentativo del Governo di centrodestra di minimizzare il fenomeno attaccando la Cgil, contestandone l’attendibilità dei dati forniti e contrapponendo una stima di 30.000 minori coinvolti (tentando in questo modo di negare il problema e di condizionare il lavoro dell’Osservatorio istituito a seguito della Carta di impegni del 1998) occorre oggi prendere atto che le stime fornite da molti istituti di rilevazione statistica si avvicinano a quelle rese note dal nostro sindacato.

La maggiore attenzione dell’Istat e dell’Inail al fenomeno (l’Inail ha riconosciuto indennizzi a più di 22 mila minori, a seguito di infortunio grave e quindi denunciato, solo nel 2002) nonché l’esperienza di alcune realtà come l’Osservatorio per il lavoro minorile della Fondazione Banco di Napoli, lo testimoniano.

Solo per citare i dati Istat, si stima infatti in almeno 144 mila il numero dei minori coinvolti nello sfruttamento minorile (escludendo da tale calcolo i minori immigrati e i rom) confermando come il fenomeno assuma una grande rilevanza quantitativa e qualitativa, essendo presente in tutta l’area geografica del paese: nelle aree più arretrate come portato di una povertà economica e nelle aree più ricche come portato di una povertà culturale.

Una cifra enorme, che ci colloca ben oltre la media dell’Unione Europea dell’1,5% (superati solo da Grecia e Spagna del Sud) e oltre la media del 2% dei principali paesi occidentali (dati Oil), rappresentando una forma di esclusione e di disagio economico, culturale e sociale (oltre che di concorrenza sleale) inaccettabile per un paese civile.

In particolare l’Italia è al 2° posto in Europa per la più alta percentuale di minori che vive sotto la soglia di povertà. Il 17% di minori in Italia è povero; al Sud la percentuale arriva al 29.1%. Nel panorama generale della povertà, la fascia di età fino ai 18 anni è la più povera insieme a quella che comprende chi ha più di 65 anni. Questi dati allarmanti collocano la povertà dei minori tra i problemi cruciali del nostro paese, perché in assenza di mirate politiche di inclusione sociale che abbiano al centro la formazione scolastica e professionale, i minori poveri oggi sono destinati a rimanere poveri per tutto il corso della loro difficile vita.

Approfondendo le stime fornite dai principali studi (Istat, Fondazione Banco di Napoli), alcune situazioni confermano poi che tra i bambini di 7 e 10 anni che lavorano, più dell’ 80% di questi proviene da famiglie sotto o ai limiti della soglia di povertà; il 90% di questi nuclei familiari rientrerebbe nelle soglie per aver diritto al reddito minimo di inserimento così come sperimentato nella passata legislazione; nella fascia 13-14 anni si registra una dispersione scolastica nell’ultimo anno (14°) pari a più del 70%, per i minori coinvolti in forme di lavoro irregolare.

I minori stranieri: tra esclusione e abbandono scolastico

Ad oggi manca una qualsivoglia stima sul fenomeno dei minori immigrati coinvolti nel lavoro nero. I minori stranieri presenti in Italia sono stimati in circa 330.000, di questi circa 16.000 sono minori non accompagnati. Il dato sui minori non accompagnati riguarda coloro che sono stati segnalati e censiti dal Comitato Minori Stranieri, ma il Comitato stesso ritiene che questo sia un dato assolutamente difettoso che non contiene l’area della clandestinità, sicuramente più consistente (almeno 30-35.000 minori).

Molti di questi minori stranieri – non occorre mai dimenticarlo – arrivano nel nostro paese con il consenso dei genitori che, pur consapevoli dei rischi di questo progetto migratorio, considerano tale clandestinità l’unica via di salvezza e di prospettiva futura per i propri figli, destinati altrimenti a morire di fame o di malattie.

Se si considera poi che i minori stranieri presenti nelle scuole italiane sono circa 230.000 (dati Ministero dell’Istruzione) una prima conclusione vedrebbe quindi almeno 100.000 minori non intercettati dal sistema formativo nazionale con punte di dispersione scolastica (escludendo i minori in età non scolare) intorno al 30%, più del doppio rispetto alla media nazionale (comunque alta, circa il 14%).

A questo proposito sono interessanti i risultati di una ricerca della Terza Università di Roma che testimoniano di una realtà scolastica in cui gli studenti minori stranieri risultano relegati in una dimensione di maggiore ritardo, a parità di motivazioni scolastiche, rispetto ai ragazzi italiani (in 4° elementare ripete il 35%, in 5° elementare ripete il 50%, in terza media ripete il 65%).

Ripartire dall’Accordo del 1998: proposte ed idee per combattere il lavoro minorile

Premesso che il lavoro minorile nasce spesso da condizioni di degrado sociale, economico e culturale, che interessano le reti di protezioni e le dinamiche locali di sviluppo, possiamo individuare alcune caratteristiche specifiche del fenomeno, connesse alle diverse dinamiche produttive che caratterizzano il nostro paese: in particolare il lavoro e lo sfruttamento minorile si concentrano nel Mezzogiorno e nel Nord-est, cui modelli produttivi sono assai distanti tra loro.

Nel primo caso il lavoro minorile nasce da condizioni di degrado sociale ed economico connesse con uno sviluppo arretrato, con carenze infrastrutturali notevoli, con una presenza diffusa della criminalità organizzata, con tassi di disoccupazione e povertà alti che interessano circa un terzo della popolazione e delle famiglie.

Nel secondo caso si è invece in presenza di una disoccupazione prossima allo zero in molte province, con una domanda da parte delle imprese altissima, soprattutto per le figure meno qualificate (operai e addetti alla ristorazione). Domanda che si traduce in un’offerta salariale spesso anche alta.

In ambedue i contesti, la scuola appare incapace, salvo poche e coraggiose esperienze sostenute dagli enti locali, di praticare una funzione compensatrice e di recupero, rimettendo in discussione radicalmente i propri modelli organizzativi, le pratiche di insegnamento-apprendimento, gli stessi contenuti della formazione.

La Carta di Impegni del 1998, sottoscritta dai sindacati, organizzazioni datoriali e Governo ha rappresentato un importante passo avanti nella lotta allo sfruttamento minorile nel nostro paese, proprio partendo da queste considerazioni.

Essa assumeva, come coordinate per un intervento integrato a livello nazionale, l’importanzadi una politica sociale di inclusione e di assistenza che intervenisse sulle cause materiali di disagio delle famiglie; di una politica scolastica che, attraverso un protagonismo attivo sul territorio, qualificando la propria offerta formativa ed i propri servizi potesse intervenire sui fenomeni di dispersione, abbandono ed insuccesso dei più giovani.

Purtroppo troppo presto essa è stata disattesa sia da parte del Governo che da parte delle stesse imprese.

E in un contesto in cui è venuta meno una sensibilità diffusa nell’opinione pubblica nei confronti del problema, gli strumenti all’epoca individuati (legge quadro sull’assistenza, legge quadro per le politiche per l’infanzia, reddito minimo di inserimento), oggi comunque da integrare e migliorare, sono stati ben presto penalizzati, in una più generale opera di riduzione del welfare, anche nei trasferimenti di risorse e nella responsabilizzazione degli enti locali.

All’interno di questo quadro occorre poi evidenziare come alcuni interventi specifici in materia di politiche scolastiche (la legge 53/03) e in materia di immigrazione (la c.d. legge Bossi-Fini) abbiano segnato un’inversione di tendenza nelle politiche portate avanti finora, che si basavano su un più generale innalzamento della qualità dell’offerta e della permanenza scolastica e su una cultura dell’integrazione e dell’inclusione.

Basti pensare – in riferimento alla legge Bossi-Fini – come essa per esempio renda più difficile qualsiasi ricongiungimento familiare e come condanni gran parte dei minori non accompagnati e clandestini a rimanere tali anche dopo il raggiungimento della maggiore età (questo perché la nuova normativa consente il rilascio del permesso di soggiorno soltanto per coloro che partecipino ad un programma di educazione, assistenza, integrazione di almeno due anni).

Drammatico inoltre, lo scenario indotto dalle politiche scolastiche del centro-destra. E’ vero che esse sono ad oggi soltanto delle prescrizioni normative ben lontane dall’essere realizzate, ma l’effetto culturale e sociale di quelle scelte vive già nei processi sociali in corso. In particolare la dimensione selettiva del sistema appare duramente accentuata dalla scelta precoce che a 13 anni e mezzo i ragazzi sono chiamati a fare rispetto al canale liceale o di istruzione-formazione professionale. Ciò determina, già da ora, lo spostamento “in basso” delle dinamiche selettive. Toccherà insomma già ai maestri indicare quali sono i bambini “portati” per lo studio e quelli per il lavoro. Si afferma con forza la teoria del condizionamento sociale in base alla quale ciascuno è figlio del proprio destino, delle proprie culture familiari, del proprio contesto sociale. Per queste ragioni il “doppio canale” del ciclo secondario appare la coerente soluzione di un sistema pensato in funzione della riproduzione delle disuguaglianze. E’ del tutto evidente che in un simile contesto i fenomeni dell’abbandono, dell’evasione e degli insuccessi scolastici, siano destinati ad aumentare. Se la competizione e la “scelta della famiglia” diventano il “senso” dell’esperienza scolastica, il destino sociale di migliaia di bambini e ragazzi appare già determinato.

In conclusione, come CGIL, denunciamo quanto drammaticamente in Italia il livello di guardia nella lotta al lavoro minorile si vada spaventosamente abbassando e anzi – questa la “tragica novità” – quanto molte delle politiche portati avanti dal Governo rischiano, a parere nostro, di incidere negativamente proprio su quelle categorie di disagio e su quelle situazioni di esclusione che sono alla base del lavoro nero dei più giovani.

Per combattere seriamente il lavoro minorile (o meglio i lavori minorili) occorre concentrare tutti gli sforzi delle istituzioni locali e nazionali su una “tastiera di strumenti” che punti, a partire dalla dimensione territoriale e anche tramite una collaborazione con i diversi soggetti impegnati sul tema (sindacati, imprese, associazioni di volontariato) a ridurre le condizioni di degrado sociale, economico e culturale che sono alla base dello sfruttamento dei minori, potenziando e non riducendo le reti di protezioni e qualificando i modelli di sviluppo locale.

Per questo come CGIL proponiamo:

Un Piano straordinario, sul modello portoghese, a cui destinare specifiche risorse per presidiare il territorio e reprimere ogni abuso, attraverso la costituzione di specifiche task-force provinciali comprendenti, oltre ai servizi ispettivi, i servizi sociali e scolastici, con particolare attenzione ai fenomeni di reclutamento da parte della criminalità organizzata e micro criminalità.

Il rifinanziamento immediato della legge 285/97 per la promozione dei diritti e delle opportunità per l'infanzia e l'adolescenza, attraverso un aumento delle risorse destinate al Fondo sociale nazionale con ripartizioni certe e vincolate;

L’approvazione di una legge nazionale contro la povertà, adeguatamente finanziata, che recuperi la migliore esperienza del RMI e stimoli l’attivazione di energie familiari ed individuali, con misure a sostegno della scolarità nelle fasce dell’obbligo e con l’accesso gratuito ai servizi sociali e socio-sanitari per i soggetti coinvolti nel lavoro irregolare;

Il rilancio e l’attuazione della legge quadro 328/2000 in materia di assistenza sociale;

La realizzazione piena dell’obbligo formativo fino a 18 anni, sanzionando senza eccezione alcuna eventuali rapporti di lavoro senza prevalente contenuto formativo, ed assicurando che nessun ragazzo possa arrivare a 18 anni senza un diploma o una qualifica. Questo comporta una qualificazione formativa dell’apprendistato, della formazione professionale, nonché la reale predisposizione di passerelle in grado di consentire il passaggio da un percorso all’altro dell’istruzione secondaria. Tutto ciò esige la definizione di standard di competenze e di certificazione dei crediti conseguiti individualmente;

Il rilancio degli Osservatori provinciali e regionali contro la dispersione scolastica, attraverso anche meccanismi di premialità nei trasferimenti delle risorse nei confronti delle amministrazioni scolastiche che più si adoperano nel contrastare il fenomeno dell’abbandono;

La costituzione di un Fondo nazionale (e regionale) definito “Borsa per lo studio e per lo svago dei minori a rischio di dispersione”: un vero e proprio contratto che le amministrazioni scolastiche e comunali stipulano con il minore e con la sua famiglia, basato su uno scambio tra “frequenza scolastica” e accesso gratuito a servizi sportivi, culturali, del tempo libero, ecc. per lui e la famiglia;

La costituzione di un Fondo nazionale a favore della stipula dei Piani sociali dei Comuni, basato su principi di premialità nel trasferimento delle risorse Stato-Regioni verso le amministrazioni locali che abbiano previsto appositi interventi integrati tra amministrazioni scolastiche, assessorati sociali, forze sociali ed ispettive, al fine di prevenire fenomeni di sfruttamento minorile, con particolare attenzione a politiche e strumenti di mediazione culturale nei confronti dei minori stranieri e dei minori a rischio di esclusione;

L’equiparazione, per i minori stranieri, di tutti i trattamenti e prestazioni del servizio pubblico e del welfare per i quali vigono ancora norme differenziate in relazione alla famiglia di provenienza (maternità, assegni famigliari, indennità di disoccupazione);

Il riconoscimento del principio dello jus solis per tutti i bambini che nascono in Italia, riformando le norme della legge sulla cittadinanza. Ogni bambino che nasce in Italia deve avere riconosciuta la cittadinanza italiana.

L’istituzione di una Carta dei Comuni e dei Municipi contro lo sfruttamento minorile, finalizzata, attraverso la partecipazione delle forze sociali e del volontariato a promuovere campagne informative e di sensibilizzazione nei confronti della popolazione locale;

La costituzione presso il CNEL di una commissione permanente dedicata al lavoro nero e allo sfruttamento minorile, composta dalle parti sociali, con il compito istituzionale di monitorare il fenomeno dello sfruttamento minorile (in collaborazione con l’Osservatorio nazionale istituito a seguito della Carta del 1998) e di proporre iniziative anche legislative di sostegno al contrasto dello stesso.

L’adozione per via contrattuale, per le imprese operanti in Italia e nell’Unione Europea, di “Codici di Condotta” atti a garantire in ogni paese del mondo il rispetto dei diritti sociali e del lavoro fondamentali così come individuati dalle convenzioni Oil (divieto di lavoro forzato - Convenzioni 29 e 105; libertà di associazione e diritto di negoziazione - Convenzioni 87 e 98; divieto del lavoro dei bambini - Convenzioni 138 e 182; non discriminazione nell’occupazione - Convenzioni 100 e 111) indipendentemente dalla legislazione vigente localmente. Un importante esempio è quello rappresentato dai codici di condotta previsti dal CCNL del settore tessile (siglato nel 2000 e oggi in fase di ulteriore implementazione);

L’istituzione in Italia e nell’Ue del Marchio Sociale per le imprese. Tale certificazione deve essere rilasciata, secondo principi di trasparenza dei processi produttivi (tracciabilità dei prodotti, ecc.) e con controlli indipendenti, da parte di organismi pubblici appositamente individuati e dotati delle risorse e delle conoscenze adeguate;

La subordinazione di qualsivoglia erogazione di contributi o risorse nazionali e comunitarie, nonché la stipula (o la vigenza) dei trattati commerciali bilaterali/multilaterali, al rispetto delle clausole sociali e delle Convenzioni fondamentali dell’Oil e delle Linee Guida sulle Multinazionali dell’Ocse.

Al fine di finanziare i fondi nazionali di cui alla proposta 7 e 8 la Cgil propone di destinare il 2% delle risorse provenienti dall’IVA applicata ai beni di lusso, quale strumento di solidarietà universale.

Roma, 22 aprile 2004