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Legge di bilancio 2019: anche per il Governo giallo-verde la conoscenza è un costo da contenere

Il Governo non cambia la tendenza dei precedenti esecutivi reiterando una politica di definanziamento su scuola, università, ricerca e AFAM.

08/11/2018
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Le scelte di finanza pubblica che emergono dalla lettura della legge di bilancio 2019 delineano un quadro del tutto insufficiente per i settori della conoscenza. Come avevamo affermato nel commento al Def, nonostante la previsione di un significativo indebitamento nel triennio, il Governo non cambia la tendenza dei precedenti esecutivi reiterando una politica di definanziamento su scuola, università, ricerca e AFAM. Se la conoscenza non sembra comparire tra le scelte di investimento per la crescita e lo sviluppo del Paese, le politiche di “sostegno ai redditi” pur indicate come via per la ripresa degli investimenti privati, non determinano uno stanziamento adeguato al rinnovo dei contratti pubblici. Nonostante infatti i primi ottimistici annunci, le risorse previste sono sufficienti unicamente a coprire la stabilizzazione dell’elemento perequativo ereditato dal precedente contratto e a coprire l’indennità di vacanza contrattuale. Siamo cioè molto al di sotto delle già scarse risorse stanziate dal precedente governo.

SCUOLA

Per quanto riguarda il settore scuola, si tratta di un articolato che non punta alla qualificazione dell’offerta formativa scolastica e che al contempo ignora la valorizzazione delle professionalità oggi presenti nelle nostre scuole: registriamo infatti soltanto misure che non hanno come obiettivo investimenti significativi in grado di rilanciare la scuola pubblica statale.

Gli interventi sull’alternanza scuola-lavoro vanno nella giusta direzione, ma non sono ancora sufficienti. Occorre eliminare la precisa quantificazione delle ore e l’obbligo di frequenza del monte ore per l’accesso all’esame di stato, affermare con nettezza che i percorsi devono restare nella piena prerogativa gestionale delle autonomie scolastiche che devono definirne tempi, durata, modalità di svolgimento, in cooperazione con i soggetti esterni.

Largamente insufficienti sono gli interventi previsti in tema di Piano nazionale Scuola Digitale che si riducono unicamente all’attivazione di équipe a supporto delle istituzioni scolastiche nell’ambito delle risorse previste a legislazione vigente.

Parimenti non è risolutiva la proposta per i lavoratori co.co.co. stabilizzati con un contratto part-time che continuano a subire notevoli danni economici pur garantendo la stessa qualità di lavoro.

Mancano del tutto provvedimenti espansivi: nulla si dice della stabilizzazione degli organici di fatto dei docenti e degli ATA, nulla del loro potenziamento come nel caso del personale tecnico anche per gli istituti comprensivi. Completamente ignorata la necessità di ripristinare il tempo pieno nelle scuole, soprattutto del Sud Italia e i finanziamenti per garantire il diritto allo studio.

In quanto al reclutamento, sebbene sia positivo il tentativo di dare risposte rapide alla necessità di assumere insegnanti, il provvedimento propone solo soluzioni emergenziali. Manca un’idea generale in grado di ridisegnare un sistema di reclutamento in grado di rispondere alle esigenze della formazione in ingresso e della qualità dell’insegnamento. La risposta che viene data ai docenti della scuola secondaria con 36 mesi di servizio, con la sola riserva del 10% dei posti messi a concorso, è inadeguata. Nel sostegno non viene neppure fatto un tentativo per trovare soluzioni alla drammatica carenza di personale specializzato: eliminato il FIT, infatti, torna il vecchio sistema che riserva la specializzazione solo al personale già abilitato. Questo, in una condizione abbiamo una drammatica carenza di docenti abilitati, significa lasciare in condizione di precarietà i docenti senza titolo.

AFAM

Il settore dell’alta formazione artistica e musicale è totalmente ignorato dal disegno di legge di bilancio, segno di una disattenzione davvero preoccupante. Forte incremento del fondo di funzionamento ordinario, la creazione di un fondo che consenta alle Istituzioni di mantenere, adeguare e dotarsi di strutture idonee alla loro missione, l’ampliamento della dotazione organica del personale per ridurre la presenza di corsi quasi totalmente sorretti dalla contribuzione studentesca, sono alcuni punti qualificanti che il disegno di legge di bilancio avrebbe potuto affrontare, ma di cui non si trova alcuna traccia.

UNIVERSITÀ

Per quanto riguarda il sistema universitario, la proposta del Governo prevede solo alcuni parziali interventi in termini finanziari ed occupazionali, smentendo nei fatti anche quanto previsto nel “contratto di governo” che prevedeva il superamento del precariato, l’inversione di marcia sul finanziamento ordinario, l’ampliamento dei fondi per il diritto allo studio.

Infatti, la previsione del nuovo reclutamento di 1.000 nuovi ricercatori a tempo determinato di tipo b (v. articolo 24, comma 3, lettera b della Legge 30 dicembre 2010), per i quali vengono messe a disposizione del FFO degli Atenei pubblici rispettivamente 20 milioni di euro aggiuntivi per il 2019 e 50 milioni di euro a decorrere dall’anno 2020, non costituisce certo una significativa inversione rispetto al depotenziamento degli organici conseguente al blocco del turnover attuato negli anni passati: a riguardo sarebbe necessario un piano straordinario di almeno 20.000 assunzioni nei prossimi quattro anni, per riportare l’organico almeno ai livelli del 2009. Anche le novità sul finanziamento ordinario appaiono del tutto insufficienti a determinare una inversione di tendenza, prevedendo per il 2019 lo stesso fabbisogno programmato per il 2018, al netto della media dei pagamenti per investimenti dell’ultimo triennio, incrementato del tasso di crescita del PIL reale.

È inoltre da sottolineare molto negativamente l’assenza di interventi per quanto riguarda sia il potenziamento degli strumenti del diritto allo studio sia la maggiore flessibilità negli accessi.

RICERCA

Sugli Enti di Ricerca sono pressoché assenti misure specifiche e non c’è traccia nemmeno degli interventi preannunciati nella Nota di Aggiornamento al DEF, peraltro a nostro avviso insufficienti. Nessun provvedimento finalizzato a favorire la definizione di una governance unica del sistema di ricerca italiano, in grado di superare la frammentazione e di rafforzare il ruolo degli Enti, quelli di cui agli articoli 1 e 19 del DLgs 218/2016.

Completamente assenti finanziamenti per incrementare i Fondi Ordinari degli Enti, indeboliti da troppi anni di tagli, e per consentire investimenti diretti allo sviluppo delle risorse occupazionali, nonché per il completamento dei processi di stabilizzazione in corso.

Non c’è il superamento dell’articolo 23 comma 2 del DLgs 75/2017, ovvero il “tetto” del 2016 alla crescita dei fondi del salario accessorio, a cui andrebbe riconosciuta maggiore flessibilità. Si tratta di una misura necessaria per favorire i processi di stabilizzazione e per consentire i processi di ordinario di reclutamento.

Vi è, in compenso, l’ennesima riproposizione del “credito d’imposta” per R&S alle imprese con qualche variazione, già sperimentato in passato, con risultati pressoché nulli.