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Gerusalemme capitale di Israele è ferita al cuore del sistema dell'istruzione in Palestina. Mobilitiamoci

La decisione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di trasferire l'ambasciata a Gerusalemme da Tel Aviv, dichiarando con un atto unilaterale la città santa delle tre religioni monoteiste capitale dello stato ebraico di Israele, è grave e pericolosissima.

13/12/2017
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È stato facile per Netanyahu, il Premier israeliano, approfittare di un suo viaggio per chiedere il riconoscimento di Gerusalemme capitale anche agli altri stati e in particolare all’Unione Europea. Ma​,​ con un grande sforzo della politica e della diplomazia​,​ la UE ha rigettato completamente la possibilità di questo​ riconoscimento. E si ricordi che, velatamente, in cambio del riconoscimento, Israele aveva proposto consulenza dell’intelligence, nuove tecnologie e energia.

Com'era ampiamente prevedibile, le parole di Trump avevano innescato la reazione violentissima nei Territori occupati, a Gaza, in Cisgiordania, e nella stessa Gerusalemme, oltre a manifestazioni antiamericane in molte capitali del mondo arabo.

In questa tragica situazione politica, sociale, istituzionale, peggiorano ancora le condizioni di vita di bambini e adolescenti palestinesi, già duramente colpite e provate da anni di occupazione, fame, sottosviluppo, abbandono. Migliaia di bambini soffrono la fame e non possono accedere alle scuole, agli studi, né possono condividere con i coetanei del mondo occidentale (a partire dai coetanei israeliani) una speranza per un futuro migliore.

La stessa situazione emerge per le università. Nei Territori occupati vivono circa 4,5 milioni di palestinesi e quasi nessuno dei questi ha accesso al sistema di istruzione superiore in Israele. Il governo israeliano detiene quasi sessanta college e nove università e alcune sono state costruite ‘illegalmente’ in territorio palestinese. Ma nonostante questo, diversi paesi europei, tra cui la Gran Bretagna e l’Italia, promuovono attivamente partenariati di ricerca con accademici israeliani. Israele è anche l'unico paese non europeo cui è concesso di essere membro virtuale dell'Unione europea, permettendo in questo modo alle università israeliane un accesso diretto ai fondi miliardari dell'UE per la ricerca.

La Cisgiordania e Gaza insieme hanno invece ufficialmente quattordici università, un’università aperta per l'apprendimento a distanza, diciotto istituti universitari e venti community college. L’attuale numero d’iscrizioni è 214.000, di cui circa il 54% sono donne e il 46% uomini. Il tasso notevolmente alto di partecipazione in circostanze così difficili mostra l'importanza che i palestinesi attribuiscono alle università e all’istruzione, per cercare di costruire un futuro migliore per la loro terra.

Le università palestinesi lottano senza i vantaggi delle loro omologhe israeliane. La difficoltà più evidente è una grave e cronica mancanza di fondi. Nel 2011-12 il governo israeliano ha speso 1,9 miliardi di euro nell'istruzione superiore, totale che è aumentato negli ultimi anni. Nel 2014-15 l'Autorità Nazionale Palestinese ha distribuito appena 1,8 milioni di euro alle 12 università pubbliche o statali in Cisgiordania.

Questa mancanza di risorse economiche non viene superata grazie all’aiuto che proviene da fonti estere. La Banca Mondiale stima il totale degli aiuti alla Palestina nel 2012 di poco oltre 1,8 miliardi di euro. La quasi totalità di questi fondi sono stati stanziati per l'assistenza umanitaria e la ricostruzione dei danni provocati dall’attacco di Israele a Gaza nel 2008-09. Praticamente nulla è arrivato alle università palestinesi.

In questa già drammatica situazione, si riapre dunque la ferita nel cuore della Palestina. Un nuovo conflitto armato potrebbe portare allo spegnimento definitivo del sistema dell'istruzione nei Territori occupati.

È necessario che tutte le istituzioni scolastiche e universitarie internazionali chiedano con forza all'amministrazione americana di ritirare immediatamente il decreto su Gerusalemme capitale, facciano pressione presso le organizzazioni più influenti, dall'Onu alla Banca mondiale, per garantire a bambini, adolescenti e universitari palestinesi un diritto reale all'istruzione. Ugualmente chiediamo che le istituzioni accademiche dell'Unione europea e i ministeri dell'Istruzione dei paesi europei non smettano di collaborare con le accademie palestinesi, anzi che si attivino per altre iniziative di partenariato. Dalle scuole, dalle università si può e si deve far ripartire il processo di pace.

Tag: palestina